Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? Il Manifesto Einstein-Russell

Quando qualche giorno fa (lunedì 11 aprile) sono stato invitato a parlare di disarmo nucleare a TV2000, la televisione della CEI, durante il programma Siamo Noi ed ho citato il Manifesto Einstein-Russell –visionabile qui (dal minuto 15.45 in avanti)non potevo immaginare che oggi 17 aprile – domenica di Pasqua – papa Francesco avrebbe citato lo stesso Manifesto durante il Messaggio Urbi et Orbi in Piazza San Pietro. Ancora una volta segno della grande sintonia tra la lungimiranza di Bergoglio e l’impegno pacifista universale di tutti i tempi, laico e religioso. Il Manifesto Einstein-Russell, reso noto nel luglio 1955, chiedeva ai governi del mondo il disarmo atomico e la ricerca di “mezzi pacifici per la soluzione di tutti i loro motivi di contesa”. E’ frutto dell’impegno comune del filosofo inglese Bertrand Russel e del fisico tedesco Albert Einstein nel quale, qualche mese prima, il primo scriveva al secondo «penso che eminenti uomini di scienza dovrebbero fare qualcosa di spettacolare per aprire gli occhi ai governi sui disastri che possono verificarsi», in un fitto carteggio che, infine, diede vita al Manifesto, firmato da eminenti scienziati ed intellettuali del tempo, tra i quali anche i premi Nobel Max Born e Linus Pauling. E’ un manifesto di grande attualità, nel quale Einstein e Russell pongono il tema cruciale per la loro come per la nostra generazione: “Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?” Di seguito la versione integrale del Manifesto.

Nella tragica situazione che l’umanità si trova ad affrontare, riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi per valutare i pericoli sorti come conseguenza dello sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere una risoluzione nello spirito del documento che segue. Non parliamo, in questa occasione, come appartenenti a questa o a quella nazione, continente o credo, bensì come esseri umani, membri del genere umano, la cui stessa sopravvivenza è ora in pericolo. Il mondo è pieno di conflitti, e su tutti i conflitti domina la titanica lotta tra comunismo e anticomunismo. Chiunque sia dotato di una coscienza politica avrà maturato una posizione a riguardo. Tuttavia noi vi chiediamo, se vi riesce, di mettere da parte le vostre opinioni e di ragionare semplicemente in quanto membri di una specie biologica la cui evoluzione è stata sorprendente e la cui scomparsa nessuno di noi può desiderare. Tenteremo di non utilizzare parole che facciano appello soltanto a una categoria di persone e non ad altre. Gli uomini sono tutti in pericolo, e solo se tale pericolo viene compreso vi è speranza che, tutti insieme, lo si possa scongiurare.

Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: “Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?” La gente comune, così come molti uomini al potere, ancora non ha ben compreso quali potrebbero essere le conseguenze di una guerra combattuta con armi nucleari. Si ragiona ancora in termini di città distrutte. Si sa, per esempio, che le nuove bombe sono più potenti delle precedenti e che se una bomba atomica è riuscita a distruggere Hiroshima, una bomba all’idrogeno potrebbe distruggere
grandi città come Londra, New York e Mosca. È fuor di dubbio che in una guerra con bombe all’idrogeno verrebbero distrutte grandi città. Ma questa non sarebbe che una delle tante catastrofi che ci troveremmo a fronteggiare, e nemmeno la peggiore. Se le popolazioni di Londra, New York e Mosca venissero sterminate, nel giro di alcuni secoli il mondo potrebbe comunque riuscire a riprendersi dal colpo. Tuttavia ora sappiamo, soprattutto dopo l’esperimento di Bikini, che le bombe atomiche possono portare gradatamente alla distruzione di zone molto più vaste di quanto si fosse creduto.

