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Sì, Presidente, difesa civile “significa ripudiare la guerra e promuovere la pace”

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“La garanzia più forte della nostra Costituzione consiste, peraltro, nella sua applicazione. Nel viverla giorno per giorno.” Sono le parole del Presidente Sergio Mattarella nel passaggio più significativo del suo discorso di insediamento del 3 febbraio. Che continua così: “garantire la Costituzione significa garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna, in ambienti sicuri, garantire il loro diritto al futuro. Significa riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro. Significa riconoscere la cultura diffusa e la ricerca di eccellenza, anche utilizzando le nuove tecnologie superando il divario digitale. Significa amare i nostri tesori ambientali e artistici. Significa ripudiare la guerra e promuovere la pace…”. Si tratta di un promemoria dei principi fondamentali della Costituzione repubblicana che – nell’intenzione dei padri costituenti – promuovono la difesa dei diritti fondamentali dei cittadini dalle minacce dell’ignoranza, della disoccupazione, della povertà materiale e culturale, della guerra…

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Ribaltare l’austerità per disarmare l’Europa.

L’adesione all’Appello per la lista Tsipras della società civile italianaeu_milspending_crisis

Per capire fino in fondo la partita che si giocherà alle prossime elezioni europee, è necessario mettere fuoco un’apparente incongruenza. Nel novembre del 2012 durante l’Assemblea della NATO svoltasi a Praga, il Segretario generale Rasmussen spiegava che i quasi 10 miliardi di euro che il governo greco aveva speso nell’anno per i propri armamenti hanno mantenuto la Grecia nella posizione di secondo paese, in proporzione, per spesa militare tra i 27 della NATO, dopo gli Stati Uniti. Eppure la Grecia più di tutti gli altri paesi europei aveva già dovuto sottoporre a tagli durissimi ogni capitolo della sua spesa pubblica civile. La contraddizione si spiega con il fatto che mentre ha dovuto accettare le drammatiche condizioni poste dalla troika per ottenere i prestiti internazionali, volte a smantellare i servizi pubblici sociali, il governo greco contemporaneamente è stato costretto anche a continuare nell’acquisto di armamenti – sottomarini, fregate, carriarmati – commissionati alle aziende belliche di quegli stessi Stati che hanno imposto i tagli, USA, Germania e Francia, in primis.

Quanto accaduto in Grecia non è un fatto isolato. Come racconta Frank Slijper, del Transnational Institute, nel dossier Le armi, il debito, la corruzione: le spese militari e la crisi europea, un ex segretario alla Difesa spagnolo così descrive la causa profonda della crisi del Paese iberico: “Non avremmo dovuto comprare sistemi che non useremo, per situazioni di conflitto che non esistono e, quel che è peggio, comprati con fondi che non avevamo allora e che non abbiamo adesso.” Anche la più recente vittima della crisi, Cipro deve i suoi problemi di debito ad un aumento del 50% della spesa militare degli ultimi dieci anni, sopratutto dopo il 2007. Ed alla tenaglia tra l’aumento delle spese militari e i tagli alle spese sociali non sfugge neanche l’Italia che – crisi o non crisi – negli ultimi venti anni ha registrato un aumento di quasi il 25% in termini reali per la sola Funzione Difesa.

Mentre i cittadini europei – in particolare quelli dell’area mediterranea – riscoprono il sapore antico e amaro della fame, l’UE con il 7 % della popolazione mondiale, realizza il 20 % della spesa militare globale. L’Europa nel suo insieme brucia annualmente 200 miliardi di euro in spese militari – l’equivalente della somma del deficit di Italia, Spagna e Grecia – per finanziare 28 eserciti nazionali iper-armati. Seconda per armamenti solo agli USA e molto più armata di Cina e Russia, l’Europa ha ormai trasformato il suo tradizionale welfare nell’aggressivo warfare. Impedendo, di fatto, anche una politica estera unitaria, perché – come spiega il generale Fabio Mini nel suo recente lavoro La guerra spiegata a… – “la politica militare sta rinunciando a tutti gli strumenti soft dell’uso della forza, come la deterrenza, la dissuasione, la cooperazione e la rassicurazione, e non è più ancillare rispetto a quella estera, anzi, tende a sostituirla”

Dunque non si può costruire alcuna vera alternativa all’Europa dell’austerità, se non ribaltandola: applicare una drastica austerità alle spese militari, per liberare le spese sociali. A cento anni dalla “grande guerra”, è necessario disarmare l’Europa militare per ricostruire l’Europa civile, all’altezza del Nobel alla Pace ricevuto. Cominciando col ridurre – in una prospettiva di transarmo, verso il completo disarmo – ad un unico esercito a carattere esclusivamente difensivo i 28 eserciti nazionali, eliminando tutte le testate nucleari presenti sul Continente e costruendo i Corpi Civili Europei di Pace, come auspicato da Alex Langer proprio nel Parlamento europeo (già oggetto di più raccomandazioni e studi di fattibilità). Non ho trovato questi passaggi ineludibili nell’appello, pur condivisibile L’Europa al bivio. Con Tsipras una lista autonoma della società civile a sostegno della candidatura del leader della sinistra greca alla presidenza della Commissione europea. Per questo li aggiungo, insieme alla mia adesione. Perché sarebbe importante, anche sul piano simbolico, oltre che politico, che la spinta al disarmo per la civiltà dell’Europa ripartisse proprio dalla sua culla.

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