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Quando i nodi vengono al pettine. La riapertura di scuole e università tra valori e disvalori costituzionali

Il 2 giugno ricorda non solo la nascita della Repubblica, ma anche l’elezione dell’Assemblea che scrisse la Costituzione italiana, la Carta fondante del nuovo Stato repubblicano, per la quale i Costituenti scelsero, come diceva Tullio De Mauro, “le parole più trasparenti”, affinché – in un un Paese appena uscito dalla guerra, che contava un numero elevato di analfabeti – il loro significato fosse comprensibile da tutti, senza alcuna ambiguità. Tra i dodici “principi fondamentali”, che definiscono la geografia dei valori e dei disvalori sui quali si fonda la Repubblica, voglio citare l’articolo 9 che “promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e l’artico 11 che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Principi chiari, precisi e incisivi nel loro significato: un valore da promuovere, un disvalore da ripudiare. E tuttavia i momenti di crisi, come quello che stiamo attraversando, fanno esplodere le contraddizioni. Nei momenti di crisi i nodi irrisolti vengono al pettine. Continua a leggere

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E’ tempo di porsi la radicale domanda di senso sul Servizio civile

Periodicamente, almeno una volta all’anno, in questo Paese qualcuno, a destra e/o a manca, rilancia il tema dell’obbligatorietà del sevizio civile. Questa volta l’occasione del dibattito è fornita dall’emergenza covid-19, che ha visto – in prima battuta – da un lato un think tank che si occupa di “innovazione” fare la proposta di rendere nuovamente obbligatorio il servizio civile sul modello svizzero, dove però – al contrario dell’Italia – anche il servizio militare è obbligatorio  e dall’altro l’appello di 53 figure della società civile italiana che chiedono di “ripensare e rilanciare” il Servizio civile universale per rispondere alle emergenze e come opportunità formativa . Tra gli interventi, a mio avviso, più interessanti quello dell’ex sottosegretario Luigi Bobba che propone di passare da 40mila a 400mila volontari in cinque anni con un piano che prevede un investimento, nel medio periodo, di 10 miliardi; quello del presidente della CNESC, Licio Palazzini, che ricorda che per consentire di svolgere il servizio civile ad almeno 100mila volontari all’anno bisognerebbe avere una dotazione annua di 600milioni di euro annui; quello di Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, e Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana Disarmo, che ribadiscono come prima di pensare al Servizio civile obbligatorio sia “fondamentale riuscire a garantire che quello Universale lo sia davvero, cioè che tutti coloro che lo desiderano lo possano svolgere pienamente”, ricordando opportunamente l’impegno, in questo senso, della campagna “Un’altra difesa è possibile”

A queste autorevoli riflessioni vorrei aggiungere che il tema dell’obbligatorietà o meno del servizio civile è del tutto secondario e derivato rispetto al tema dell’identità di questo istituto repubblicano, cioè al senso del servizio civile oggi.  Risposta che è ormai da tempo chiara e acquisita sul piano legislativo, esito delle lotte degli obiettori di coscienza al servizio militare e delle sentenze della Corte costituzionale, per cui il Sevizio civile universale – come recita la legge istitutiva (d. lgs. 6 marzo 2017, n. 40) con riferimento agli articoli 11 e 52 della Costituzione, e in continuità con la legge istitutiva del Servizi civile nazionale (L. 64/2001) – è “finalizzato, alla difesa non armata e nonviolenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli, nonché alla promozione dei valori fondativi della Repubblica”, ma che, invece, non è affatto acquisita sul piano culturale, politico ed economico. Ossia questo Paese ha nel proprio ordinamento giuridico due modelli di difesa – la difesa militare e la difesa civile, cioè “non armata e nonviolenta” – ma solo uno dei due viene trattato davvero come strumento di difesa nazionale, quello militare; l’altro viene trattato come strumento di “politica giovanile” (ancorché unica degna di questo nome), se non addirittura come mero ammortizzatore sociale. La comparazione delle risorse annue previste per i due modelli di difesa, esplicitano questa totale asimmetria: per la difesa militare la spesa pubblica per il 2020 è di 26,3 miliardi di euro (dati milex), per il servizio finalizzato alla “difesa non armata e nonviolenta” nelle più rosee previsioni del ministro Vincenzo Spadafora dovrebbe arrivare a 270 milioni all’anno, cioè – nella migliore delle ipotesi – ad un centesimo della spesa prevista per la difesa militare.

