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Senza cippi né monumenti

Ad un secolo dalla “grande guerra” i martiri dimenticati di Reggio Emilia

Era il 2011 quando la Scuola di Pace di Reggio Emilia decise di avviare il percorso di ricerca storica sulla vicenda tragica di Fermo Angioletti e Mario Baricchi, le giovanissime vittime reggiane cadute sotto il fuoco dei carabinieri, di fronte al Teatro Ariosto, mentre manifestavano contro il comizio interventista di Cesare Battisti, il 25 febbraio dei 1915. Martiri per la pace, dimenticati.210212

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La legge di stabilità militare…

…e la controfinanziaria della Campagna Sbilanciamoci!

La “legge di stabilità militare” non è una specifica “legge di stabilità” ma un principio generale della politica italiana: passano i governi, cambiano le maggioranze e le politiche economiche, ma ciò che rimane invariata, qualunque cosa accada, è la stabilità militare. Anzi, poiché la stabilità si mantiene accrescendola, come spiega il Rapporto 2014 della Campagna Sbilanciamoci! (una vera e propria “controfinanziaria”) presentato la settimana scorsa, “dal 1948 la spesa militare in Italia è sempre cresciuta in termini reali e proprio negli ultimi vent’anni, secondo la base dati della spesa pubblica per funzioni pubblicata dall’Istat, l’Italia ha registrato un aumento di quasi il 25% in termini reali per la sola Funzione Difesa”. Naturalmente (si fa per dire…) anche la “legge di stabilità” del governo Letta, si conforma alla permanente legge di stabilità militare, seguita da tutti i governi precedenti. Continua a leggere

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Note sparse verso il 24° Congresso del Movimento Nonviolento

Da Brescia a Torino: consolidamento delle reti, chiarificazione dei temi

Un rapido sguardo a ritroso, per costruire un promemoria delle più importanti inziative nazionali del
Movimento Nonviolento, realizzate nei tre anni che ci separano dal Congresso di Brescia 2010, ci
riconsegna la fotografia di una fase di grande impegno del nostro Movimento, centrato sul tema del
disarmo:
− co-promozione della Marcia della pace per la fratellanza dei popoli – Perugia-Assisi, 2011
− Festa per i 50 anni del Movimento Nonviolento – Verona, 2012
− manifestazione e visita all’ex carcere militare di Peschiera del Garda – 2012
− co-promozione del Convegno per i 40 anni della legge sull’OdC – Firenze, 2012
− co-costruzione del 2 Giugno Festa della Repubblica che ripudia la guerra – Roma, 2013
− potenziamento dell’impegno nella Rete Disarmo e nella Campagna No-F35 – 2011-2013
− manifesto e coordinamento nazionale delle iniziative per il 2 ottobre – 2012/2013
− interlocuzione con l’intergruppo parlamentare per la pace – 2013
− Nascita di nuovi Centri territoriali attivi – 2011-2013
− Costituzione del Gruppo Giovani – 2013
− Campagna in difesa del Parco dell’Alta Murgia – 2013

Questo primo, parziale elenco delle iniziative lascia intravedere il non facile lavorìo per il
consolidamento delle connessioni esistenti e, in qualche caso, per la costruzione di nuove,
centrate sulla chiarificazione dei temi, nel quale l’apporto del MN è stato determinante.

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Tra granai vuoti e arsenali pieni. Due Rapporti allo specchio

“Non si possono mettere a confronto spese sociali e spese militari, è demagogia!” è il refrain risuonato più volte nell’aula del Senato, tra lunedì 15 e martedì 16 luglio, sopratutto negli interventi dei senatori del centro-sinistra favorevoli ai caccia F35. Come se si volessero rimuovere dalla memoria collettiva, anzi esorcizzare, un secolo di lotte del movimento operaio per la pace e il lavoro, il disarmo e la giustizia sociale. Come se non fosse mai risuonato nel cuore delle istituzioni italiane il monito del primo presidente socialista della repubblica, Sandro Pertini, che di fronte alla ingiustizie planetarie e alla corsa agli armamenti (oggi, entrambi, più gravi di allora) tuonava: “si svuotino gli arsenali, strumenti di morte, si colmino i granai, fonte di vita”. Davvero una strana idea di demagogia, come se entrambi i capitoli di spesa pubblica – difesa sociale e difesa militare – non attenessero in ugual misura al tema della sicurezza dei cittadini rispetto alle minacce (in certi casi reali, in altri pretestuose) che incombono sulle vite di tutti. E come se le risorse investite su un capitolo di spesa non venissero a mancare per gli altri. Continua a leggere

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Resilienza e coscientizzazione per educare nel tempo della globalizzazione

“Nell’uscire dalla grande crisi abbiamo dimostrato la nostra resilienza», ha detto Barack Obama nel discorso dell’inaugurazione. «Dinamismo resiliente», è la nuova parola d’ordine lanciata quest’anno al World Economic Forum di Davos. (Federico Rampini, su la Repubblica di oggi, 23 gennaio 2013).phpThumb_generated_thumbnail

Nel nostro piccolo, anche noi, avevamo indicato la resilienza come strumento essenziale per non soccombere nel tempo della globalizzazione, proprio a partire da una riflessione sugli USA. In questo articolo del 2006 su Azione nonviolenta, 1-2-3/2006. Forse merita rileggerlo.

Una cartolina dalla globalizzazione: New Orleans

Fiumi di parole sono state versate per descrivere la globalizzazone e allertare sulle sue conseguenze su persone e natura. Oggi possiamo registrare che i fenomeni reali stanno superando anche gli incubi hollywoodiani di fine secolo sul futuro prossimo venturo.
Per giorni New Orleans è regredita allo stato selvatico, con saccheggi, uccisioni e stupri. E’ diventata la città dei morti e dei morenti, una zona post-apocalittica in cui vagano quelli che Giorgio Agamben chiamava “homini sacri”: gli esclusi dall’ordine civile. Molto si potrebbe dire di questa paura che pervade la nostra vita, la paura che per qualche incidente naturale o tecnologico il nostro intero tessuto sociale possa disintegrarsi. Questo sentimento di fragilità dei nostri legami sociali è di per sé un sintomo sociale: proprio quando ci si aspetterebbe uno slancio di solidarietà davanti a una calamità, esplode l’egoismo più spietato. Continua a leggere

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40 anni dopo, rimane da conquistare il diritto alla difesa civile, non armata e nonviolenta

Le conclusioni al Convegno nazionale “Avrei (ancora) un’obiezione!” (pubblicato su Azione nonviolenta n.1-2/2013)AN gen feb 2013

L’appuntamento con i 40 anni dalla Legge ‘772 del 1972, che per la prima volta consentiva alla possibilità di dichiararsi obiettore di coscienza e di svolgere il servizio civile alternativo, per il Movimento Nonviolento è il compimento di un anno importante sul piano simbolico ma, soprattutto, su quello del proprio impegno politico. E’ un anno iniziato il 24 settembre del 2011 con la Marcia Perugia-Assisi, in occasione dei 50 anni della prima Marcia della Pace, voluta da Aldo Capitini, e proseguito con gli eventi legati ai 50 anni dalla propria fondazione, a cura dello stesso Capitini e di Pietro Pinna. Un anno dedicato non tanto alle celebrazioni ma alla questione – urgente – dell’impegno per il disarmo.

