Pacifismo, anno zero? Nonviolenza, anno 74, d.G. (dopo Gandhi)

[Trascrizione dell’intervento svolto venerdì 20 maggio all’interno del Seminario nazionale “Pacifismo, anno zero”, a cura della rivista Vita e della Croce Rossa Italiana, in cui sono stato relatore insieme a Stefano Zamagni, Riccardo Bonacina e Rosario Valastro. Moderato da Stefano Arduni]

Il titolo del Seminario fa riferimento al presunto anno zero del “pacifismo”, ma poiché la datazione degli anni dipende dal tipo di calendario che si segue, io che seguo un calendario che prova a stare sui tempi della storia, anziché su quelli della cronaca, parlerò di Nonviolenza, anno 74, d.G. (dopo Gandhi). Cioè per esplorare questa parola polisemica, partirò da un anno preciso: il 1948. Nel quale accaddero tre fatti, dai quali possiamo far partire convenzionalmente questa datazione. Andiamo in ordine cronologico.

L’1 gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione della Repubblica italiana.

I Costituenti – che conoscevano personalmente che cosa fosse la guerra – iniziarono a lavorare alla Costituzione a poco meno di un anno dalla tragedia delle bombe atomiche statunitensi su Hiroshima e Nagasaki. La Costituzione fu scritta con un linguaggio chiaro, efficace, inequivocabile: un’estetica della trasparenza che corrispondeva ad un’etica della comprensibilità. Per questo non sembrò abbastanza esplicito il verbo “rinunciare” della prima stesura di quello che sarebbe diventato l’Articolo 11, perché avrebbe mantenuto implicitamente l’idea di un diritto al quale si rinuncia, e scelsero – invece – il verbo “ripudiare” che contiene il disprezzo per ciò che si è conosciuto e si vuole allontanare per sempre. L’incipitdel definitivo Articolo 11 – “L’Italia ripudia la guerra” diventò così elemento fondante di una una storia nuova rispetto al fascismo, fondato proprio sul militarismo come elemento identitario. Inoltre, non sembrò sufficiente ripudiare la guerra come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma aggiunsero anche come “mezzo di risoluzione delle controverse internazionali” perché i Costituenti – che non erano ingenui – avevano due consapevolezze: la prima, che i conflitti esistono e non sono eliminabili; la seconda, che nessun conflitto può essere risolto davvero con la guerra. Soprattutto nell’epoca atomica: è l’introduzione dell’etica della responsabilità nella Costituzione. Dunque i Costituenti ci stanno dicendo: noi siamo giunti a capire che la guerra non risolve i conflitti, d’ora in poi tocca a voi – alle generazioni successive – trovare mezzi e strumenti alternativi alla guerra per affrontarli e risolverli. Il secondo comma dell’articolo 11, infine, che “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” e “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, fa riferimento alle Nazioni Unite che erano nate già nell’ottobre del 1945 con lo stesso spirito della Costituzione italiana, ossia – come recita l’incipit della Carta fondante – per “liberare l’umanità dal flagello della guerra” attraverso la risoluzione delle “controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace, la sicurezza internazionale e la giustizia non siano messe in pericolo” (Carta delle Nazioni Unite, Art. 2). La Nato, come alleanza militare difensiva, sarebbe stata costituita solo nel 1949.

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L’arsenale della democrazia, lo scontro tra imperi e le politiche attive di pace

[opera di Anonimo 74, Roma, rione Monti]