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Il virus e i giovani, quel furto di futuro che viene da lontano

Che questo non fosse un Paese per giovani era già ampiamente noto, ci sono dati strutturali che lo raccontano da tempo: il nostro Paese – mentre è stabilmente tra le prime quattro potenze dell’Unione Europa in quanto a spesa pubblica militare (dati SIPRI) – è terzultimo in quanto ad occupazione giovanile, penultimo in quanto a numero di laureati ed ultimo in quanto ad investimenti per l’istruzione, in riferimento percentuale alla spesa pubblica (dati Eurostat). La crisi sistemica da covid-19 ha fatto esplodere queste contraddizioni, riversando su giovani e studenti uno dei prezzi più alti di questa pandemia. Non in termini di vite umane, ma di furto di futuro. Un furto che, appunto, viene da lontano. Continua a leggere

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A futura memoria/2. Annotazioni nonviolente per preparare una fase nuova

Come avvenuto in marzo, anche in aprile ho annotato sulla mia pagina Facebook, quasi quotidianamente come in un taccuino personale, pensieri suscitati dell’evoluzione dell’epidemia da covid-19. Che ne punteggiano alcune ricadute sociali e culturali, proponendo un punto di vista disarmato e nonviolento. Li raccolgo qui, come personale diario della quarantena sociale e piste di lavoro non per il passaggio alla “fase due”, ma ad una fase del tutto nuova

2 aprile

La fragilità e la follia del sistema nel quale viviamo sono rappresentate dal fatto che gli Stati spendono, complessivamente, più di 1.800 miliardi di dollari all’anno per gli armamenti. Un terzo di queste risorse sono spese dai soli Stati Uniti, soprattutto per la loro enorme flotta armata intercontinentale. Ora, accade che sulla portaerei Roosevelt – la corazzata simbolo della potenza statunitense nei mari – centinaia di marinai siano contagiati dal covid-19 e non possano scendere a terra per non diffondere l’epidemia, in un Paese che non ha un sistema sanitario pubblico ed universale.
Armati fino ai denti, ma totalmente indifesi

3 aprile

Calcola il New York Time che la vendita di pistole negli USA in marzo ha avuto un boom (è il caso di dirlo) con la cifra record di due milioni di armi acquistate in un mese, per affrontare i pericoli dell’epidemia. Oltre alla stupidità della cosa in sé, è il segno della cultura del nemico – interno ed esterno – fortemente inculcata dai governi di quel Paese. Come l’uomo col martello che vede il mondo come un chiodo, l’americano medio è educato ad affrontare ogni crisi, di qualunque natura, con un’arma in mano. E le vittime da armi da fuoco negli Stati Uniti sono quasi 40.000 all’anno: un’epidemia virulenta che non prevede nessun lockdown

p.s.: in Italia, nello stesso periodo, le merci maggiormente vendute pare siano state lievito e farina

4 aprile

“O impareremo a vivere insieme come fratelli
o periremo insieme come stolti”

Il 4 aprile del 1968 veniva ucciso Martin Luther King jr, ma noi non ne abbiamo ancora appreso la lezione più importante Continua a leggere

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Le nuove liberazioni del tempo presente