Fonti autorevoli hanno dichiarato che oggi è possibile costruire una bomba 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Se fatta esplodere a terra o in mare, tale bomba disperde nell’atmosfera particelle radioattive che poi ridiscendono gradualmente sulla superficie sotto forma di pioggia o pulviscolo letale. È stato questo pulviscolo a contaminare i pescatori giapponesi e il loro pescato. Nessuno sa con esattezza quanto si possono diffondere le particelle radioattive, ma tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che una guerra con bombe all’idrogeno avrebbe un’alta probabilità di portare alla distruzione della razza umana. Si teme che l’impiego di molte bombe all’idrogeno possa portare alla morte universale – morte che sarebbe immediata solo per una minoranza, mentre alla maggior parte degli uomini toccherebbe una lenta agonia dovuta a malattie e disfacimento. In più occasioni eminenti uomini di scienza ed esperti di strategia militare hanno lanciato l’allarme. Nessuno di loro afferma che il peggio avverrà per certo. Ciò che dicono è che il peggio può accadere e che nessuno può escluderlo. Non ci risulta, per ora, che le opinioni degli esperti in questo campo dipendano in alcuna misura dal loro orientamento politico e dai loro preconcetti. Dipendono, a quanto emerso dalle nostre ricerche, dalla misura delle loro competenze. E abbiamo riscontrato che i più esperti sono anche i più pessimisti.

Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? È una scelta con la quale la gente non vuole confrontarsi, poiché abolire la guerra è oltremodo difficile. Abolire la guerra richiede sgradite limitazioni alla sovranità nazionale. Ma forse ciò che maggiormente ci impedisce di comprendere pienamente la situazione è che la parola “umanità” suona vaga e astratta. Gli individui faticano a immaginare che a essere in pericolo sono loro stessi, i loro figli e nipoti e non solo una generica umanità. Faticano a comprendere che per essi stessi e per i loro cari esiste il pericolo immediato di una mortale agonia. E così credono che le guerre potranno continuare a esserci, a patto che vengano vietate le armi moderne. Ma non è che un’illusione. Gli accordi conclusi in tempo di pace di non utilizzare bombe all’idrogeno non verrebbero più considerati vincolanti in tempo di guerra. Con lo scoppio di un conflitto armato entrambe le parti si metterebbero a fabbricare bombe all’idrogeno, poiché se una parte costruisse bombe e l’altra no, la parte che ha fabbricato le bombe risulterebbe inevitabilmente vittoriosa. Tuttavia, anche se un accordo alla rinuncia all’armamento nucleare nel quadro di una generale riduzione degli armamenti non costituirebbe la soluzione definitiva del problema, avrebbe nondimeno una sua utilità. In primo luogo, ogni accordo tra Oriente e Occidente è comunque positivo poiché contribuisce a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo, l’abolizione delle armi termonucleari, nel momento in cui ciascuna parte fosse convinta della buona fede dell’altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso come quello di Pearl Harbour, timore che al momento genera in entrambe le parti uno stato di agitazione. Dunque un tale accordo andrebbe accolto con sollievo, quanto meno come un primo passo.

La maggior parte di noi non è neutrale, ma in quanto esseri umani dobbiamo tenere ben presente che affinché i contrasti tra Oriente e Occidente si risolvano in modo da dare una qualche soddisfazione a tutte le parti in causa, comunisti e anticomunisti, asiatici, europei e americani, bianchi e neri, tali contrasti non devono essere risolti mediante una guerra. È questo che vorremmo far capire, tanto all’Oriente quanto all’Occidente. Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto. Se ci riuscirete, si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; altrimenti, vi troverete davanti al rischio di un’estinzione totale. Invitiamo questo congresso, e per suo tramite gli scienziati di tutto il mondo e la gente comune, a sottoscrivere la seguente mozione:

In considerazione del fatto che in una futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi sono una minaccia alla sopravvivenza del genere umano, ci appelliamo con forza a tutti i governi del mondo affinché prendano atto e riconoscano pubblicamente che i loro obbiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e di conseguenza li invitiamo a trovare mezzi pacifici per la risoluzione di tutte le loro controversie.

Albert Einstein
Bertrand Russell
Max Born
(Premio Nobel per la fisica)
Percy W. Bridgman
(Premio Nobel per la fisica)
Leopold Infeld
(Professore di fisica teorica)
Frédéric Joliot-Curie
(Premio Nobel per la chimica)
Herman J. Muller
(Premio Nobel per la fisiologia e medicina)
Linus Pauling
(Premio Nobel per la chimica)
Cecil F. Powell
(Premio Nobel per la fisica)
Józef Rotblat
(Professore di fisica)
Hideki Yukawa
(Premio Nobel per la fisica)

(Trad. it. di Aurelia Martelli)

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Etica della responsabilità e forza della nonviolenza per dare una chance al futuro