C’è un salto di qualità nel paradigma della guerra per il ri/posizionamento globale delle superpotenze. Lo esplicita il discorso del presidente Joe Biden in visita il 3 maggio scorso alla Lockheed Martin, la più grande fabbrica di armamenti al mondo, negli stabilimenti di Troy in Alabama nella quale si producono i missili javelin inviati massicciamente dal governo USA a quello ucraino. Per il contesto specifico in cui è pronunciato, la gravità delle parole e l’informalità dei modi esplicita chiaramente il paradigma, che Limes chiama dello “scontro tra imperi” – iniziato dopo l’abbattimento del muro di Berlino dai “vincitori” della “guerra fredda” con l’attacco NATO a Belgrado nel 1999 e il relativo “bombardamento non accidentale dell’ambasciata di Cina a Belgrado” del 7 maggio – giunto, tra colpi e contraccolpi sui vari scacchieri del pianeta (Afganistan, Iraq, Siria, tra gli altri), all’invasione militare dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin dello scorso 24 febbraio, che ha decretato nuovamente “la fine della pace in Europa” (Limes, n.3/2022). Poiché il discorso di Biden – a dispetto della vision che veicola – è stato poco raccontato nel nostro paese, ne propongo di seguito alcuni stralci salienti (qui la versione integrale), ai quali aggiungo le riflessioni conseguenti.

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Armi, guerra e lotta. Tre letture tra pensiero magico, pensiero razionale e narrazione distorta

Nel giro di alcuni giorni sono uscite tre pubblicazioni importanti che aiutano a comprendere ciò che sta accadendo nel mondo e nel nostro paese, sia nella loro singolarità che nella possibile relazione reciproca fornita da una lettura incrociata. La prima delle tre pubblicazioni è il Rapporto SIPRI 2022, l’autorevole Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, relativo all’anno 2021, il quale dimostra con dati inoppugnabili come i governi nel loro complesso – anche nel secondo anno di pandemia – abbiano continuato inesorabilmente ad aumentare le spese militari dei bilanci pubblici, superando, per la prima volta nella storia, la soglia dei 2000 miliardi, giungendo fino a 2113 miliardi di dollari. Si tratta di una crescita dello 0,7% rispetto al 2020 e di un aumento del 12% in dieci anni, oltre che della conferma del raddoppio netto delle spese militari – sottratte agli investimenti civili – negli ultimi venti anni, ossia dall’avvio dell’aggressione militare guidata dagli USA in Afghanistan nel 2001, conclusasi lo scorso agosto. Non a caso gli Stati Uniti da soli rappresentano il 38% della spesa militare mondiale, mentre la spesa complessiva dei 30 Paesi della NATO equivale al 55% del totale globale e quella della Russia al 3,1%. In questo quadro L’Italia si conferma all’undicesimo posto al mondo per spesa in armamenti, con una crescita del 4,6% rispetto al 2020 (maggiore della media dell’Europa occidentale che si assesta su un +3,1%). Naturalmente, questi dati sono precedenti alla decisione dei governi europei di portare al 2% del PIL la propria spesa militare, su pressione della NATO. L’estrema gravità della situazione internazionale che ci vede – di fatto – dentro ad una guerra mondiale che si svolge, per il momento, all’interno del territorio ucraino con il rischio di divampare da un momento all’altro in tutta Europa, anche con l’uso delle armi nucleari (oltre alle diverse decine di altre guerre in corso nel pianeta sulle quali i media tacciono), dimostra – evidente/mente – che la crescita progressiva degli armamenti non porta più sicurezza e più pace, come viene millantato dai governi che la promuovono, ma esattamente il contrario: più insicurezza globale e più guerre ovunque. E’ solo la credenza diffusa in un pensiero magico, pre-razionale, ma funzionale al complesso militare-industriale internazionale – come abbiamo più volte spiegato, per esempio qui – che può consentire questa lucida follia che sta conducendo l’umanità sull’orlo dell’apocalisse nucleare. Anziché i folli capi di molti governi ad un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio).

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Passaggio in Sardegna, dove l’identificazione della violenza identifica i nonviolenti