Per la nostra generazione che non ha conosciuto direttamente la guerra ed ancor di più per quella dei nostri figli, che l’hanno solo sentita raccontare dai nonni o studiata a scuola, questo periodo di quarantena sociale che ha sospeso da oltre due mesi – tra le altre cose e per la prima volta nella storia della Repubblica – la scuola e l’Università nelle loro modalità tradizionali, rappresenta un momento traumatico di passaggio storico, che segnerà nella memoria personale e collettiva un “prima” e un “dopo”. Per questa ragione, questa Festa della Liberazione – coincidendo temporalmente con la visione, finalmente, della luce in fondo al tunnel dell’epidemia e preparando la fine della costrizione in casa – acquista un significato ulteriore rispetto a quello specifico della liberazione dalla guerra e dal fascismo. Ed anche del tutto nuovo perché, insieme al virus, è necessaria la liberazione da molte di quelle condizioni che sono concausa della tragedia che stiamo attraversando e che con il fascismo hanno molto a che fare.

Vediamone alcune, che si aggiungono alla liberazione dall’ignoranza, dalla paura e dalle armi che annotavo per il 25 aprile dello scorso anno.

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Pandemia come guerra, ossia la banalizzazione della complessità. I dieci errori di un paradigma sbagliato

Chiarire le nozioni,  screditare le parole intrinsecamente vuote,

definire l’uso delle altre attraverso analisi precise,

ecco un lavoro che, per quanto strano possa sembrare, 

potrebbe preservare delle vite umane

Simone Weil

Non ricominciamo la guerra di Troia

 

Come insegnano i filosofi del linguaggio, noi abitiamo la lingua che parliamo, perché il linguaggio costruisce e definisce gli elementi concettuali e simbolici del mondo in cui viviamo. La narrazione dell’impegno contro la pandemia in corso come una guerra – come fanno abitualmente i media e i governi di ogni Paese coinvolto – non è dunque solo un espediente metaforico ma, per le notevoli implicazioni culturali e politiche che questo racconto porta con sé, per il mondo di significati che costruisce, si configura come un vero e proprio paradigma interpretativo. Ma è il paradigma sbagliato, un errore epistemologico, per almeno dieci ragioni che provo qui ad elencare

1.semplifica ciò che è complesso

La pandemia che il pianeta stra attraversando è la dimostrazione che viviamo nel più complesso dei mondi possibili, nell’orizzonte dell’incertezza globale, in un sistema di sistemi nel quale davvero “il battito d’ali di una farfalla in Brasile provoca un tornado in Texas”, secondo la celeberrima formula del meteorologo Edward Lorenz. Il paradigma della guerra, invece, è il più banale degli schemi, la semplificazione estrema, la certezza assoluta: la riduzione del fenomeno a mera dicotomia di potenza – tra noi e il nemico – che perde di vista l’interconnessione tra le persone e tra le persone e la natura, ossia l’eco-sistema e le sue interazioni. Usare la narrazione sbagliata significa dunque costruire immaginari e narrazioni fallaci, che portano fuori strada e non aiutano a identificare e costruire soluzioni efficaci e durature. Continua a leggere

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A futura memoria. Annotazioni disarmate nell’epoca della “guerra” al virus

Come in un taccuino personale ho annotato sulla mia pagina Facebook, quasi quotidianamente, pensieri suscitati dell’evoluzione dell’epidemia da coronavirus. Che ne punteggiano alcune ricadute sociali e culturali, provando a decostruirne le metafore belliche che l’accompagnano. Le raccolgo qui, come personale diario della quarantena e piste di lavoro alla sua fine

 

27 febbraio

Una cosa è certa in questa faccenda dell’epidemia da coronavirus: la conferma, ancora una volta, che la difesa dalle vere minacce alla sicurezza collettiva non è costituita dalla difesa militare.
Tagliare le risorse per la sanità, la ricerca, il welfare, l’istruzione ed aumentare, per contro, le spese militari – come fatto da tutti i governi degli ultimi vent’anni – non aumenta, ma riduce drasticamente, le difese di tutti.

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Le quattro liberazioni dal fascismo oggi necessarie

Nel nostro Paese, per liberarci definitivamente dal fascismo, sempre ritornante sotto mentite spoglie, ci sono alcune fondamentali liberazioni preliminari ancora da realizzare.

