I vivi e i morti. Rileggere Aldo Capitini nel tempo dell’epidemia

L’ingresso quotidiano nelle nostre case, attraverso tutti i media, del bollettino aggiornato delle vittime da covid-19 ha riportato prepotentemente e insistentemente sulla scena pubblica la grande rimossa dalla società dello spettacolo: la morte. Da fatto strettamente privato la morte – quella vera, non la sua rappresentazione abusata nelle fiction – è tornata ad essere un fatto pubblico, esposto, analizzato e commentato. Ma la morte, come insegna Aldo Capitini, uno dei pensatori italiani del ‘900 che maggiormente si è interrogato su questo tema, significa i morti. E la loro compresenza con i vivi. Per questo può essere  utile – proprio in questi giorni – rileggere i densi scritti di Capitini sulla “compresenza dei morti e dei viventi”. Come introduzione ai quali propongo qualche passaggio della mia breve “Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini” (acquistabile on line sul sito delle edizioni GoWare )

Aldo Capitini è tra i pochi filosofi che hanno pensato a fondo la morte, anzi specificamente i morti. E il loro contributo alla vita, anzi ai vivi. A partire da questo originale punto di osservazione, egli risale alle origini della filosofia occidentale. Secondo Capitini già i filosofi presocratici hanno compiuto una scelta decisiva e condizionante la ricerca successiva: la separazione netta dei morti dai viventi. Mentre il vivente è una presenza, il morto è un individuo del passato. Ciò significa che i morti, pur essendo già stati viventi, quindi presenti, diventano eventi. Eventi passati, che lasciano piccolissime, percettibili o più spesso impercettibili, tracce nella realtà. A sostegno della propria tesi Capitini ricorre alla teoria dello storico delle religioni Walter F. Otto che nell’opera Gli dei della Grecia mette l’accento sulla differente concezione dei morti in ambito arcaico e in ambito omerico.

Nel contesto culturale arcaico la morte riveste un carattere sacro, ed il “morto non è separato dalla comunità dei viventi” – scrive Otto citato da Capitini ne La compresenza dei morti e dei viventi – ma è considerato “più venerabile e potente”, invece in ambito culturale omerico “la sfera della morte ha perso il suo carattere sacro, gli dei olimpici non hanno nulla a che fare con i morti, vien anzi detto espressamente che essi aborriscono l’oscuro regno della morte”. Ed è proprio in questo ambito culturale-religioso che sorgono gli albori della filosofia occidentale: i greci pongono in primo piano l’uomo vivente e le domande che a lui ineriscono.

“La filosofia greca” – scrive Aldo Capitini – “comincia a svolgere i suoi problemi nell’ambito di questa mentalità: sono i problemi del vivente, dell’oggetto che egli si trova davanti nel conoscere, dell’iniziativa che egli deve prendere agendo, indipendentemente dal fatto che ci siano i morti”. Dai greci – che definiscono i materiali teorici fondamentali con i quali sarà costruita la cultura occidentale – il mondo viene concepito e rappresentato come un oggetto che l’uomo si trova di fronte e del quale ha necessità di avere piena conoscenza, dapprima per potersene difendere, successivamente per averne il dominio.

La prima conseguenza di questa impostazione è l’esclusione dall’ambito della riflessione filosofica non solo dei morti ma anche di coloro che più somigliano ai morti, ossia di tutti quei soggetti che Capitini definisce i dimezzati, gli sfiniti, gli stroncati. È la messa tra parentesi dell’umanità umiliata e offesa, passata e presente, la quale rimane oscurata all’interno delle categorie filosofiche valide per i vivi e gli attivi, perdendo la potenziale carica di protesta cosmico-religiosa della quale – nella visione profetica capitiniana – essa è invece portatrice.