Per il dizionario Garzanti la parola “identificare” ha un doppio significato: “riconoscere, stabilire, scoprire l’identità di una persona: identificare i passeggeri di una nave”, è il primo;determinare con esattezza, individuare: identificare le cause di un fenomeno” è il secondo. Il 22 aprile ad Iglesias si sono verificati entrambi i fenomeni identificativi, in una consequenzialità inversa rispetto all’ordine proposto dal dizionario. Andiamo allora con ordine, ricostruendo i fatti: sono stato invitato dagli amici del Movimento Nonviolento della Sardegna ad un giro di incontri di presentazione del libro Disarmare il virus della violenza (GoWare, 2018), iniziato appunto nel cuore del Sulcis nella Giornata della Terra, con la partecipazione all’iniziativa pubblica organizzata dal “Comitato Riconversione RWM per la pace e il lavoro sostenibile” – ossia dal Comitato impegnato per la riconversione al civile dell’industria bellica sita tra i territori di Iglesias e Domusnovas, dove vengono prodotte bombe come la Mk82 (tristemente nota per essere usata dall’Arabia Saudita nella guerra in Yemen), nell’ottica di uno sviluppo del territorio pacifico e sostenibile – all’interno della sala civica messa a disposizione nella sede municipale dal Comune di Iglesias. L’iniziativa era iniziata con le toccanti riflessioni dei bambini sulla pace e la guerra, aveva visto un mio approfondimento sul sistema di violenza – diretta, strutturale e culturale – che va, appunto, prima identificata per essere poi decostruita e infine disarmata, è continuata con interventi dei cittadini e delle associazioni presenti e si è conclusa con… le forze di polizia che – dopo aver assistito in sala all’intero evento – hanno proceduto all’identificazione di alcuni dei presenti. Sembrava una simulazione, ma era realtà: “Ringraziamo le forze dell’ordine per averci offerto una dimostrazione pratica del concetto di “violenza strutturale” illustrato proprio oggi ad Iglesias da Pasquale Pugliese, durante la presentazione del suo libro “Disarmare il virus della violenza”, ospite insieme a tante altre realtà del territorio”, ha scritto la Campagna STOP RWM nel suo comunicato

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Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? Il Manifesto Einstein-Russell

Quando qualche giorno fa (lunedì 11 aprile) sono stato invitato a parlare di disarmo nucleare a TV2000, la televisione della CEI, durante il programma Siamo Noi ed ho citato il Manifesto Einstein-Russell –visionabile qui (dal minuto 15.45 in avanti)non potevo immaginare che oggi 17 aprile – domenica di Pasqua – papa Francesco avrebbe citato lo stesso Manifesto durante il Messaggio Urbi et Orbi in Piazza San Pietro. Ancora una volta segno della grande sintonia tra la lungimiranza di Bergoglio e l’impegno pacifista universale di tutti i tempi, laico e religioso. Il Manifesto Einstein-Russell, reso noto nel luglio 1955, chiedeva ai governi del mondo il disarmo atomico e la ricerca di “mezzi pacifici per la soluzione di tutti i loro motivi di contesa”. E’ frutto dell’impegno comune del filosofo inglese Bertrand Russel e del fisico tedesco Albert Einstein nel quale, qualche mese prima, il primo scriveva al secondo «penso che eminenti uomini di scienza dovrebbero fare qualcosa di spettacolare per aprire gli occhi ai governi sui disastri che possono verificarsi», in un fitto carteggio che, infine, diede vita al Manifesto, firmato da eminenti scienziati ed intellettuali del tempo, tra i quali anche i premi Nobel Max Born e Linus Pauling. E’ un manifesto di grande attualità, nel quale Einstein e Russell pongono il tema cruciale per la loro come per la nostra generazione: “Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?” Di seguito la versione integrale del Manifesto.

Nella tragica situazione che l’umanità si trova ad affrontare, riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi per valutare i pericoli sorti come conseguenza dello sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere una risoluzione nello spirito del documento che segue. Non parliamo, in questa occasione, come appartenenti a questa o a quella nazione, continente o credo, bensì come esseri umani, membri del genere umano, la cui stessa sopravvivenza è ora in pericolo. Il mondo è pieno di conflitti, e su tutti i conflitti domina la titanica lotta tra comunismo e anticomunismo. Chiunque sia dotato di una coscienza politica avrà maturato una posizione a riguardo. Tuttavia noi vi chiediamo, se vi riesce, di mettere da parte le vostre opinioni e di ragionare semplicemente in quanto membri di una specie biologica la cui evoluzione è stata sorprendente e la cui scomparsa nessuno di noi può desiderare. Tenteremo di non utilizzare parole che facciano appello soltanto a una categoria di persone e non ad altre. Gli uomini sono tutti in pericolo, e solo se tale pericolo viene compreso vi è speranza che, tutti insieme, lo si possa scongiurare.

Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: “Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?” La gente comune, così come molti uomini al potere, ancora non ha ben compreso quali potrebbero essere le conseguenze di una guerra combattuta con armi nucleari. Si ragiona ancora in termini di città distrutte. Si sa, per esempio, che le nuove bombe sono più potenti delle precedenti e che se una bomba atomica è riuscita a distruggere Hiroshima, una bomba all’idrogeno potrebbe distruggere
grandi città come Londra, New York e Mosca. È fuor di dubbio che in una guerra con bombe all’idrogeno verrebbero distrutte grandi città. Ma questa non sarebbe che una delle tante catastrofi che ci troveremmo a fronteggiare, e nemmeno la peggiore. Se le popolazioni di Londra, New York e Mosca venissero sterminate, nel giro di alcuni secoli il mondo potrebbe comunque riuscire a riprendersi dal colpo. Tuttavia ora sappiamo, soprattutto dopo l’esperimento di Bikini, che le bombe atomiche possono portare gradatamente alla distruzione di zone molto più vaste di quanto si fosse creduto.

Fonti autorevoli hanno dichiarato che oggi è possibile costruire una bomba 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Se fatta esplodere a terra o in mare, tale bomba disperde nell’atmosfera particelle radioattive che poi ridiscendono gradualmente sulla superficie sotto forma di pioggia o pulviscolo letale. È stato questo pulviscolo a contaminare i pescatori giapponesi e il loro pescato. Nessuno sa con esattezza quanto si possono diffondere le particelle radioattive, ma tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che una guerra con bombe all’idrogeno avrebbe un’alta probabilità di portare alla distruzione della razza umana. Si teme che l’impiego di molte bombe all’idrogeno possa portare alla morte universale – morte che sarebbe immediata solo per una minoranza, mentre alla maggior parte degli uomini toccherebbe una lenta agonia dovuta a malattie e disfacimento. In più occasioni eminenti uomini di scienza ed esperti di strategia militare hanno lanciato l’allarme. Nessuno di loro afferma che il peggio avverrà per certo. Ciò che dicono è che il peggio può accadere e che nessuno può escluderlo. Non ci risulta, per ora, che le opinioni degli esperti in questo campo dipendano in alcuna misura dal loro orientamento politico e dai loro preconcetti. Dipendono, a quanto emerso dalle nostre ricerche, dalla misura delle loro competenze. E abbiamo riscontrato che i più esperti sono anche i più pessimisti.

Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? È una scelta con la quale la gente non vuole confrontarsi, poiché abolire la guerra è oltremodo difficile. Abolire la guerra richiede sgradite limitazioni alla sovranità nazionale. Ma forse ciò che maggiormente ci impedisce di comprendere pienamente la situazione è che la parola “umanità” suona vaga e astratta. Gli individui faticano a immaginare che a essere in pericolo sono loro stessi, i loro figli e nipoti e non solo una generica umanità. Faticano a comprendere che per essi stessi e per i loro cari esiste il pericolo immediato di una mortale agonia. E così credono che le guerre potranno continuare a esserci, a patto che vengano vietate le armi moderne. Ma non è che un’illusione. Gli accordi conclusi in tempo di pace di non utilizzare bombe all’idrogeno non verrebbero più considerati vincolanti in tempo di guerra. Con lo scoppio di un conflitto armato entrambe le parti si metterebbero a fabbricare bombe all’idrogeno, poiché se una parte costruisse bombe e l’altra no, la parte che ha fabbricato le bombe risulterebbe inevitabilmente vittoriosa. Tuttavia, anche se un accordo alla rinuncia all’armamento nucleare nel quadro di una generale riduzione degli armamenti non costituirebbe la soluzione definitiva del problema, avrebbe nondimeno una sua utilità. In primo luogo, ogni accordo tra Oriente e Occidente è comunque positivo poiché contribuisce a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo, l’abolizione delle armi termonucleari, nel momento in cui ciascuna parte fosse convinta della buona fede dell’altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso come quello di Pearl Harbour, timore che al momento genera in entrambe le parti uno stato di agitazione. Dunque un tale accordo andrebbe accolto con sollievo, quanto meno come un primo passo.