Non mi considero un nonviolento militante, ma ho acquistato la certezza assoluta che o gli uomini riusciranno a risolvere i loro conflitti senza ricorrere alla violenza, in particolare a quella violenza collettiva e organizzata che è la guerra, o la violenza li cancellerà dalla faccia della terra.
[Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace]

Nonostante le organizzazioni impegnate per la pace e il disarmo siano al lavoro trecentosessantacinque giorni all’anno con campagne informative e politiche, i “pacifisti” non sono mai stati chiamati tanto in causa nel dibattito pubblico come in questo momento. Ma quasi mai vengono invitati a presentare le loro posizioni: i diversi commentatori ne parlano facendo riferimento ad un’entità astratta, come una massa indistinta sventolante bandiere arcobaleno, della quale sanno poco o nulla per quanto riguarda i riferimenti culturali, le analisi, le ricerche, le azioni, le proposte. Chi vuol parlare di “pacifismo” – per contestare nel merito le posizioni dei pacifisti – dovrebbe almeno conoscere definizioni e questioni, elaborate da decenni di cultura e pratica della nonviolenza, sviluppate e applicate nell’ambito dalla peace research internazionale che ne fondano le proposte. A cominciare dalla conoscenza delle distinzioni semantiche di base, dei principi etici di riferimento, delle norme giuridiche che li recepiscono. Ecco allora alcuni elementi di base.

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Rompere lo schema antiquato della guerra. Aldo Capitini e l’alternativa della nonviolenza

Nella grave crisi che sta attraversando l’Europa, dove un paese – l’Ucraina – è occupato militarmente da una potenza nucleare – la Russia – con una guerra che al momento non vede alcuno sbocco positivo, le democrazie occidentali – dopo vent’anni di sciagurate guerre in Afghanistan ed in Iraq, che non hanno insegnato nulla – non trovano niente di più sensato che fornire armi al governo ucraino, contribuendo all’escalation bellica anziché al cessate il fuoco. In questo scenario mi pare utile condividere qualche riflessione sulla filosofia politica della nonviolenza di Aldo Capitini, che rompe lo schema antiquato della guerra, proponendo una alternativa razionale. C’è bisogno di orizzonti di senso differenti rispetto alla coazione a ripetere del fine che giustifica i mezzi ed al bellicismo dilagante, che sta conducendo al rischio – più reale che mai – dell’apocalisse nucleare. Quello che segue è un brano tratto da alcune pagine del volume Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini (Pasquale Pugliese, GoWare, 2018)

La nonviolenza per Aldo Capitini va nel profondo della realtà attuale, scova e smaschera ciò che – da sempre violenza – non appare più violenza; rimette in discussione l’esistente in tutti i suoi aspetti; apre le chiusure del passato e orienta il mondo verso il nuovo. “Chi commette la violenza, ripete passivamente millenni” – scrive profeticamente – “dire intrepidamente no è far posto ad altro”. Rompere gli schemi, a cominciare da quello più rigido e mostruoso: la guerra.

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Dalla “guerra” al virus al virus della guerra: critica della ragione bellica

Chiunque voglia sinceramente la verità

è sempre spaventosamente forte

Fëdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore

Quando nel 2020, insieme alla pandemia, ha cominciato a dilagare il paradigma bellico per narrare l’impegno collettivo per salvare le vite, svolgendo una critica alla banalizzazione della realtà che questo comportava ed ai suoi rischi, scrivevo – tra le altre cose – che il continuo far ricorso al paradigma della guerra, allo sforzo bellico di chi è in “trincea” contro il virus, rimanda alla “ri/costruzione di un immaginario positivo della guerra come sforzo collettivo, come mobilitazione patriottica, come esaltazione della potenza militare”. In un Paese nel quale il pudore della guerra, insito nel “ripudio” costituzionale, faceva che sì che – fino a quel momento – veri interventi militari in giro per il pianeta fossero ossimoricamente definiti “missioni di pace”, la guerra – associata ossessivamente all’impegno di chi salva vite umane, invece di ucciderle – era tornata ad essere rivalutata come metafora di valore, anziché di disonore (queste riflessioni oggi si trovano in Disarmare il virus della violenza, 2021). Da lì ad un anno, questo paradigma avrebbe modellato la realtà, inverandosi nella nomina di un generale di corpo d’armata a Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, portando con sé notevoli implicazioni culturali e politiche nella ridefinizione dell’immaginario collettivo, che oggi si stanno manifestando in tutta la loro potenza di fuoco all’interno del passaggio repentino dalla “guerra” al virus al virus della guerra guerreggiata, in cui la “necessità” del coinvolgimento italiano – non in un processo di mediazione e interposizione tra le parti, ma attraverso l’invio di armi a sostegno di una parte (dopo un decennio di vendita all’altra, ndr) – è diffusa ossessivamente nella narrazione pubblica e confermata nelle scelte politiche. Eliminando qualunque possibilità di analisi più complessa dello schierarsi sull’attenti con l’elmetto in testa.