Anche questo importante convegno, intitolato non a caso Avrei (ancora) un’obiezione! – organizzato congiuntamente dal Movimento Nonviolento e dalla Conferenza Nazionale degli Enti di Servizio Civile – non è stato solo il doveroso omaggio ad una storia, alla nostra storia iniziata con la scelta solitaria di Pietro Pinna, ma ha messo in dialogo la Storia con il presente, attraverso la messa a fuoco del filo rosso tra la storia delle lotte per l’obiezione di coscienza ed il Servizio Civile Nazionale di oggi, dimostrando che questo legame non è soltanto quello di carattere generativo – perché senza l’obiezione di coscienza non ci sarebbe stato oggi il servizio civile – ma è un legame saldo e resistente, fondato sui contenuti comuni dell’obiezione di coscienza e del servizio civile, sia rispetto ai fini che rispetto ai mezzi. Continua a leggere

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Una proposta di lettura ai parlamentari che delegano al Governo la “riforma” delle Forze Armate

Un commento alla “Critica dell’istituzione militare” di Ekkehart Krippendorff, testo fortemente consigliato ai deputati (e ai loro elettori) che il prossimo 11 dicembre voteranno la legge che delega al Governo la riforma delle Forze Armate, che vuole tagliare il personale militare per comperare più armi (tra cui i cacciabombardieri F35), aumentando così complessivamente la spesa militare.                      (già pubblicato su http://pasqualepugliese.blogspot.it/2011/12/perche-le-spese-militari-sono-un-tabu.html )

Perché, pur in un momento di crisi e di ossessiva invocazione del rigore nel bilancio dello Stato, non si tagliano le spese militari? Perché, nonostante i drammatici tagli alla spesa pubblica imposti dal governo, solo flebili voci – per lo più extraparlamentari e marginali – chiedono una stretta a queste folli spese di morte che pre/vedono dei costi abnormi? Perché, per la stragrande maggioranza di forze politiche, sindacali, mediatiche non è assurda la crescita di questo unico capitolo di spesa pubblica, ma è assurda la richiesta che venga tagliato? Talmente assurda che non si pongono neanche il problema?

Ho trovato le risposte più convincenti a queste insistenti domande rileggendo alcune pagine del politologo tedesco Ekkehart Krippendorff ne “L’arte di non essere governati” (del 1999, ma pubblicato in italiano nel 2003), in particolare il capitolo “Critica dell’istituzione militare”.images

Riportiamone qualche brano:

“L’unica istituzione comune a tutti gli Stati è quella degli esperti in uniforme, accasermati, equipaggiati con le armi di volta in volta più moderne e conseguentemente addestrati all’applicazione della violenza fisica: i militari. Esistono Stati con o senza partiti, parlamenti, costituzioni scritte, tribunali indipendenti, con o senza presidenti, banche centrali, chiese di Stato, moneta propria, lingue nazionali e così via, ma tutti hanno le forze armate.

Globalmente considerati, tutti gli Stati spendono per le forze armate più che per l’educazione e la salute dei loro cittadini. Le forze armate sono il maggiore datore di lavoro in assoluto; i danni ambientali direttamente e indirettamente provocati dalle forze armate sono superiori a quelli provocati da ciascuna singola industria.Nel ventesimo secolo il numero di rovesciamenti violenti di singoli governi dovuti all’intervento delle forze armate supera quello causato da ribellioni politiche o rivoluzioni. Sono le forze armate ad aver scritto, come afferma Eric Hobsbawm nel suo bilancio del secolo passato – il capitolo più nero nella storia occidentale delle torture e del controterrore.

Dall’altro lato, proprio questa istituzione con le sue guerre, di cui soltanto nell’ultimo secolo sono cadute vittime milioni e milioni di persone, per tacere del numero molto più grande delle persone cacciate dalla loro terra e di quelle ridotte alla fame dalla conseguenze della guerra, riceve da parte delle scienze sociali un’attenzione relativamente modesta, e nella stampa e nell’opinione pubblica l’istituzione militare viene trattata solo come uno dei tanti temi.

L’istituzione militare non viene però vista come uno dei tanti organi dello Stato, bensì come quello addirittura più ovvio tra di essi. La maggior parte delle persone, quasi indipendentemente dalla loro provenienza culturale, sono in grado di immaginarsi tanto poco uno Stato senza forze armate quanto uno Stato senza bandiera o sedi del governo. Proprio per questo, pare, le forze armate sono così di rado oggetto di dibattito scientifico o pubblico. Si noti bene: l’istituzione e non le rispettive forze armate in concreto, che finiscono continuamente sulla “linea del fuoco” delle controversie politiche in quanto fattore di potere, sia come voce del bilancio pubblico, o ancora sotto l’aspetto dell’ottemperamento o meno dei loro compiti istituzionali.”

In realtà, in Italia, sono sottratte al dibattito pubblico le forze armate tout-court, sia come istituzione che come esercito “concreto”. Non sono mai al centro di “controversie politiche”, neanche in riferimento al bilancio dello Stato. Anzi, per la prima volta nella Storia repubblicana un ammiraglio in servizio viene nominato Ministro della Difesa – controllore e controllato in una persona sola – senza che nessuno batta un ciglio. Il confronto politico si è aperto perfino rispetto alla Chiesa cattolica e alle tasse non pagate per gli immobili, ma si evita accuratamente di occuparsi di spese per esercito e armamenti. Dunque il radicamento dell’ovvietà delle forze armate, nel nostro Paese, risiede ancora più nel profondo.images (6)

Proseguiamo la lettura:

“Ma già a questo punto si affollano le domande poste così di rado e a cui ancor più raramente viene data una chiara risposta: qual è la funzione dei militari? E’ possibile coglierne e spiegarne l’essenza ricorrendo alla loro “funzione”? (…)

