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Alla corte di re Mida bellico. Lo scandalo della “transizione ecologica” a mano armata

Quando Alex Langer, da presidente del gruppo dei Verdi al parlamento europeo, introdusse il concetto di conversione ecologica (https://www.alexanderlanger.org/it/140/268) mettendo in guardia dall’antico re Mida, che trasforma in oro tutto ciò che tocca, diventato simbolo del nostro tempo come “vero patrono dei culti del progresso e dello sviluppo”, forse non poteva immaginare che un quarto di secolo dopo, nel nome della transizione ecologica il parlamento italiano, quasi unanimamente, avrebbe chiesto al governo di utilizzare parte delle risorse europee del piano di “ripresa e resilienza” in spese per armamenti, sacrificandole sull’altare dell’industria bellica. Novello re Mida bellico, che trasforma in spese militari risorse necessarie a far risorgere il Paese dallo schianto sociale della pandemia in corso.

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Viver come bruti anziché seguir virtute e canoscenza

Note a margine dell’inchiesta giornalistica di Presa Diretta su “la dittatura delle armi”

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza

Dante Alighieri, Inferno, XXVI canto

L’importante inchiesta giornalistica condotta dallo staff della trasmissione “Presa Diretta” sul tema degli armamenti italiani, mandata in onda su RAI3 lunedì 22 marzo, ha di-mostrato a tutti in prima serata la questione essenziale che organizzazioni come l’Osservatorio sulle spese militari italiane (milex.org/) e la Rete Italiana Pace e Disarmo (retepacedisarmo.org/) documentano in maniera ineccepibile da anni (e che anche su questo blog ribadiamo da sempre): dove arriva quello che il presidente Eisenhower ha definito negli USA il “complesso militare-industriale”, mettendo in guardia dalla sua invadenza, viene condizionata fortemente la stessa democrazia. E chi prova minimamente a fare da argine viene espulso dal sistema, come accaduto all’ex presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti dell’uranio impoverito Gian Piero Scanu, intervistato dalla brava Giulia Bosetti nella trasmissione e ribadito dallo stesso ex parlamentare democratico su “il manifesto” del 27 marzo (“Il PD subalterno al complesso militare industriale”). Ossia viviamo sotto “la dittatura delle armi”, come opportunamente è stata intitolata l’inchiesta giornalistica

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Voto ai sedicenni? I giovani hanno bisogno di politiche sostanziali non di fughe dalla realtà

Accade sovente che quando la politica si misura con i temi legati ai “giovani” vengano generati esercizi retorici che prospettano improbabili futuri che non hanno nessun legame con le reali condizioni del presente, una sorta di fuga dalla realtà, nella quale invece avvengono sostanziali sottrazioni che impediscono la reale costruzione, personale e collettiva, di futuro. Periodicamente, per esempio, a destra o a manca, qualcuno tira fuori la proposta di introdurre il servizio civile obbligatorio, mentre – quando è al governo – non riesce neanche a garantire il diritto a svolgere un anno di difesa civile del Paese (è questa la principale finalità del servizio civile) a tutti i giovani che si candidano per farlo, secondo il principio di universalità.

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Primo, disarmare la cultura. Intervista su trent’anni di impegno nonviolento

All’interno della ricerca condotta dall’amico Saverio Morselli – tra i fondatori del Centro di documentazione per la pace di Reggio Emilia ed oggi impegnato nell’ANPI – sul movimento pacifista reggiano tra gli anni ’80 e ’90, ho risposto alle domande di questa intervista travalicando, in verità, nel tempo e nello spazio i confini della ricerca e provando a fare il punto, personale e politico, su oltre un trentennio di impegno nonviolento.

Come ti sei avvicinato ai temi legati alla pace ?

Ringrazio Saverio per avermi dato l’occasione di riflettere sull’impegno per la pace con un taglio biografico, ossia di ragionare e scrivere sul senso di avere investito del tempo – tanto tempo – che è la più importante risorsa personale, per contribuire al tentativo collettivo di riduzione della violenza tra gli esseri umani. E questo mi riporta lontano nel tempo, appunto, e nello spazio, ossia alla fine degli anni ‘80 quando studiavo all’Università di Messina da studente fuori sede, proveniente dalla costa tirrenica calabrese di Tropea. Ai tempi in cui, da giovane studente di filosofia, ero alla ricerca di una personale riflessione critica sull’esistente che si collegasse ad una prassi attiva di cambiamento della realtà, in particolare rispetto all’accettazione della inevitabilità della violenza e della guerra.

