20 anni di guerra in Afghanistan, per la rabbia e l’orgoglio o per lucida follia?

“Eppure l’Afghanistan ci perseguiterà

perché è la cartina di tornasole della nostra immoralità,

delle nostre pretese di civiltà,

della nostra incapacità di capire che la violenza genera solo violenza

Tiziano Terzani

Questo articolo è scritto principalmente per quelli che oggi hanno vent’anni, o poco meno o poco più, e magari si chiedono perché i canali televisivi e social siano inondati improvvisamente da drammatiche immagini e informazioni che provengono dall’’Afghanistan, con una preoccupazione crescente sulla sorte delle donne di quel Paese. Per comprendere quanto accade in questi giorni bisogna fare un flashback, un salto indietro di venti anni, tra l’11 settembre e il 7 ottobre del 2001, quando si scatenò in Occidente la furia vendicatrice per l’attacco terroristico alle Twin Towersdi New York che prevedeva per il presidente George Bush jr una guerra di occupazione contro uno Stato sovrano, in qualche modo riconducibile ai “nemici dell’Occidente”: la scelta cadde sull’Afghanistan, nonostante nessuno degli attentatori fosse cittadino afghano e il rifugio dove fu scovato e ucciso Osama Bin Laden, terrorista saudita che rivendicò quell’attentato, fu trovato nell’alleato Pakistan… Guerra alla quale – nonostante la contrarietà delle Nazioni Unite – i governi occidentali e la relativa stampa “libera” si accodarono, “senza se e senza ma”, guidati non dalla ragione e dalla saggezza ma da “la rabbia e l’orgoglio”, come il titolo di un articolo sul Corriere della Sera e poi del libro di della giornalista e scrittrice Oriana Fallaci, che ne sostenne e fomentò la crociata.

Furono ignorate tutte le voci ragionevoli contrarie alla guerra a cominciare da quella di Tiziano Terzani, il grande giornalista e scrittore che provò a rispondere così, dalle pagine del Corriere della Sera, ad Oriana Fallaci ed a tutti i fondamentalisti della guerra: “Quel che sta accadendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’aver davanti prima dell’ 11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui.” [4 ottobre 2001, oggi si trova nella raccolta Lettere contro la guerra, TEA]

Fu ignorata anche la voce di Gino Strada, il fondatore di Emergency, che rispondeva così il 7 ottobre del 2001 da Kabul a Gianni Mura che per la Repubbica lo intervistava telefonicamente sotto le bombe occidentali: “Senta, è da quando siamo piccoli che ce la menano col si vis pacem para bellum dei latini. Non è vero, è vero l’esatto contrario. Se vuoi la pace prepara la pace. Con la guerra si prepara solo la prossima guerra.” Concetto che avrebbe ribadito venti anni dopo nel suo ultimo intervento su La Stampa dove, qualche giorno prima di morire e pochi giorni prima della fuga statunitense da Kabul, ha fatto un tragico bilancio della ventennale occupazione: “Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino entrambe. La guerra all’Afghanistan è stata – né più né meno – una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali. Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi. L’intervento della coalizione internazionale si tradusse, nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni, in un numero vittime civili superiore agli attentati di New York. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001” (La Stampa, 13 agosto 2021)

Furono ignorate anche le trecentomila persone che il 14 ottobre del 2001 marciarono da Perugia ad Assisi, sulle orme di Aldo Capitini, per manifestare il ripudio costituzionale della guerra; furono ignorate le cinquecentomila persone che manifestarono a Firenze il 9 novembre del 2002, anche contro l’ulteriore guerra di aggressione contro l’Iraq che già si stava preparando, con la costruzione delle false prove delle inesistenti “armi di di distruzione di massa”; furono ignorate le tre milioni di persone che invasero pacificamente Roma il 16 febbraio del 2003, insieme a cento milioni di altre persone che manifestavano in tutte le capitali del pianeta, in quella che il New York Time defini “l’altra superpotenza mondiale”, contro entrambe le guerre che avrebbero funestato i primi due decenni del XXI secolo. E le cui conseguenze allungano le loro ombre sul futuro per i prossimi anni.