La prima è la liberazione dall’ignoranza. Regolarmente il nostro Paese viene indicato dalle ricerche degli organismi internazionali come profondamente e tecnicamente ignorante. L’ultima di queste è l’annuale classifica dell’Index of ignorans a cura dell’organismo di ricerca internazionale Ipsos Mori che, a proposito de “i pericoli della percezione” – ossia della distorsione percettiva della realtà – indica negli italiani persistentemente i più ignoranti d’Europa rispetto alla conoscenza dei dati reali della società nella quale viviamo, in riferimento alle informazioni di base relative, per esempio, agli immigrati, alla criminalità, agli attentati terroristici ecc. Del resto, come certifica regolarmente l’ISTAT siamo ultimi in Europa per percentuale di popolazione laureata e l’unico Paese in cui i laureati sono meno del 20% della popolazione. Dati che si intrecciano a quelli, ormai classici e strutturali, dell’OCSE che indicano l’Italia come penultima in Europa, dietro alla Turchia, per analfabetismo funzionale e quart’ultima al mondo: ossia, almeno un italiano su tre – pur essendo andato a scuola – non è in grado di decodificare e comprendere un testo minimamente complesso. Come questo articolo, per esempio. Continua a leggere

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Servizio civile: né obbligo, né mini naja, ma pari dignità tra difesa militare e difesa civile

Periodicamente riparte la corsa, da destra e da sinistra, a mettere le mani sul Servizio Civile con proposte – al contempo ideologiche ed estemporanee – di obbligatorietà, che fanno il paio con la rinascente idea di lanciare (più o meno) mini “naje”. L’ultima proposta di legge in questo senso, è passata recentemente alla Camera con ben 453 voti a favore e 10 contrari (i deputati di LEU), più 6 astenuti. Nel caso del Servizio Civile obbligatorio, c’è, sostanzialmente, una motivazione fondata sulla necessità di formare il carattere dei giovani italiani: “un antidoto fondamentale alla desertificazione delle relazioni, delle reti sociali e di senso a cui stiamo progressivamente assistendo”, scrive l’ex ministra della difesa Roberta Pinotti. Nel caso della cosiddetta mini naja, nelle motivazioni della proposta di legge c’è scritto: “il raggiungimento di obiettivi quali la comprensione del valore civico della difesa della patria sancito dall’articolo 52 della Costituzione quale sacro dovere di ogni cittadino; cognizione degli alti valori connessi alla difesa delle istituzioni democratiche del Paese attraverso lo strumento militare in Italia e all’estero; conoscenza, in maniera diversificata a seconda dell’età e del grado di istruzione dei partecipanti, delle principali minacce alla sicurezza interna e internazionale”. Continua a leggere

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Che cosa significa sostenere la pace oggi? Qualche annotazione

Lo scorso sabato 9 marzo sono stato invitato alla sessione di lavoro introduttiva dell’Assemblea nazionale della Rete della Pace, svoltasi a Bologna, insieme a Susanna Camusso, Alex Zanotelli e ad alcuni referenti delle organizzazioni che ne fanno parte, per provare a rispondere alla domanda “Che cosa significa sostenere la pace oggi?”. Ecco alcune annotazioni buttate giù per il mio intervento, già pubblicato sul sito di Rete della Pace

Il passaggio di fase e le questioni aperte

Il quattro marzo del 2018 è avvenuto nel nostro Paese un passaggio di fase che non tutti a sinistra hanno colto, ma con il quale il movimento per la pace, nel suo insieme, deve fare i conti. Sono rimaste aperte, ed anzi aggravate, tutte le questioni che erano già sul tappeto e se ne sono aggiunte delle altre che modificano sostanzialmente il contesto nel quale ci muoviamo. Nonostante diversi esponenti della forza politica maggioritaria oggi al governo abbiano frequentato spesso le nostre assemblee, dicendo di condividere le nostre campagne, i temi sui quali ci siamo spesi negli anni passati sono ancora tutti drammaticamente sul tavolo. Irrisolti. Continua a leggere

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