Per capire perché l’istituzione militare sembri costituire una componente così ovvia dello Stato, quasi come un inno nazionale, un apparato fiscale o la polizia, perché l’idea pura e semplice di uno Stato senza portatori di uniforme sia per la classe politica di qualsiasi colore tanto insopportabile e impensabile quanto, ad esempio, quella di un papa che dubiti della paternità divina di Gesù Cristo o dell’Immacolata concezione; perché i rappresentanti politici senza le loro forze armate si sentano, per così dire, come se fossero nudi; insomma per cogliere la dimensione profonda di questo bisogno di sicurezza, è sufficiente, per cominciare, elencare i rituali militari mediante i quali gli Stati manifestano e testimoniano il loro reciproco rispetto: compagnie d’onore, sciabole guizzanti, bande militari, che fanno della più civile delle melodie una marcia ritmata e marziale, fucili con baionette lucide e appuntite, in basso punte di stivali allineate con il righello e in alto volti irrigiditi, addestrati a non mostrare nessuno stato d’animo, nessun sentimento umano, in modo che non possano distinguersi da macchine ubbidienti a qualsivoglia comando, occasionalmente lo sparo di salve di saluto e la parata al passo dell’oca.”

Si badi che Krippendorff non parla di rituali antichi e dimenticati, ma delle rinnovate parate militari che, in Italia, per esempio, oltre a “festeggiare” il 4 novembre – giornata che dovrebbe essere piuttosto di lutto a memoria, non retorica, delle vittime di tutte le guerre – si sono espanse anche al 2 giugno, Festa della Repubblica, che viene celebrata al passo dell’oca e con lo sfoggio di tutti gli osceni strumenti di morte, come se solo le forze armate rappresentassero degnamente la Patria.

Ancora:

“Questi rituali sono i resti reali e simbolici di quella prassi, caratteristica dell’epoca dell’assolutismo, mediante cui i dominatori facevano sfilare davanti ai loro ospiti i propri giocattoli da guerra allo scopo di mettere chiaramente in vista la potenza e le proprie capacità, che si trattasse di dissuasione o di intimidazione. In quella società di lupi dei giochi dinastici a somma nulla ognuno doveva aver paura di ogni altro ed essere in grado di minacciarlo per poter sopravvivere, oppure per restare (politicamente) in vita. Le parate e le dimostrazioni militari erano – e sono ancora! – espressione del timore di perdere i propri privilegi, la propria posizione, il trono. Esse lanciavano, e lanciano, però, anche un messaggio diretto verso la base: Io sono il tuo Stato, il tuo signore, tu mi dovresti temere e amare e non avere alcun altro signore oltre a me, e se sei disubbidiente, vedi allora quale potente macchina, che sta ai miei comandi, è in grado di sopraffarti. Infine i dominatori con le loro parate fanno coraggio a se stessi, per loro il passo di marcia di disciplinati soldati, il silenzio alla luce delle fiaccole, le marcette e gli uomini in uniforme rappresentano orgasmi sia acustici che visivi del potere”

Questi rituali militari, “orgasmi del potere”, risalgono all’epoca dell’assolutismo degli Stati moderni. Eppure, spiega Krippendorff, non è li che si trova l’origine della simbiosi tra Stato ed esercito, essa si forma ancora prima nel tempo, nel momento di passaggio tra il feudalesimo e l’epoca moderna. Gli stessi Stati moderni vennero creati da dinastie che avevano bisogno di fornire una “sistemazione durevole e sicura ai loro eserciti, ai quali soltanto dovevano il loro potere”. In quella fase fondativa non è “la guerra la continuazione della politica con altri mezzi”, secondo la definizione fornitane da Clausewitz, ma, al contrario avviene la fondazione della politica moderna come “continuazione della guerra con altri mezzi” Non a caso Niccolò Macchiavelli, padre della scienza politica moderna, fu anche uno stratega militare che guidò i fiorentini all’assedio di Pisa.imagesCA4YMBF9

Seguiamo il ragionamento di Krippendorff:

“La politica come continuazione della guerra con altri mezzi, il suo ruolo in quanto sguattera dell’autoconsapevolezza militare dei nuovi Stati, le cui strutture erano state sviluppate e finalizzate a soddisfare le necessità degli eserciti permanenti: dalla fortificazione delle città attraverso la costruzione di strade fino al sistema fiscale, dall’organizzazione cameralistico-mercantilistica della produzione nelle manifatture per i fabbisogni dell’esercito fino al censimento amministrativo della popolazione a scopo di reclutamento, dalle dottrine della virtù politica e dai codici militari fino all’edificazione strategica di castelli e palazzi posti nel centro delle libere città, dalla simbologia consistente nel fatto che il re indossava la stessa uniforme dei suoi ufficiali e soldati – essi infatti personificavano lo Stato, erano lo Stato – fino alle bandiere e agli emblemi del dominio (per lo più aquile e leoni), nei confronti dei quali ora il cittadino si doveva mostrare reverente e attraverso i quali poteva definirsi un senso statale e nazionale. Da tutti questi elementi, trasformatisi più volte, adattatisi alle mutate condizioni sociali, attraverso un processo di socializzazione, in parte a mezzo di indottrinamento sistematico (scuola, servizio militare obbligatorio), in parte mediante mutuo esercizio, le forze armate in quanto istituzione e la dimensione militare quale forma di pensiero divennero parte integrante della cultura e della statalità europea. (…)

[l’istituzione e la dimensione militare] Sono parte integrante della nostra cultura, dalla musica all’architettura fino alla letteratura, costituendo quindi anche lo sfondo, per lo più del tutto inconsapevole, del nostro modo di immaginare l’ordine e la sicurezzaOgni critica elementare di questa istituzione va quindi a cozzare contro strati profondi, consapevolmente coltivati dalla tradizione e cresciuti attraverso secoli di statualità moderna, che si sottraggono ad argomentazioni razionali, funzionali, o che sono difficilmente raggiungibili dalla critica stessa”.