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Krippendorff e la critica dell’istituzione militare

Apprendo della morte di Ekkehart Krippendorff, il grande politologo tedesco, pacifista, che ho conosciuto nei seminari del Movimento Nonviolento su “Politica e Nonviolenza”. Nel 2003, appena uscita in italiano,  avevo letto la sua raccolta di saggi L’arte di non essere governati. Politica etica da Socrate a Mozart e successivamente l’edizione italiana (meritoriamente pubblicata da Gandhi Edizioni nel 2008) del suo fondamentale testo degli anni Ottanta del ‘900 – ormai un classico della critica politica – Lo Stato e la guerra. L’insensatezza delle politiche di potenza. Per ricordarlo, o farlo conoscere, ripubblico qui, ancora una volta, un mio articolo del 2011 che riassume, riprendendone alcuni passaggi, il suo saggio serio ed efficace Critica dell’istituzione militare. Le cui tesi sono valide oggi più che mai.

Perché, pur in un momento di crisi e di ossessiva invocazione del rigore nel bilancio dello Stato, non si tagliano le spese militari? Perché, nonostante i drammatici tagli alla spesa pubblica imposti dal governo, solo flebili voci – per lo più extraparlamentari e marginali – chiedono una stretta a queste folli spese di morte che pre/vedono dei costi abnormi? Perché, per la stragrande maggioranza di forze politiche, sindacali, mediatiche non è assurda la crescita di questo unico capitolo di spesa pubblica, ma è assurda la richiesta che venga tagliato? Talmente assurda che non si pongono neanche il problema? Continua a leggere

Senza cippi né monumenti

Ad un secolo dalla “grande guerra” i martiri dimenticati di Reggio Emilia

Era il 2011 quando la Scuola di Pace di Reggio Emilia decise di avviare il percorso di ricerca storica sulla vicenda tragica di Fermo Angioletti e Mario Baricchi, le giovanissime vittime reggiane cadute sotto il fuoco dei carabinieri, di fronte al Teatro Ariosto, mentre manifestavano contro il comizio interventista di Cesare Battisti, il 25 febbraio dei 1915. Martiri per la pace, dimenticati.210212

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La legge di stabilità militare…

…e la controfinanziaria della Campagna Sbilanciamoci!

La “legge di stabilità militare” non è una specifica “legge di stabilità” ma un principio generale della politica italiana: passano i governi, cambiano le maggioranze e le politiche economiche, ma ciò che rimane invariata, qualunque cosa accada, è la stabilità militare. Anzi, poiché la stabilità si mantiene accrescendola, come spiega il Rapporto 2014 della Campagna Sbilanciamoci! (una vera e propria “controfinanziaria”) presentato la settimana scorsa, “dal 1948 la spesa militare in Italia è sempre cresciuta in termini reali e proprio negli ultimi vent’anni, secondo la base dati della spesa pubblica per funzioni pubblicata dall’Istat, l’Italia ha registrato un aumento di quasi il 25% in termini reali per la sola Funzione Difesa”. Naturalmente (si fa per dire…) anche la “legge di stabilità” del governo Letta, si conforma alla permanente legge di stabilità militare, seguita da tutti i governi precedenti. Continua a leggere