La maggior parte di noi non è neutrale, ma in quanto esseri umani dobbiamo tenere ben presente che affinché i contrasti tra Oriente e Occidente si risolvano in modo da dare una qualche soddisfazione a tutte le parti in causa, comunisti e anticomunisti, asiatici, europei e americani, bianchi e neri, tali contrasti non devono essere risolti mediante una guerra. È questo che vorremmo far capire, tanto all’Oriente quanto all’Occidente. Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto. Se ci riuscirete, si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; altrimenti, vi troverete davanti al rischio di un’estinzione totale. Invitiamo questo congresso, e per suo tramite gli scienziati di tutto il mondo e la gente comune, a sottoscrivere la seguente mozione:

In considerazione del fatto che in una futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi sono una minaccia alla sopravvivenza del genere umano, ci appelliamo con forza a tutti i governi del mondo affinché prendano atto e riconoscano pubblicamente che i loro obbiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e di conseguenza li invitiamo a trovare mezzi pacifici per la risoluzione di tutte le loro controversie.

Albert Einstein
Bertrand Russell
Max Born
(Premio Nobel per la fisica)
Percy W. Bridgman
(Premio Nobel per la fisica)
Leopold Infeld
(Professore di fisica teorica)
Frédéric Joliot-Curie
(Premio Nobel per la chimica)
Herman J. Muller
(Premio Nobel per la fisiologia e medicina)
Linus Pauling
(Premio Nobel per la chimica)
Cecil F. Powell
(Premio Nobel per la fisica)
Józef Rotblat
(Professore di fisica)
Hideki Yukawa
(Premio Nobel per la fisica)

(Trad. it. di Aurelia Martelli)

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“Pace o condizionatore acceso?” Pace è conversione nonviolenta ed ecologica

[murales di Laika, apparso a Roma in occasione dell’8 marzo]

“Ma lei preferisce la pace o il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”, rispose il presidente Draghi alla giornalista nella conferenza stampa del 6 aprile, dis/velando così ciò che sapevamo già: stiamo inviando montagne di armi al governo ucraino, assistendo agli orrori senza fine che prolungano la guerra – in un’escalation dagli esiti incontrollabili, anche potenzialmente nucleari – per preservarci dai sacrifici derivanti dalla rinuncia al gas russo. Eppure la nostra rinuncia a quelle forniture di gas – che rappresentano circa il 38% del gas complessivo importato dal nostro Paese, al costo di un miliardo di euro al giorno – per quanto particolarmente impegnativa per il nostro assetto economico, non solo potrebbe contribuire in maniera significativa al depotenziamento della guerra – come sottolineano anche nel loro appello Nadia Urbinati e Roberto Esposito (Domani, 9 aprile 2022) – ma si iscriverebbe anche all’interno di una modalità nonviolenta di gestione del conflitto. Fornendoci, al contempo, l’opportunità di accelerare la necessaria conversione ecologica dell’economia. Continuare ad inviare armi agli ucraini – invece – è funzionale al potenziamento della guerra, che prolunga la sofferenza degli ucraini, promuove l’escalation – fino alla possibilità del nucleare – alimenta l’industria bellica. Rinunciare al gas russo sottrae comburente all’incendio, inviare armi getta combustibile sul fuoco. Entrambe le azioni sono di fatto partecipazioni al conflitto bellico, ma la prima avverrebbe attraverso un nostro sacrificio, la seconda avviene attraverso quello ben più tragico degli ucraini. Ed anche dei ragazzini russi spediti nell’orrore.