(…)

Per Aldo Capitini “il male non è eterno ma passeggero”: è l’accumulo degli schemi contingenti che chiudono l’umanità e la realtà nella loro finitezza. Ma nonostante sia la prima che la seconda non si esauriscano negli schemi, la vecchia realtà e le vecchie modalità umane, ingabbiate nell’immutabilità degli schemi, tendono ad escludere le novità, a chiudere le porte ad ogni possibile diversità. Tanto sul piano naturale quanto su quello storico. Il fatto “che il fulmine schianti un essere vivente” e che “un popolo vinca un altro secondo la forza”, sono eventi che gli schemi culturali, nei quali la realtà è compressa, pretendono eterni e inevitabili. Ma in verità sia l’umanità che la natura aspirano intimamente a rompere le chiusure e ad aprirsi ad altro.

In una fase storica nella quale gli schemi di potenza e violenza generano esiti estremamente distruttivi – dalle guerre alle devastazioni ambientali, dalla fame alle epidemie, dal terrorismo al fondamentalismo religioso – la rottura di questi schemi è un passaggio necessario affinché la realtà società umanità possa avere un futuro. Il compito di provocare la crisi spetta all’uomo che, in verità, tende intimamente e tenacemente alla liberazione di sé e della realtà dai limiti nei quali sembrano irrimediabilmente chiusi. Ciascun uomo e ciascuna donna, anche se isolati, limitati nella propria naturalità e chiusi negli schemi di violenza, sono pur sempre, intimamente, parte di un tutto. Non il Tutto hegelianamente compatto, ma quello che Capitini – cesellatore di parole inedite – denomina l’Uno-tutti, l’unità composita e variegata dei tutti. Compresi i morti. È la compresenza dei morti e dei viventi, che riconosciamo nel momento in cui rivolgiamo il Tu a tutti, ma nella quale in realtà siamo da sempre immersi. Per partecipare alla quale, sottolinea Capitini, non è necessario alcun battesimo. Anzi, nella partecipazione all’intimo legame della compresenza l’uomo può trovare la forza per sfuggire alla chiusura degli schemi del male e della finitezza, trascinando con sé l’intera realtà.

La compresenza è una dimensione altra rispetto al piano della naturalità, in essa i viventi sono strettamente connessi tra di loro e con i morti. Lo dicevamo, Capitini è tra i pochi filosofi che si interrogano a fondo sul senso della morte, un evento che gli schemi fanno inevitabile e che la civiltà tende ad occultare. Capitini ne contesta sia l’inevitabilità che l’occultamento. In La nonviolenza oggi si chiede: “chi ci dice che la morte sia un fatto costante, ineliminabile. Abbiamo tentato di non dare la morte né col pensiero né con l’atto per vedere se la realtà ci seguisse?”. La sua persuasione profetica nella possibilità di frantumare gli schemi che formano l’attuale struttura della realtà è totale, giunge fino al paradosso di negare la morte come evento assoluto, considerando anch’essa superabile.

Per Capitini ogni riferimento alla morte non è mai impersonale, come fatto in sé: la morte significa i morti. “Non è un non essere astratto, è il non essere di una persona”. Quando muore una persona si stabilisce tra me e lei una ulteriore vicinanza, perfino qualitativamente superiore a quella che si stabilisce quando essa è viva. L’unità tra persone viventi può essere infatti di un rapporto fondato sull’utile: mi avvicino all’altro perché mi serve, come fosse oggetto. Con il morto non è più possibile un rapporto di utilità, la persona morta non può essere usata per i nostri scopi. L’unica vicinanza consentita tra il vivente ed il morto è data dall’essere “fianco a fianco, intimo più intimo, presenza alla produzione di valore”. Tuttavia, la costruzione della realtà di tutti implica la determinazione – ed ha la finalità – che la vicinanza intima e solidale tra tutti si realizzi anche senza il fatto della morte. Che ciascuna persona possa diventare “soggetto e non oggetto, intimo e non cosa”, presenza, per la stessa passione alla presenza, durante la vita di tutti.

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