Per cui, continua Krippendorff“uniformazione, accasermamento e legittimazione a scopo strategico di dominio dell’istituzione militare costituiscono la spina dorsale e le raison d’etre della statalità moderna”. (…) L’istituzione militare si è trasformata nel cancro di tutte le società, assorbe risorse materiali e intellettuali a discapito del bilancio statale per la salute, l’istruzione e la cultura, si nutre e si riproduce a spese della società civile che deve poi assumersi anche i costi dei anni provocati ogniqualvolta l’istituzione militare entra in azione uscendo dal suo stato di quiescienza”

La società civile paga dunque due volte, la prima quando – in tempi ordinari – alimenta le voraci casse di eserciti e armamenti, sottraendo risorse a tutti gli altri settori pubblici; la seconda nella ricostruzione del tessuto civile dopo che – nei tempi speciali – l’esercito è entrato in azione. Ciò riguarda sia l’azione che si rivolge verso l’esterno, con le guerre, quanto quella che si rivolge verso l’interno dello Stato con, appunto, i “colpi di stato” (“in due terzi degli Stati attuali sono i militari a comandare direttamente o indirettamente, e la politica economica e sociale si basa sul riconoscimento del primato dei privilegi militari”). Oggi, in Italia, il tempo ordinaro e il tempo speciale sono intrecciati e sovrapposti, con vent’anni di partecipazione consecutiva a guerre in giro per il mondo, che legittimano ancora di più la necessità di risorse economiche e di costosi armamenti, e la percezione di pace e “sicurezza” diffusa retoricamente all’interno del Paese.download

Che fare per liberarsi di questo cancro?

Poiché il problema ha radici profonde, culturalmente stratificate, la risposta, secondo Krippendorff, deve svolgersi allo stesso livelo di profondità e dunque proprio sul piano culturale, nelle sue differenti declinazioni: storica, di genere, scientifica e, infine, politica.

Storica: “il primo passo in direzione di un capovolgimento dei valori da parte della critica dell’istituzione militare consiste nello scrivere e leggere la storia, e sopratutto quella dell’epoca moderna, sotto l’aspetto del ruolo in essa giocato dalla violenza organizzata dallo Stato e dai suoi risultati sia socio-politici che cultural-ideologici. E’ la storia di una malattia sociale, la storia di una patologia”.

Di genere: “Sono uomini quelli che si sono organizzati in strutture militari, che difendono i loro privilegi nella forma di valori e orizzonti di senso militari e cercano di legittimare il loro potere attraverso la guerra. La critica dell’istituzione militare trapassa in critica del patriarcato”.

Scientifica: “E’ una via abbastanza diretta quella che collega la scienza naturale dei primordi dell’età moderna disposta alla violenza e l’istituzione militare quale asse portante dello Stato moderno. Alla base di ambedue queste manifestazioni della modernità sta la violenza come metodo; la scienza moderna e l’istituzione militare sono due delle sue forme di manifestazione, e entrambe hanno provocato effetti catastrofici. Esemplare al riguardo è la collaborazione tra di esse nello sviluppo della prima bomba atomica”.

Politica: “In quanto le forze armate, a partire dal diciassettesimo secolo, hanno pervaso la società politica, plasmandola e orientandola nel proprio senso, esse hanno segnato il discorso sulla politica ormai “statalizzata”, sulle dottrine della virtù politica e sugli ideali di possibili atteggiamenti sociali.(…) La famosa definizione di Clausewitz, secondo cui la guerra sarebbe lacontinuazione della politica con altri mezzi, non fa che tirare le conseguenze implicite nella tradizione macchiavellica, le conseguenze dell’aver definito la politica come la prosecuzione della guerra con altri mezzi diversi rispetto a quelli militari, cioè di aver pensato sempre politica e dimensione militare come un tutt’uno”.

Su tutti questi piani deve oggi svolgersi il “compito secolare” indirizzato in primo luogo all’opinione pubblica, da promuovere in maniera scientifica: “caratterizzare le forze armate per quello che esse sono oggettivamente e di fatto: l’istituzione più pericolosa e più avversa alla vita, e a un tempo la più dispendiosa, che sia mai stata inventata”.

Dunque, mi pare che sia tempo di non disperdere le energie e di mettersi al lavoro per promuovere un significativo e necessario disarmo culturale se vorremo ottenere, in un tempo ragionevole, ma misurabile sul piano della storia, un significativo e necessario disarmo militare, che pre/veda anche il taglio delle spese militari.

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Primato della coscienza, attenzione ai mezzi, azione come comunicazione

Un profilo di Aldo Capitini

(pubblicato su “Madrugada”, rivista trimestrale dell’associazione Macondo, n. 87/settembre 2012  dedicato ad Aldo Capitini)

 

Ma il profeta non è l’utopista.images

La differenza sta in ciò:

mentre l’utopista disegna una stupenda struttura di società ideale

ma ne rinvia l’attuazione a tempi migliori,

il profeta comincia subito, qui ed ora.

Norberto Bobbio

 

Norberto Bobbio, introducendo con queste parole il libro di Aldo Capitini “Il potere di tutti”, ne coglie il tratto della personalità: la coniugazione di pensiero e azione. Capitini apre la via italiana alla nonviolenza incardinandola su tre elementi che hanno una ricaduta qui ed ora nella sua vita e costituiscono, anche oggi, essenziali punti orientamento: primato della coscienza, attenzione ai mezzi, azione come educazione.

primato della coscienza

Alla Scuola Normale di Pisa, dove aveva ottenuto l’incarico di segretario, Capitini fa la prima obiezione di coscienza: rifiuta la tessera del partito fascista imposta dal direttore Giovanni Gentile. Nel ’33 è perciò licenziato e costretto a tornare dai genitori nella torre campanaria di Perugia. Il suo studiolo diverrà il punto d’incontro di una nuova generazione di antifascisti, molti dei quali prenderanno poi parte alla resistenza. Capitini mantiene una posizione  restistente non armata che lo porterà, per due volte, nelle carceri fasciste.   La personale persuasione gli consente di riconoscere anche in altri le azioni fondate sul primato della coscienza.554455_10150663943087763_1031870796_n

Finita la guerra, nel 1948 diventa punto di riferimento del giovane Pietro Pinna che, avendo deciso di dichiararsi obiettore di coscienza all’obbligo militare, gli scrive per avere conforto in quella scelta che lo avvierà nel calvario delle carceri militari. Capitini finché la scelta non è compiuta non risponde a Pinna, poi gli sarà a fianco nei processi e ne renderà pubblica l’azione solitaria. Il caso servirà ad avviare il dibattito che porterà nel 1972 alla legge per l’obiezione di coscienza.

