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Il virus e i giovani, quel furto di futuro che viene da lontano

Che questo non fosse un Paese per giovani era già ampiamente noto, ci sono dati strutturali che lo raccontano da tempo: il nostro Paese – mentre è stabilmente tra le prime quattro potenze dell’Unione Europa in quanto a spesa pubblica militare (dati SIPRI) – è terzultimo in quanto ad occupazione giovanile, penultimo in quanto a numero di laureati ed ultimo in quanto ad investimenti per l’istruzione, in riferimento percentuale alla spesa pubblica (dati Eurostat). La crisi sistemica da covid-19 ha fatto esplodere queste contraddizioni, riversando su giovani e studenti uno dei prezzi più alti di questa pandemia. Non in termini di vite umane, ma di furto di futuro. Un furto che, appunto, viene da lontano. Continua a leggere

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A futura memoria/2. Annotazioni nonviolente per preparare una fase nuova

Come avvenuto in marzo, anche in aprile ho annotato sulla mia pagina Facebook, quasi quotidianamente come in un taccuino personale, pensieri suscitati dell’evoluzione dell’epidemia da covid-19. Che ne punteggiano alcune ricadute sociali e culturali, proponendo un punto di vista disarmato e nonviolento. Li raccolgo qui, come personale diario della quarantena sociale e piste di lavoro non per il passaggio alla “fase due”, ma ad una fase del tutto nuova

2 aprile

La fragilità e la follia del sistema nel quale viviamo sono rappresentate dal fatto che gli Stati spendono, complessivamente, più di 1.800 miliardi di dollari all’anno per gli armamenti. Un terzo di queste risorse sono spese dai soli Stati Uniti, soprattutto per la loro enorme flotta armata intercontinentale. Ora, accade che sulla portaerei Roosevelt – la corazzata simbolo della potenza statunitense nei mari – centinaia di marinai siano contagiati dal covid-19 e non possano scendere a terra per non diffondere l’epidemia, in un Paese che non ha un sistema sanitario pubblico ed universale.
Armati fino ai denti, ma totalmente indifesi

3 aprile

Calcola il New York Time che la vendita di pistole negli USA in marzo ha avuto un boom (è il caso di dirlo) con la cifra record di due milioni di armi acquistate in un mese, per affrontare i pericoli dell’epidemia. Oltre alla stupidità della cosa in sé, è il segno della cultura del nemico – interno ed esterno – fortemente inculcata dai governi di quel Paese. Come l’uomo col martello che vede il mondo come un chiodo, l’americano medio è educato ad affrontare ogni crisi, di qualunque natura, con un’arma in mano. E le vittime da armi da fuoco negli Stati Uniti sono quasi 40.000 all’anno: un’epidemia virulenta che non prevede nessun lockdown

p.s.: in Italia, nello stesso periodo, le merci maggiormente vendute pare siano state lievito e farina

4 aprile

“O impareremo a vivere insieme come fratelli
o periremo insieme come stolti”

Il 4 aprile del 1968 veniva ucciso Martin Luther King jr, ma noi non ne abbiamo ancora appreso la lezione più importante Continua a leggere

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Le nuove liberazioni del tempo presente

Per la nostra generazione che non ha conosciuto direttamente la guerra ed ancor di più per quella dei nostri figli, che l’hanno solo sentita raccontare dai nonni o studiata a scuola, questo periodo di quarantena sociale che ha sospeso da oltre due mesi – tra le altre cose e per la prima volta nella storia della Repubblica – la scuola e l’Università nelle loro modalità tradizionali, rappresenta un momento traumatico di passaggio storico, che segnerà nella memoria personale e collettiva un “prima” e un “dopo”. Per questa ragione, questa Festa della Liberazione – coincidendo temporalmente con la visione, finalmente, della luce in fondo al tunnel dell’epidemia e preparando la fine della costrizione in casa – acquista un significato ulteriore rispetto a quello specifico della liberazione dalla guerra e dal fascismo. Ed anche del tutto nuovo perché, insieme al virus, è necessaria la liberazione da molte di quelle condizioni che sono concausa della tragedia che stiamo attraversando e che con il fascismo hanno molto a che fare.

Vediamone alcune, che si aggiungono alla liberazione dall’ignoranza, dalla paura e dalle armi che annotavo per il 25 aprile dello scorso anno.

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I vivi e i morti. Rileggere Aldo Capitini nel tempo dell’epidemia

L’ingresso quotidiano nelle nostre case, attraverso tutti i media, del bollettino aggiornato delle vittime da covid-19 ha riportato prepotentemente e insistentemente sulla scena pubblica la grande rimossa dalla società dello spettacolo: la morte. Da fatto strettamente privato la morte – quella vera, non la sua rappresentazione abusata nelle fiction – è tornata ad essere un fatto pubblico, esposto, analizzato e commentato. Ma la morte, come insegna Aldo Capitini, uno dei pensatori italiani del ‘900 che maggiormente si è interrogato su questo tema, significa i morti. E la loro compresenza con i vivi. Per questo può essere  utile – proprio in questi giorni – rileggere i densi scritti di Capitini sulla “compresenza dei morti e dei viventi”. Come introduzione ai quali propongo qualche passaggio della mia breve “Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini” (acquistabile on line sul sito delle edizioni GoWare )

Aldo Capitini è tra i pochi filosofi che hanno pensato a fondo la morte, anzi specificamente i morti. E il loro contributo alla vita, anzi ai vivi. A partire da questo originale punto di osservazione, egli risale alle origini della filosofia occidentale. Secondo Capitini già i filosofi presocratici hanno compiuto una scelta decisiva e condizionante la ricerca successiva: la separazione netta dei morti dai viventi. Mentre il vivente è una presenza, il morto è un individuo del passato. Ciò significa che i morti, pur essendo già stati viventi, quindi presenti, diventano eventi. Eventi passati, che lasciano piccolissime, percettibili o più spesso impercettibili, tracce nella realtà. A sostegno della propria tesi Capitini ricorre alla teoria dello storico delle religioni Walter F. Otto che nell’opera Gli dei della Grecia mette l’accento sulla differente concezione dei morti in ambito arcaico e in ambito omerico.

Nel contesto culturale arcaico la morte riveste un carattere sacro, ed il “morto non è separato dalla comunità dei viventi” – scrive Otto citato da Capitini ne La compresenza dei morti e dei viventi – ma è considerato “più venerabile e potente”, invece in ambito culturale omerico “la sfera della morte ha perso il suo carattere sacro, gli dei olimpici non hanno nulla a che fare con i morti, vien anzi detto espressamente che essi aborriscono l’oscuro regno della morte”. Ed è proprio in questo ambito culturale-religioso che sorgono gli albori della filosofia occidentale: i greci pongono in primo piano l’uomo vivente e le domande che a lui ineriscono. Continua a leggere

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