Note sparse verso il 24° Congresso del Movimento Nonviolento

Da Brescia a Torino: consolidamento delle reti, chiarificazione dei temi

Un rapido sguardo a ritroso, per costruire un promemoria delle più importanti inziative nazionali del
Movimento Nonviolento, realizzate nei tre anni che ci separano dal Congresso di Brescia 2010, ci
riconsegna la fotografia di una fase di grande impegno del nostro Movimento, centrato sul tema del
disarmo:
− co-promozione della Marcia della pace per la fratellanza dei popoli – Perugia-Assisi, 2011
− Festa per i 50 anni del Movimento Nonviolento – Verona, 2012
− manifestazione e visita all’ex carcere militare di Peschiera del Garda – 2012
− co-promozione del Convegno per i 40 anni della legge sull’OdC – Firenze, 2012
− co-costruzione del 2 Giugno Festa della Repubblica che ripudia la guerra – Roma, 2013
− potenziamento dell’impegno nella Rete Disarmo e nella Campagna No-F35 – 2011-2013
− manifesto e coordinamento nazionale delle iniziative per il 2 ottobre – 2012/2013
− interlocuzione con l’intergruppo parlamentare per la pace – 2013
− Nascita di nuovi Centri territoriali attivi – 2011-2013
− Costituzione del Gruppo Giovani – 2013
− Campagna in difesa del Parco dell’Alta Murgia – 2013

Questo primo, parziale elenco delle iniziative lascia intravedere il non facile lavorìo per il
consolidamento delle connessioni esistenti e, in qualche caso, per la costruzione di nuove,
centrate sulla chiarificazione dei temi, nel quale l’apporto del MN è stato determinante.

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direttivo

Tra granai vuoti e arsenali pieni. Due Rapporti allo specchio

“Non si possono mettere a confronto spese sociali e spese militari, è demagogia!” è il refrain risuonato più volte nell’aula del Senato, tra lunedì 15 e martedì 16 luglio, sopratutto negli interventi dei senatori del centro-sinistra favorevoli ai caccia F35. Come se si volessero rimuovere dalla memoria collettiva, anzi esorcizzare, un secolo di lotte del movimento operaio per la pace e il lavoro, il disarmo e la giustizia sociale. Come se non fosse mai risuonato nel cuore delle istituzioni italiane il monito del primo presidente socialista della repubblica, Sandro Pertini, che di fronte alla ingiustizie planetarie e alla corsa agli armamenti (oggi, entrambi, più gravi di allora) tuonava: “si svuotino gli arsenali, strumenti di morte, si colmino i granai, fonte di vita”. Davvero una strana idea di demagogia, come se entrambi i capitoli di spesa pubblica – difesa sociale e difesa militare – non attenessero in ugual misura al tema della sicurezza dei cittadini rispetto alle minacce (in certi casi reali, in altri pretestuose) che incombono sulle vite di tutti. E come se le risorse investite su un capitolo di spesa non venissero a mancare per gli altri. Continua a leggere

Resilienza e coscientizzazione per educare nel tempo della globalizzazione

“Nell’uscire dalla grande crisi abbiamo dimostrato la nostra resilienza», ha detto Barack Obama nel discorso dell’inaugurazione. «Dinamismo resiliente», è la nuova parola d’ordine lanciata quest’anno al World Economic Forum di Davos. (Federico Rampini, su la Repubblica di oggi, 23 gennaio 2013).phpThumb_generated_thumbnail

Nel nostro piccolo, anche noi, avevamo indicato la resilienza come strumento essenziale per non soccombere nel tempo della globalizzazione, proprio a partire da una riflessione sugli USA. In questo articolo del 2006 su Azione nonviolenta, 1-2-3/2006. Forse merita rileggerlo.

Una cartolina dalla globalizzazione: New Orleans

Fiumi di parole sono state versate per descrivere la globalizzazone e allertare sulle sue conseguenze su persone e natura. Oggi possiamo registrare che i fenomeni reali stanno superando anche gli incubi hollywoodiani di fine secolo sul futuro prossimo venturo.
Per giorni New Orleans è regredita allo stato selvatico, con saccheggi, uccisioni e stupri. E’ diventata la città dei morti e dei morenti, una zona post-apocalittica in cui vagano quelli che Giorgio Agamben chiamava “homini sacri”: gli esclusi dall’ordine civile. Molto si potrebbe dire di questa paura che pervade la nostra vita, la paura che per qualche incidente naturale o tecnologico il nostro intero tessuto sociale possa disintegrarsi. Questo sentimento di fragilità dei nostri legami sociali è di per sé un sintomo sociale: proprio quando ci si aspetterebbe uno slancio di solidarietà davanti a una calamità, esplode l’egoismo più spietato. Continua a leggere