Nel 1952, quando Danilo Dolci, da poco arrivato a Partinico, si stende nel letto dove un bambino è morto di fame e comincia un digiuno ad oltranza contro la povertà, l’unico biglietto di sostegno gli arriverà da Perugia, a firma Aldo Capitini.  Da allora Capitini rilancia sul piano nazionale l’antimafia sociale di Dolci, mentre i governi e la Chiesa sostenevano che in Sicilia la mafia non esiste.     Il filo rosso che le azioni di Capitini è evidente: assumere una posizione di coscienza e tenerla, anche da solo, affrontando responsabilmente le conseguenze. Mettendo il proprio peso sulla bilancia intima della storia[1].

attenzione ai mezzi

Nel paese di Macchiavelli, nel quale “il fine giustifica i mezzi”, Capitini, già durante il fascismo coglie la novità dell’insegnamento di Gandhi: il fine sta all’albero come il mezzo sta al seme, tra i due c’è lo stesso inviolabile legame, ossia siamo direttamente responsabili dei mezzi che usiamo.images (11)

A partire da questa persuasione, dopo essere stato nel ’37  tra i fondatori del movimento clandestino liberalsocialista – due rivoluzioni invece di una, massimo socialismo e massimo liberalismo – non ne condivide la confluenza nel Partito d’Azione, rimanendo isolato: svolge una critica serrata alla forma-partito e apre una modalità di azione politica nella quale il fine si realizzi già nel mezzo. Scrive nel ’49: Il partito è il mezzo e il potere è il fine. Ma può il mezzo essere diverso dal fine? Noi dobbiamo vedere la cosa da un punto più severo: bisogna fare un lavoro fuori del potere, un decentramento del potere, abituare a vedere il potere diffuso in tante cose fuori dal governo, in tante iniziative, atti, posizioni sentimenti, fondare una prospettiva diversa[2]

A partire da questa persuasione Capitini si concentra instancabilmente sulla costruzione di mezzi fondati su una “prospettiva diversa”: realizza i Centri di Orientamento Sociale; apre i Centri di Orientamento Religioso, vocati alla riforma religiosa; s’impegna nella creazione dell’Associazione per la Difesa e lo Sviluppo della Scuola Pubblica, quando non esisteva ancora la scuola media unificata; fonda la Società Vegetariana Italiana…

  azione come educazione

Il primato della coscienza e l’attenzione ai mezzi portano Capitini a sperimentare e teorizzare l’azione nonviolenta come azione educativa.

Svolta l’azione di coscientizzazione tra i giovani nel decennio ’33-’43, dopo la liberazione dell’Italia centrale, nel ’44, Capitini si rende conto che è necessario ancora un diffuso lavoro di formazione alla democrazia. Avvia così i Centri di Orientamento Sociale come mezzi di partecipazione dal basso e di educazione degli adulti. Nei COS tutti possono prendere la parola con pari dignità, operai e intellettuali, contadini e amministratori:al Cos si imparava ad esprimere il proprio pensiero in maniera evidente e semplice, ma s’imparava anche a lasciar parlare gli altri; e in questo modo si svolgeva un collaborante pensiero collettivo…e dopo ventidue anni di fascismo. Il Cos era uno spazio nonviolento e ragionante[3].img_10609
Nel dopoguerra, Capitini si rende conto che l’impegno più urgente è la promozione della pace e del disarmo, ancora a partire da un taglio educativo, che sviluppa attraverso alcune tappe: la realizzazione della Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli, da Perugia ad Assisi, del 24 settembre del 1961, con la quale convoca, per la prima volta, “il popolo della pace”: come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è in pericolo, come avrei potuto destare la consapevolezza della gente più periferica, se non impostando una manifestazione elementare come è una marcia?[4]; esito della Marcia è la nascita nel 1962 del Movimento Nonviolento, la cui “Carta programmatica” prevede come essenziali strumenti di lotta: l’esempio, l’educazione, la persuasione…[5]; nel 1964, fonda la rivista “Azione nonviolenta”, per porre “un centro in questo lavoro” che, come scrive sul primo numero, sarà informativo, teorico, pratico-formativo…perché la nonviolenza è infinita e creativa nel suo sviluppo[6].

 


[1]     “Elementi di un’esperienza religiosa”, ristampa anastatica 1990, Cappelli, Bologna

[2]              Oggi si trova in “Liberalsocialismo”, 1996 Edizioni e/o, Roma

[3]                  Oggi si trova in “opposizione e liberazione” (a cura di Piergiorgio Giacché), 2003, l’ancora del mediterraneo, Napoli

[4]     “In cammino per la pace”, 1962, Einaudi, Torino

[5]     Movimento Nonviolento www.nonviolenti.org

[6]     Editoriale del primo numero di “Azione nonviolenta”, gennaio 1964, Perugia

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Un 4 novembre dedicato alla pace e al disarmo

(Il 4 novembre dell’anno scorso facevo circolare queste note. Non sono ancora inattuali)

 

per onorare davvero la memoria dei caduti in tutte le guerre

per avviare un nuovo paradigma di civiltà e umanità

ferocia e tecnologia

Le oscene immagini dell’epilogo della guerra in Libia – che sono rimbalzate fino alla nausea nel circo mediatico, banalizzandone lo scempio, mentre sono oscurate regolarmente le “ordinarie” immagini di tutte le guerre, che potrebbero far riflettere sull’oscenità della guerra – fanno scrivere ad Adriano Sofri, su “la Repubblica” del 22 ottobre 2011 (“Kalashnikov e telefonini lo scempio del branco”), che “l’uomo è antiquato, o è pronto a ridiventarlo” anzi, continua più avanti, “gli umani sono ancora feroci e fanatici come nell’Iliade, come nella Bibbia. Sono antichi quanto e più di allora, ma hanno i telefonini”. La guerra e la sua persistente legittimazione politica e culturale tengono l’umanità ancorata al peggio di sè. Abbiamo fatto un salto tecnologico, ma nessun salto di civiltà; al contrario l’applicazione della tecnologia alla guerra ha fatto compiere all’umanità un balzo all’indietro. La guerra risponde alla logica del fine da raggingere che giustifica l’impiego di qualunque mezzo. Da quando il mezzo è stato potenziato enormemente dagli sviluppi tecnologici, è esplosa la capacità distruttiva e ridimensionato lo spazio di umanità.