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L’uomo col martello. Quando è la metafora a generare la realtà

Quando quasi un anno fa, dopo i primi mesi di diffusione dell’epidemia da covid-19 nel nostro Paese, scrivevo che la narrazione dell’impegno contro la pandemia in corso come una guerra non è solo un espediente metaforico ma, per le notevoli implicazioni culturali e politiche che questo racconto porta con sé, per il mondo di significati che costruisce, si configura come un vero e proprio paradigma interpretativo – e ne elencavo i dieci errori principali (https://www.azionenonviolenta.it/pandemia-come-guerra-ossia-la-banalizzazione-della-complessita-i-dieci-errori-di-un-paradigma-sbagliato/) – non potevo immaginare che quasi un anno dopo quel paradigma si sarebbe pienamente inverato nella nomina di un generale di corpo d’armata a Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19.

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Quale difesa per quali minacce? Note sul Servizio civile escludente, anziché universale

A dispetto dell’aggettivo “universale” che definisce da alcuni anni il Servizio civile, nelle selezioni che in questi giorni vedono impegnati 125.268 candidati solo 55.793 giovani saranno scelti per dare il proprio contributo alla difesa non armata e nonviolenta del Paese, corrispondenti ai posti finanziati con le risorse messe in campo dal governo per quest’anno. Alla maggioranza di loro sarà detto “no, grazie, questo Paese non ha bisogno del tuo impegno civile”. Ma è proprio Così? Ossia di quale difesa abbiamo davvero bisogno? Per difenderci da quali minacce?

Due modelli di difesa

Sul piano legislativo il Sevizio civile universale – come recita la legge istitutiva (d. lgs. 6 marzo 2017, n. 40) con riferimento agli articoli 11 e 52 della Costituzione, e in continuità con la legge istitutiva del Servizio civile nazionale (L. 64/2001) – è “finalizzato, alla difesa non armata e nonviolenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli, nonché alla promozione dei valori fondativi della Repubblica”. Ma questa conquista giuridica che riconosce il SCU come modalità di difesa del Paese – che affonda le radici della storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare – invece, non è affatto acquisita sul piano culturale, politico ed economico. Ossia questo Paese ha nel proprio ordinamento due modelli di difesa – la difesa militare e la difesa civile, cioè “non armata e nonviolenta” – ma solo uno dei due viene trattato davvero come strumento di difesa nazionale, quello militare; l’altro viene trattato come strumento di “politica giovanile” (ancorché unica nazionale degna di questo nome), se non addirittura come mero ammortizzatore sociale. Questo dato emerge chiaramente sul piano economico.

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L’indice di ignoranza come principio di azione politica. Tecnicamente

Tante paure arrivano nella nostra vita già con i loro rimedi,

prima ancora che i mali che essi promettono di curare

abbiano fatto in tempo a spaventarci”

Zygmunt Bauman, Paura liquida

L’Italia è da tempo ai primi posti nelle ricerche internazionali in quanto ad ”indice di ignoranza”, ossia nella distorsione della percezione collettiva dei dati della realtà, nella distanza tra i numeri reali dei fenomeni sociali e quelli che vengono immaginati dalla stragrande maggioranza dei cittadini. E’ un indice comparativo rilevato periodicamente, per esempio, dall’Istituto Ipsos Mori nella cui ultima ricerca sui “pericoli della percezione” (2018) eravamo al primo posto in Europa e dodicesimi al mondo in quanto a distorsione percettiva. Tra i principali dati analizzati dalle ricerche c’è la differenza tra il calo reale degli omicidi in Italia negli ultimi quindici anni del trenta per cento e, viceversa, la percezione pubblica di un loro aumento, con la conseguente diffusione del senso di insicurezza e paura, anche alimentato dalle fake news sui social. Se poi allarghiamo l’orizzonte temporale, il picco di omicidi rilevato dall’ISTAT nel nostro paese è nel 1991 con circa 2000 omicidi (ed altrettanto tentati), dopodiché c’è stato un calo progressivo, anno dopo anno, fino ad arrivare ai 271 morti ammazzati del 2020. Con un trend analogo di caduta per tutti i reati violenti.

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Il vaccino e la nave da guerra

La narrazione suprematista della vita attraverso due viaggi

Tra la vigilia e il giorno di natale sono iniziati due viaggi internazionali, forieri uno di vita e l’altro di morte. Il primo seguito passo passo da tutti i media, il secondo oscenamente ignorato.