Le tremende immagini di questi giorni delle persone cadute dagli aerei USA in fuga da Kabul ai quali si erano disperatamente aggrappati hanno simbolicamente chiuso, centinaia di migliaia di morti dopo, il girone infernale aperto con le persone che si gettavano disperatamente dalle Twin Towers vent’anni prima per sfuggire alle fiamme. La follia di chi ha pensato che la guerra fosse il mezzo giusto per raggiungere il fine della giustizia è pari solo all’ignavia di tutti quelli che ci hanno creduto, alla debolezza di quelli che, evidentemente, non si sono opposti abbastanza ed alla malafede di quelli che hanno giustificato e difeso – a destra ed a sinistra – questa oscenità logica, prima che morale. Ma per comprendere fino in fondo la situazione attuale, bisogna allargare ancora lo sguardo sul rapporto degli Stati Uniti con i talebani che non comincia venti anni fa con l’invasione armata dell’Afghanistan, bensì negli anni ’80 del secolo scorso quando il presidente Ronald Reagan incontrava ripetutamente allo “studio ovale” e finanziava abbondantemente i mujaheddin (i guerrieri santi) – compreso un certo Bin Laden, allora alleato – perché facessero la jihād (la guerra santa) contro la Repubblica Democratica dell’Afganistan, in funzione anti sovietica. Che questo avrebbe comportato la fine dell’emancipazione delle donne afghane, conquistata in quegli anni di governi filo-socialisti, che ne sarebbe direttamente conseguita, era l’ultima delle preoccupazioni occidentali. Fino all’occupazione militare di quel martoriato paese nel 2001. Tutte le guerre passano, anche, sui corpi delle donne

In questa guerra, dunque, non hanno vinto gli statunitensi, che dopo vent’anni di occupazione militare e 2.300 miliardi di dollari bruciati sono tornati a casa lasciando il caos dietro di sè. Non hanno vinto gli afghani, che hanno avuto centinaia di migliaia di vittime tra il terrorismo della guerra e la guerra del terrorismo e sono in balìa dei signori del’oppio e della guerra. Non hanno vinto i talebani, che hanno in mano un paese devastato, la comunità internazionale contro e sono, di nuovo, pedine di un risiko geopolitico che li sovrasta. Non hanno vinto le donne afghane, che erano già state rigettate nel medioevo proprio da quelli che venti anni fa si sono imposti come “liberatori”, salvo abbandonarle al loro destino quando hanno deciso che era ora di andare. In questa guerra hanno perso tutti, tranne quelli che nelle guerre vincono sempre: il complesso militare-industriale, quell’industria bellica che in vent’anni ha visto straordinariamente lievitare propri profitti e il proprio potere. Ne scrivono Giorgio Beretta e Francesco Vignarca su il manifesto del 20 agosto 2021: “questo conflitto è alla base della crescita poderosa e inarrestabile delle spese militari mondiali, comprese quelle dedicate a nuove armi, dopo il calo post Guerra fredda. L’infinita «guerra al terrorismo», emersa come mantra politico nelle relazioni internazionali dopo l’attacco alle Torri gemelle ha fornito agli Stati di tutto il mondo e alle lobby transnazionali degli armamenti il pretesto e la giustificazione politica per dedicare sempre più risorse e fondi a eserciti e armamenti. Lo testimoniano i dati del Sipri di Stoccolma, che evidenziano l’enorme crescita delle spese militari, quasi un raddoppio tra il 2001 e il 2020 (da 1.044 a 1.960 miliardi di dollari a valori costanti comparabili) con un trend in aumento che è destinato a rafforzarsi negli anni a venire. E che ha garantito in questi ultimi due decenni risorse e contratti facili ai produttori di armamenti”.

Su questo tema proprio Emergency aveva prodotto alcuni anni fa uno straordinario documento video, a cura di Cecilia Strada ed affidato alla voce di Valerio Mastrandrea, che racconta la “storia di una pallottola” a partire da “un giorno, a Kabul”, che è da guardare d’un fiato per poi porsi la domanda se si producono e vendono armi perché ci sono le guerre, avviate magari sulla spinta della rabbia e l’orgoglio, o se invece si fanno le guerre per produrre e vendere le armi, in una perversa follia che sacrifica lucidamente vite umane sull’altare del profitto. Ma una cosa è certa: se la guerra fosse stata un esperimento scientifico condotto in laboratorio per verificare la capacità e l’efficacia dello strumento militare per risolvere i conflitti, sarebbe già stata abbandonata da un pezzo. L’Afghanistan ne è l’ennesima tragica dimostrazione. Ma gli inascoltati Costituenti italiani lo sapevano già.

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