l’imprinting al Novecento

La svolta tecnologica nella guerra è avvenuta in quella che ha aperto il Novecento, dandogli l’imprinting: la “Grande guerra”, chiamata così non solo per la sua dimensione intercontinentale ma sopratutto per la capacità distruttiva su larga scala che è stata messa in campo dagli eserciti. Quella guerra provocò la repentina riconversione delle moderne invenzioni tecniche in strumenti bellici, finalizzati al terrore di massa. Le nuove fabbriche fordiste, chimiche, meccaniche, areonautiche e navali, furono rapidamente convertite al servizio delle armi chimiche, dei carri armati, degli aerei da combattimento, dei sottomarini da guerra, moltiplicando la produzione in tutti i settori. La società e l’economia intera vennero coinvolte nello sforzo bellico e la guerra diventò, per la prima volta, di massa e totale. Un salto di qualità distruttiva definitivo, con 16 milioni di morti complessivi in quattro anni, che da allora in poi sarebbe stato sempre più amplificato, in un’escalation senza fine di armamenti, morte e distruzione. Fino ai campi di sterminio, fino ad Hiroshima e Nagasaki, e poi all’equilibrio del terrore, al napalm, all’uranio impoverito, alle armi battereologiche, ai cacciabombardieri nucleari, ai droni telecomandati…In un vortice di violenza presente sia quando le armi iper-tecnologiche vengono usate ai quattro angoli del pianeta, sia quando si accumulano e praparano le guerre, sottraendo ingenti risorse alle spese sociali e colonizzando la cultura profonda che non pre/vede e rende possibili le alternative.

uomini nel fango

E l’umanità? Mentre si fanno strada le armi di distruzione di massa, nella “Grande guerra” l’umanità è rintanata nelle trincee contrapposte, tra topi, cadaveri, neve e fango, dove sopravvivono e muoiono i giovani e giovanissimi coscritti (dello “stesso medesimo umore, ma la divisa di un altro colore”, cantava De Andrè), agli ordini di ufficiali spesso esaltati. “Uomini contro”, li definì il celebre film di Francesco Rosi, che, qualche volta, si riconobbero nella loro rispettiva umanità e decisero di affermarla, disobbedendo agli ordini, rifiutando di sparare. Lo racconta, tra gli altri, Emilio Lussu in “Un anno sull’altipiano” (libro da cui fu tratto il film di Rosi):

“Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, cosi viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!… Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffe’, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni. (…)Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volonta’, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo!”

militarizzazione di una generazione

Ma queste esitazioni dove emergeva l’umanità vennero severamente punite. Le renitenze e le diserzioni per non andare a morire nelle trincee d’Europa, gli ammutinamenti e le insubordinazioni di massa dei soldati sfiniti, le automutilazioni per trovare un temporaneo riparo nelle retrovie, le tregue spontanee dal basso – come la “piccola pace nella Grande guerra” che fu realizzata naturalmente dai soldati lungo tutto il fronte occidentale, per alcuni giorni, intorno al Natale del 1914, con l’intonazione di canti natalizi di pace nelle diverse lingue e scambi di poveri doni, incontrandosi nella terra di nessuno tra le due trincee (cfr Michael Jurgs “La piccola pace nella Grande guerra. Fronte occidentale senza armi 1914: un Natale senza armi”) – furono disubbidienze e obiezioni popolari alla logica della guerra. Per questo, orrore nell’orrore, nella “Grande guerra” si applicò per la prima volta su amplissima scala anche la decimazione, all’interno dei rispettivi fronti, di coloro che esitavano a dimenticare la propria umanità per diventare cieche e sorde macchine di morte. Intanto, la propaganda, condotta per la prima volta in maniera massificata sul “fronte interno” di ciascuno Stato, giustificava tutto ciò per i superiori interessi nazionalistici.

In Europa una generazione subì un processo di militarizzazione forzata e ideologica. La conseguenza principale saranno i fascismi e il nazismo che condurranno il mondo ad una nuova, ed ancora più spaventosa, catastrofe mondiale.

cambiare paradigma culturale

Oggi, nonostante il passaggio di millennio, siamo ancora pienamente dentro quel Novecento, inaugurato e connotato definitivamente dalla Grande guerra; dentro al paradigma del fine che giustifica mezzi, sempre più scientificamente distruttivi. Nonostante la fine di due guerrre mondiali, la conclusione della “Guerra fredda”, il crollo dei regimi totalitari, nonostante tutto ciò, le spese militari – per l’acquisto, il mantenimento e l’uso di ipertecnologie di morte – sono avviluppate in una escalation continua, su scala planetaria e nazionale, che non ha eguali in nessuna epoca storica. Il riarmo è in continua ascesa, tanto sul piano specificamente bellico quanto sui piani politico e culturale. Non a caso il nostro Paese è impegnato, consecutivamente da vent’anni, in guerre su molti fronti internazionali, chiamate “missioni di pace” nella “neolingua” orwelliana comunemente usata per aggirare la Costituzione, nella quale i padri costituenti avevano usato coscientemente la forza del verbo “ripudiare” proprio e solo in riferimento all’oscenità della guerra, in quanto “mezzo” per la risoluzione dei conflitti.

Siamo talmente dentro al tragico Novecento che – piuttosto che puntare sul disarmo militare e sulla messa a punto e sperimentazione di “mezzi” alternativi alla guerra per la “risoluzione delle controversie internazionali”, proiettandoci così in un’altro paradigma culturale e politico, quello del fine che si realizza già nel mezzo che si usa, come indicato dalla Costituzione – si continua a “festeggiare” il 4 novembre, la fine della “Grande guerra” come “Festa della Forze Armate”, ossia si festeggia proprio il “mezzo” che ci lega irrimediabilmente alla guerra.

un 4 novembre per il disarmo

Il ricordo e il lutto per le vittime delle guerre meritano un giorno di memoria e di raccoglimento, non di festa. Un modo affinchè il loro sacrificio sia di vero monito alle nuove generazioni è dedicare quel giorno alla riflessione sulla tragedia di tutte le guerre, all’impegno per il disarmo e alla promozione delle alternative possibili. Fra qualche anno saranno cento gli anni che ci separano dall’avvio della “Grande guerra”: se nel frattempo saremo riusciti a trasformare il 4 novembre in una giornata dedicata alla pace ed al disarmo, piuttosto che all’esercito, sarebbe un piccolo, ma importante, segnale che il secolo delle guerre sta finalmente passando. E che stiamo cominciando a costruire, almeno in Italia, un cambio di paradigma culturale per un salto di civiltà e di umanità.