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La nonviolenza come equivalente morale della guerra: la “nonmenzogna” sull’insegnamento di Aldo Capitini

(Foto LaPresse Torino/Archivio storico Storico anni ’60 Aldo Capitini)

[Articolo proposto in prima battuta a Il Post, in risposta al pezzo di Marino Sinibaldi del 28 marzo 2022 ivi citato, ma rifiutato]

C’è un tragico precedente storico che ricorda il clima culturale e informativo che stiamo vivendo in queste settimane in Italia, nel quale il giornalismo è spesso vittima della propaganda (come denunciano anche storici corrispondenti di guerra di diverse testate da Toni Capuozzo ad Alberto Negri, tra gli altri): quello dello schiamazzo interventista alla vigilia dell’ingresso in guerra dell’Italia tra il 1914 e il 1915 che – nonostante la contrarietà degli italiani e del Parlamento – godette anche dei massicci finanziamenti che aziende produttrici di armi facevano nei confronti della stampa italiana affinché spingesse l’opinione pubblica verso l’interventismo. Sappiamo come andò a finire: oltre 16 milioni di morti complessive (“inutile strage”, fu chiamata da papa Benedetto XV. E benedetti siano i papi che condanno le guerre), con la generazione, come conseguenza diretta, del fascismo e del nazismo, il cui portato fu la “seconda guerra mondiale” con gli oltre 60 milioni di morti, i campi di sterminio, le bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki dagli statunitensi e quanto ne è conseguito con la successiva corsa agli armamenti. Oggi ripresa più che mai, insieme allo stillicidio di guerre infinite in giro per il mondo, compreso – di nuovo – il cuore dell’Europa.

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Porsi dalla parte della soluzione anziché del problema, col principio responsabilità

[Articolo pubblicato su Domani del 28 marzo 2022, con il titolo “Invio di armi in Ucraina, cosa ci dice il principio di responsabilità”]

Nicoletta Pirozzi, nel considerare l’invio di armi al governo ucraino un “imperativo morale” (Domani, sabato, 26 marzo), usa categorie di analisi geopolitiche che – partendo da una interpretazione di quel che sarebbe l’intenzione dell’occupante russo – non tengono conto della situazione di reale pericolo generalizzato nel quale si sta dipanando questa assurda guerra nel cuore dell’Europa. Per comprendere quale sia l’agire etico e razionale nelle condizioni date, bisogna assumere maggiore profondità di visione ed ampiezza di sguardo. Max Weber, già alla fine della prima guerra mondiale distingueva tra ”etica dell’intenzione” e ”etica della responsabilità”. Nell’etica dell’intenzione ci preoccupiamo solo degli obiettivi da conseguire, agendo per principi generali, considerando legittimo qualsiasi mezzo per raggiungere il fine ritenuto giusto, senza attenzione alle conseguenze. L’etica della responsabilità, al contrario, cerca di prevedere e valutare le conseguenze dell’agire, per cui se un obiettivo buono rischia di essere realizzato producendo “effetti collaterali” negativi, cerca di mettere in campo mezzi coerenti con i fini da raggiungere. Nel nostro tempo, il “Principio responsabilità”, riformulato da Hans Jonas come “etica per la civiltà tecnologica”, prescrive di agire “in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”. La quale, da Hiroshima in avanti, è ipotecata della minaccia atomica, colpevolmente rimossa dalla coscienza collettiva – anche quella degli “analisti”, a quanto pare – seppur oggi presente più che mai. Dunque, qualunque azione politica, soprattutto all’interno di una dimensione di conflitto internazionale, non può non tenere conto della situazione atomica così come definita dal filosofo Günther Anders: “La tesi apparentemente plausibile che nell’attuale situazione politica ci sarebbero (fra l’altro) anche armi atomiche, è un inganno. Poiché la situazione attuale è determinata esclusivamente dall’esistenza di armi atomiche, è vero il contrario: che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica”. E’ responsabile e realistico tenerne conto ed agire di conseguenza, a cominciare dalla gestione dei conflitti internazionali. Sempre che si voglia essere parte della soluzione, anziché del problema.