Il 24 dicembre da Puurs, la cittadina belga che ospita la sede della Pfizer, sono partiti i tir per la distribuzione europea del vaccino anti-covd. Del percorso dei vaccini, in particolare dopo aver superato il confine del Brennero sappiamo tutto: dall’arrivo a Roma alla ripartenza di ciascuna dose per le diverse città italiane, fino ai nomi dei primi fortunati vaccinati, paese per paese, grazie alla copertura massiccia dell’operazione da parte di tutte le testate giornalistiche internazionali, nazionali e locali.

Il mattino dopo, 25 dicembre, inizia un altro e diverso viaggio: da La Spezia parte la prima delle due fregate FREMM, navi da guerra di ultima generazione costruite da Fincantieri, e consegnata in sordina al governo egiziano due giorni prima, il 23 dicembre, non solo senza alcun passaggio parlamentare, ma senza neanche un comunicato stampa né una testata giornalistica a raccontarlo. La notizia viene diffusa dalla Rete italiana pace e disarmo e solo dopo, timidamente, qualche giornale comincia a riprenderla, fino al 31 dicembre giorno in cui – mentre la fregata arriva ad Alessandria d’Egitto – i genitori di Giulio Regeni dichiarano di aver preparato un esposto-procura contro il governo italiano “per violazione della legge 185/90, che vieta le esportazioni di armi verso Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e l’Egitto rientra tra questi”. A quel punto l’informazione non può essere più taciuta e con l’inizio del nuovo anno esplode.

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Annotazioni per disarmare la cultura, il linguaggio e l’educazione

E’ probabile che la nonviolenza necessiti proprio di un commiato dalla realtà

così com’è al momento costituita,

al fine di dischiudere le possibilità di un immaginario politico rinnovato

Judith Butler

[La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico]

1. Disarmare la cultura

Lidia Menapace – partigiana e nonviolenta – che ci ha lasciati nei giorni scorsi, diceva spesso che, per una trasformazione nonviolenta della società, il primo passaggio è quello di “disinquinare il linguaggio politico da tutto il simbolico violento e militare” di cui è impregnato: se si chiede “ad un politico professionista di parlare senza metafore belliche, non arriva alla fine della prima frase, perché se non può dire tattica, strategia, schieramento, scendere in campo, alzare la guardia, abbassare la guardia ecc.” non sa come esprimersi. Ma questa ecologia del linguaggio riguarda tutti, aggiungeva Lidia Menapace, a cominciare dai media: “le attività umane sono molteplici, si possono prendere metafore dall’agricoltura, dall’artigianato, dalla tecnologia e scartare proprio quelle belliche”, escludendo – anche dal linguaggio – l’extrema ratio della guerra.

E tuttavia la violenza nelle parole e nei comportamenti discende dalle altre dimensioni della violenza, a partire dagli impliciti culturali che la prevedono. Spiega Johan Galtung – creatore del metodo Transcend per la trasformazione nonviolenta dei conflitti – che al di sotto ed a fondamento della violenza diretta (quella delle guerre, degli omicidi, dei comportamenti) ci sono altri due livelli di violenza: quella strutturale (che comprende l’economia, le leggi, il modello di sviluppo) e quella culturale, ancora più profonda che legittima le altre due, la più difficile da contrastare perché impregna di sé i significati profondi condivisi (come il patriarcato, il razzismo, il militarismo…).

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Attraversando il covid. Dieci brevi note di cura e consapevolezza

Dieci brevi note scritte da positivo al covid, in isolamento da due settimane con sintomi importanti, seppur non da ospedalizzazione e, per fortuna, ormai in miglioramento. Dieci note, come dieci tappe di un percorso di consapevolezza, oltre che di cura.

1. Il covid-19 c’è e viaggia tra di noi, attraverso noi

2. Quanto meno noi facciamo attenzione a lui, tanto più lui fa attenzione a noi

3. Non è un’influenza un po’ più seria, ma – se sintomatica – è un’influenza molto più insidiosa che, da un momento all’altro, può evolvere in una situazione disperata

4. Se questo non avviene sempre o almeno avviene meno di quanto potrebbe potenzialmente accadere (nonostante le centinaia di morti al giorno, che non sono numeri ma persone che lasciano i propri cari) è perché c’è una sanità pubblica, anche territoriale, che ancora tiene – soprattutto in alcuni territori, come l’Emilia Romagna dove vivo – nonostante anni sfascio sanitario in parti importanti del Paese

5. Nella maggior parte dei casi, il funzionamento della sanità pubblica è lo spartiacque tra la salute e la malattia, anzi tra la vita e la morte

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