(4 novembre 2011)

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Un nuovo impegno per il disarmo (militare e culturale) di fronte al più grave riarmo della storia

Uscito su “Azione nonviolenta-speciale disarmo” (8-9/2012), pubblichiamo oggi questo articolo in preparazione della Settimana internazionale per il Disarmo, che inizierà il 24 ottobre

Un mondo in pieno riarmo (e nessuno lo dice)
Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute, la più autorevole agenzia internazionale di monitoraggio delle spese militari(1), nel 1988 – anno che precede l’abbattimento del “muro di Berlino” – durante il quale si raggiunse il picco di spesa dell’epoca della “corsa agli armamenti”, le spese militari globali viaggiavano ben oltre i 1.400 miliardi di lollari (calcolati in US $ costanti 2010). Era l’inizio della fine dell'”equilibrio del terrore” durante il quale gli USA, la principale potenza mondiale, avevano una spesa militare annua di 540 mld di dollari e l’URSS la potenza antagonista spendeva 330 mld di dollari. Contro questa assurda escalation riarmista, anche nucleare, lungo tutti gli anni ’80 si sviluppò un imponente Movimento per il disarmo negli USA, in Europa, in Italia. “Corsa agli armamenti” e “disarmo” erano i temi all’odg nelle agende dei mezzi di informazione, dei partiti, della società civile, degli intellettuali.
La fine del mondo bipolare, con le rivoluzioni nonviolente nei paesi del blocco sovietico (imploso anche per essere più riuscito a sostenere quella dispendiosa rincorsa), aprono un nuovo scenario storico che in un primo tempo sembra portare ad una sorta di “dividendo di pace” – nonostante le guerre nel Golfo Persico e nella ex Jugoslavia – che riduce le spese militari globali: nel 1998 la Russia “crolla” a 20 mld di dollari; nel 1999 gli Usa spendono “appena” 367 mld di dollari.
Poi, dopo l’11 settembre 2001, la corsa globale agli armamenti riprende con un ritmo vorticoso, fino a raggiungere nel 2011 un nuovo picco: negli USA tocca la cifra di 711 mld di dollari (+ 30 % rispetto al 1988) ossia il 41% della spesa globale; nello stesso anno in Russia sale a 72 mld di dollari; si registra un grande balzo in avanti della Cina che raggiunge i 143 mld di dollari; l’Unione europea nel suo insieme, pur strangolata da una crisi economica senza precedenti, spende l’incredibile cifra di 407 mld di dollari, ossia molto di più di quanto spendeva l’URSS nel suo momento di massima espansione imperialista, prima del crollo. Insomma, la spesa militare globale raggiunge oggi la cifra stratosferica di 1.740 mld di dollari, mai raggiunta nella storia dell’umanità: un enorme processo di riarmo, in piena crisi economica globale.
Eppure (quasi) nessuno lo dice. Il riarmo e il disarmo sono i grandi temi rimossi di questo passaggio storico, usciti dall’agenda politica, dal circuito informativo, dall”orizzonte culturale e dunque dalla coscienza collettiva.

Il ripudio della Costituzione italiana
Il nostro Paese è stabilmente, da molti anni, tra le prime dieci potenze militari – nel 2011 mantiene i suoi 34,5 mld di dollari (equivalenti a 26 mld di euro) – e da vent’anni è consecutivamente impegnato in azioni di guerra nei vari scenari internazionali, alla “difesa” o meglio alla conquista dei cosiddetti “interessi nazionali” , spacciate per ossimoriche “missioni di pace”. E’ l’applicazione del cosiddetto “nuovo modello di difesa”, che “giustifica”, tra le altre cose, anche l’acquisto dei cacciabombardieri d’attacco F 35, in pieno contrasto con il sistema normativo italiano. A cominciare dalla Costituzione.
La Costituzione italiana si occupa dei temi della difesa in due articoli.
Il primo, l’art. 11, è uno dei dodici “principi fondamentali”, cioè i principi che formano l’architrave del nostro Patto di cittadinanza, nel quale si “ripudia la guerra” non solo “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma anche come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Questo principio fondamentale, unico articolo della Costituzione nel quale si usa la forza del verbo ripudiare, è la negazione della tradizione politica della “ragion di Stato”, della politica intesa come “fine che giustifica i mezzi”, ed è contemporaneamente l’apertura e l’orientamento alla ricerca di “strumenti” e “mezzi” alternativi alla guerra.
Il secondo, l’art. 52, afferma solennemente che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” e aggiunge che “il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge”. La Corte Costituzionale già nel 1985, sulla spinta del movimento degli obiettori di coscienza, aveva sentenziato che l’art. 52 va letto e interpretato scindendo il primo dal secondo comma, perché la difesa della Patria è un dovere per tutti i cittadini, non solo degli abili ed arruolati nelle forze armate. Il secondo comma si riferisce pertanto ad una modalità di difesa della Patria, quella armata – che oggi vede comunque “sospesa” l’obbligatorietà del servizio militare – accanto alla quale ce n’è un’altra: quella disarmata.
In diretto riferimento a questi principi costituzionali, la legge istitutiva del Servizio Civile Nazionale n.64/2001 indica come primo tra i “principi” e le “finalità” del SCN quello di “concorrere, in alternativa al servizio militare, alla difesa della Patria con mezzi e attività non militari”. Ossia pone le basi legislative per l’altra difesa, quella difesa disarmata, “mezzo” e “strumento” coerente con il costituzionale “ripudio della guerra”. Senonché “concorrere” nella lingua italiana significa “correre con”, correre insieme, ma può anche significare “essere in concorrenza” con il servizio militare. Ma è evidente come, nella realtà, la concorrenza sia del tutto sleale: per l’anno in corso di servizio civile, per ventimila volontari “difensori civili della Patria”, sono stati spesi 68 milioni di euro, meno della metà del costo medio di un solo caccia F-35, calcolato in una cifra che oscilla tra i 133 e i 170 milioni di euro, del quale si prevede l’acquisto di minimo 90 esemplari. 90 colpi mortali al Servizio Civile, al precario bilancio dello Stato, alla sempre più (essa si) ripudiata Costituzione italiana.