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Smilitarizzare la mente. Un’intervista per disarmare il virus della guerra

[Intervista pubblicata originariamente sulla testata Sapereambiente del 29 marzo 2022]

Dall’assurda sospensione di corsi universitari su Fëdor Dostoevskij, alle accuse automatiche di “filo-putinismo” per chiunque provi ad articolare discorsi approfonditi. Stiamo degenerando verso una pedagogia di guerra, le cui tracce linguistiche serpeggiavano già con la pandemia. Il filosofo ci spiega il suo punto di vista

La pace è una scelta. Non ha soltanto delle connotazioni teoriche, ideologiche. Per questo in un suo recente articolo ha recuperato i concetti di etica della responsabilità e principio di responsabilità, con riferimenti a Max Weber e a Hans Jonas?

Proprio così: oggi più che mai la costruzione di politiche attive di pace – da preparare giorno per giorno, come ricordava Capitini – risponde a un preciso imperativo etico. Max Weber, già dopo la prima guerra mondiale, distingueva l’agire politico secondo ”etica dell’intenzione” da quello secondo ”etica della responsabilità”. Nell’agire secondo l’etica dell’intenzione ci preoccupiamo di avere la coscienza a posto rispetto all’obiettivo da conseguire, qualunque esso sia, e quindi ogni mezzo appare legittimo per raggiungere il fine, senza occuparci delle conseguenze. Secondo l’etica della responsabilità, al contrario, si cerca di prevedere e valutare le conseguenze del proprio agire, per cui se il perseguimento di un obiettivo buono rischia di produrre “effetti collaterali” negativi, bisogna mettere in campo dei mezzi coerenti con i fini da raggiungere. Nel nostro tempo, il principio responsabilità è stato riformulato dal filosofo Hans Jonas come “etica per la civiltà tecnologica”, secondo la seguente prescrizione: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra». E proprio la vita umana, da Hiroshima in avanti, è  sotto la spada di Damocle della minaccia delle armi nucleari. Il Bollettino degli scienziati ci avvisa – ormai consecutivamente da tre anni- che siamo a soli  cento secondi dall’apocalisse, per cui è necessario ri/prendere coscienza del nostro status di “quelli-che-esistono-ancora”, come scriveva il filosofo Günther Anders. Dunque qualunque azione politica non può non tenere conto, in modo responsabile, della situazione atomica e agire di conseguenza, a cominciare dalla gestione dei conflitti internazionali. E anche se la coscienza diffusa di questa possibilità, presente fino all’abbattimento del Muro di Berlino, è stata man mano rimossa dalle generazioni successive, nelle condizioni date, come diceva Martin Luther King: «O impariamo a vivere come fratelli o periremo insieme come stolti».

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Etica della responsabilità e forza della nonviolenza per dare una chance al futuro

Non mi considero un nonviolento militante, ma ho acquistato la certezza assoluta che o gli uomini riusciranno a risolvere i loro conflitti senza ricorrere alla violenza, in particolare a quella violenza collettiva e organizzata che è la guerra, o la violenza li cancellerà dalla faccia della terra.
[Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace]

Nonostante le organizzazioni impegnate per la pace e il disarmo siano al lavoro trecentosessantacinque giorni all’anno con campagne informative e politiche, i “pacifisti” non sono mai stati chiamati tanto in causa nel dibattito pubblico come in questo momento. Ma quasi mai vengono invitati a presentare le loro posizioni: i diversi commentatori ne parlano facendo riferimento ad un’entità astratta, come una massa indistinta sventolante bandiere arcobaleno, della quale sanno poco o nulla per quanto riguarda i riferimenti culturali, le analisi, le ricerche, le azioni, le proposte. Chi vuol parlare di “pacifismo” – per contestare nel merito le posizioni dei pacifisti – dovrebbe almeno conoscere definizioni e questioni, elaborate da decenni di cultura e pratica della nonviolenza, sviluppate e applicate nell’ambito dalla peace research internazionale che ne fondano le proposte. A cominciare dalla conoscenza delle distinzioni semantiche di base, dei principi etici di riferimento, delle norme giuridiche che li recepiscono. Ecco allora alcuni elementi di base.

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