il disarmo culturale
Di fronte al drammatico scenario internazionale e al ripudio reiterato della nostra Costituzione, così come le generazioni passate – a partire dalla scelta solitaria di Pietro Pinna – consapevoli dell’esigenza del disarmo, hanno conquistato il diritto all’obiezione di coscienza ed al servizio civile alternativo, la generazione attuale ha il diritto ad accedere ad una nuova coscienza disarmista e il compito di conquistare il diritto alla difesa “non armata e nonviolenta” della Patria. La quale passa necessariamente attraverso il disarmo militare e la riconversione delle risorse dalla “difesa” fondata sullo “strumento” e “mezzo” della guerra a quella fondata sul “metodo” (Capitini) della nonviolenza. Si tratta di un cambiamento di paradigma culturale, ossia di una vera rivoluzione, seppur costituzionale.
E’ una rivoluzione che, per avvenire davvero, deve consapevolmente puntare a decostruire, a disarmare, appunto, il livello più radicato, quello che Johan Galtung indica come il terzo livello di profondità e chiama il “potere culturale”, cioè la dimensione simbolica della violenza che (quasi) tutti danno per scontata e ritengono inevitabile. Su di essa è costruito e reso socialmente accettabile il secondo livello, ossia la struttura militare-industriale-commerciale-mediatica del sistema di “difesa” fondato sulle forze armate, quello alimentato dalle crescenti spese militari pubbliche e dalla produzione e dal commercio delle armi, partecipato fortemente dal pubblico (settore in cui il “made in Italy” primeggia). Da questo deriva, infine, il primo livello, quello della guerra vera e propria agita sui molteplici “teatri” internazionali nei quali sono impegnati i “nostri ragazzi”, i soldati “combattenti”, da vent’anni senza soluzione di continuità: dal Golfo (uno e due), alla Somalia, alla Jugoslavia, all’Afghanistan, alla Libia…
Quanto sia profondo questo livello culturale e quanto sia gravoso, ma necessario e urgente, il compito del disarmo culturale lo ha analizzato compiutamente il sociologo Ekkeart Krippendorff: “esistono Stati con o senza partiti, parlamenti, costituzioni scritte, tribunali indipendenti, con o senza presidenti, banche centrali, chiese di Stato, moneta propria, lingue nazionali e così via, ma tutti hanno le loro forze armate. Globalmente considerati, tutti gli Stati spendono per le forze armate più che per l’educazione e la salute dei loro cittadini. (…). Dall’altro lato, proprio questa istituzione con le sue guerre, di cui soltanto nell’ultimo secolo sono cadute vittime milioni e milioni di persone, per tacere del numero molto più grande delle persone cacciate dalle loro terra e di quelle ridotte alla fame dalle conseguenze della guerra, riceve da parte delle scienze sociali un’attenzione relativamente modesta, e nella stampa e nell’opinione pubblica l’istituzione militare viene trattata solo come uno dei tanti temi. L’istituzione militare non viene però vista come uno dei tanti organi dello Stato, bensì come quello addirittura più ovvio tra di essi…”(2). A destra, come spesso a sinistra.

dis-velare la sicurezza e la difesa della Patria
Se ciò che traduciamo con la parola “verità” deriva dal greco alétheia che, come ha insegnato il filosofo Martin Heidegger, significa letteralmente non-nascondimento ossia dis-velamento, attraverso il disarmo culturale – ossia la presa di coscienza sulla verità della situazione attuale, sui piani della corsa agli armamenti e del ripudio della Costituzione repubblicana, piuttosto che della guerra – può avvenire il dis-velamento di un’altra idea di “difesa della Patria”.
Le forze armate non sono solo uno strumento di guerra potenziale, che diventa attuale esclusivamente quando entrano in azione. Esse sono strumento e mezzo di guerra in atto anche quando le armi non sparano, perché la quantità enorme di risorse pubbliche che vengono destinate alle spese militari, alla preparazione della guerra contro minacce ipotetiche o pretestuose, lasciano la Patria senza difesa ed insicura rispetto alle reali minacce alle quali sono gravemente sottoposti, qui ed ora, tutti i cittadini, sul proprio territorio, nella propria comunutà nazionale: le mafie, la disoccupazione e la precarietà del lavoro, la povertà e l’analfabetismo, i terremoti e i disastri idro-geologici…“La sicurezza è un bene condiviso la cui responsabilità è di tutti”(3), dice in un in’interista l’ammiraglio Di Paola, ministro della “difesa”, ma proprio investire miliardi di euro in armi, invece che in lavoro, scuola, sanità e servizi sociali, mina il “bene” della sicurezza di milioni di persone. Riempire gli arsenali e svuotare i granai è la peggiore delle risposte possibili alla crisi economica e sociale
Ripudiare davvero la guerra e avviare un serio disarmo attraverso la riconversione dalla difesa militare alla difesa civile, significa dunque rivedere – dis-velare – i concetti stessi di “minaccia”, di “sicurezza” e di “difesa” della Patria. Significa cambiare paradigma di riferimento, fuoriuscire dal “potere della violenza” che ci fa velo, e contemporaneamente liberare le risorse necessarie per la reale affermazione dei “principi fondamentali” sanciti nei primi dieci articoli della Carta costituzionale, quelli che offrono la sicurezza della cittadinanza: il lavoro, la solidarietà, l’uguaglianza, la cultura, la difesa del patrimonio naturale e cosi via. Del resto è uno studio economico dell’Università del Massachusset che dimostra come investendo un miliardo di dollari nel settore militare si creino (direttamente e indirettamente) 11.200 posti di lavoro, mentre investendo lo stesso miliardo nel settore educativo se ne creino ben 26.700 (di cui 15.300 direttamente) (4).

Gli “effetti collaterali”
Inoltre, il veritiero ripudio della guerra e la fondazione di una conseguente nuova “difesa della Patria” ha ulteriri ricadute dirette e indirette, positivi “effetti collaterli”. Su un piano diretto, la prima conseguenza è la costruzione – cioè la ricerca, la progettazione, il finanziamento, la preparazione ecc – di “mezzi” e “strumenti” differerenti per la risoluzione dei conflitti interni e internazionali: per esempio quei “Corpi civili di pace”, magari a dimensione europea, come avrebbe voluto Alex Langer, capaci di intervenire nei conflitti prima della loro degenerazione violenta, con gli strumenti della prevenzione, durante, con l’arte della mediazione e dopo, con i processi di riconciliazione.
Significa, inoltre, avviare ulteriori e conseguenti dis-velamenti che aprano la strada al cambiamento dei principali paradigmi culturali e formativi, per esempio nei campi della storiografia e della pedagogia. Nel primo caso avviando una rilettura critica delle vicende storiche, attraverso narrazioni capaci di uscire dalla retorica, o dal mito, della “violenza levatrice della storia”, riconoscendo il giusto peso e valore a tutte le azioni che hanno prevenuto, o risolto, i conflitti, o resistito ad un oppressore in maniera disarmata, civile o nonviolenta(5). Nel secondo caso impostando un progetto formativo nazionale capace di educare diffusamente – a partire dai primi anni dei percorsi scolastici – alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, per aiutare i più giovani a sviluppare quelle competenze esperienziali, prima ancora che teoriche, necessare per vivere nel tempo della complessità e della convivenza delle differenze.
Insomma, l’impegno per il diarmo apre il varco alla più lungimirante e vera (non-nascosta o dis-velata) sicurezza e difesa della Patria.

1.www.sipri.org
2.L’arte di non essere governati, Fazi editore, Roma, 2003
3.Corriere della Sera, 18 luglio 2012
4.http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/published_study/PERI_military_spending_2011.pdf
5.http://pasqualepugliese.blogspot.it/2010/12/historia-magistra-vitae.html

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