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Primo seme di pace: la disobbedienza culturale all’oppressione israeliana

La violenza della guerra israeliana contro la popolazione palestinese si nutre di una narrazione interna, fatta propria dai media e dalla politica internazionali, che elude e perfino ribalta il rapporto tra oppresso ed oppressore, tra aggressore ed aggredito, facilitata in questo dalla risposta armata di Hamas, funzionale all’oppressore. Una violenza culturale volta a giustificare e legittimare la violenza strutturale dell’occupazione militare israeliana e quella diretta della guerra permanente. Per questo, anche se mettessimo per un attimo tra parentesi la situazione di oppressione storica del popolo palestinese da parte del governo israeliano – e perfino le provocazioni che hanno portato a questa ennesima recrudescenza – è molto difficile accettare le definizioni di “scontro” o di “legittima difesa” quando a fronte di una decina di vittime israeliane causati dai criminali razzi di Hamas ad oggi, si conteggiano, ormai, centinaia di vittime palestinesi degli ancora più criminali bombardamenti israeliani, tra le quali decine di bambini. I libri di storia, solitamente, chiamano queste stragi “massacri di rappresaglia”.

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A futura memoria/2. Annotazioni nonviolente per preparare una fase nuova

Come avvenuto in marzo, anche in aprile ho annotato sulla mia pagina Facebook, quasi quotidianamente come in un taccuino personale, pensieri suscitati dell’evoluzione dell’epidemia da covid-19. Che ne punteggiano alcune ricadute sociali e culturali, proponendo un punto di vista disarmato e nonviolento. Li raccolgo qui, come personale diario della quarantena sociale e piste di lavoro non per il passaggio alla “fase due”, ma ad una fase del tutto nuova

2 aprile

La fragilità e la follia del sistema nel quale viviamo sono rappresentate dal fatto che gli Stati spendono, complessivamente, più di 1.800 miliardi di dollari all’anno per gli armamenti. Un terzo di queste risorse sono spese dai soli Stati Uniti, soprattutto per la loro enorme flotta armata intercontinentale. Ora, accade che sulla portaerei Roosevelt – la corazzata simbolo della potenza statunitense nei mari – centinaia di marinai siano contagiati dal covid-19 e non possano scendere a terra per non diffondere l’epidemia, in un Paese che non ha un sistema sanitario pubblico ed universale.
Armati fino ai denti, ma totalmente indifesi

3 aprile

Calcola il New York Time che la vendita di pistole negli USA in marzo ha avuto un boom (è il caso di dirlo) con la cifra record di due milioni di armi acquistate in un mese, per affrontare i pericoli dell’epidemia. Oltre alla stupidità della cosa in sé, è il segno della cultura del nemico – interno ed esterno – fortemente inculcata dai governi di quel Paese. Come l’uomo col martello che vede il mondo come un chiodo, l’americano medio è educato ad affrontare ogni crisi, di qualunque natura, con un’arma in mano. E le vittime da armi da fuoco negli Stati Uniti sono quasi 40.000 all’anno: un’epidemia virulenta che non prevede nessun lockdown

p.s.: in Italia, nello stesso periodo, le merci maggiormente vendute pare siano state lievito e farina

4 aprile

“O impareremo a vivere insieme come fratelli
o periremo insieme come stolti”

Il 4 aprile del 1968 veniva ucciso Martin Luther King jr, ma noi non ne abbiamo ancora appreso la lezione più importante Continua a leggere

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Pandemia come guerra, ossia la banalizzazione della complessità. I dieci errori di un paradigma sbagliato

Chiarire le nozioni,  screditare le parole intrinsecamente vuote,

definire l’uso delle altre attraverso analisi precise,

ecco un lavoro che, per quanto strano possa sembrare, 

potrebbe preservare delle vite umane

Simone Weil

Non ricominciamo la guerra di Troia

 

Come insegnano i filosofi del linguaggio, noi abitiamo la lingua che parliamo, perché il linguaggio costruisce e definisce gli elementi concettuali e simbolici del mondo in cui viviamo. La narrazione dell’impegno contro la pandemia in corso come una guerra – come fanno abitualmente i media e i governi di ogni Paese coinvolto – non è dunque solo un espediente metaforico ma, per le notevoli implicazioni culturali e politiche che questo racconto porta con sé, per il mondo di significati che costruisce, si configura come un vero e proprio paradigma interpretativo. Ma è il paradigma sbagliato, un errore epistemologico, per almeno dieci ragioni che provo qui ad elencare

1.semplifica ciò che è complesso

La pandemia che il pianeta stra attraversando è la dimostrazione che viviamo nel più complesso dei mondi possibili, nell’orizzonte dell’incertezza globale, in un sistema di sistemi nel quale davvero “il battito d’ali di una farfalla in Brasile provoca un tornado in Texas”, secondo la celeberrima formula del meteorologo Edward Lorenz. Il paradigma della guerra, invece, è il più banale degli schemi, la semplificazione estrema, la certezza assoluta: la riduzione del fenomeno a mera dicotomia di potenza – tra noi e il nemico – che perde di vista l’interconnessione tra le persone e tra le persone e la natura, ossia l’eco-sistema e le sue interazioni. Usare la narrazione sbagliata significa dunque costruire immaginari e narrazioni fallaci, che portano fuori strada e non aiutano a identificare e costruire soluzioni efficaci e durature. Continua a leggere

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Cambiano i governi, ma la guerra rimane l’implicito culturale

Questo maggio, puntuale come ogni anno, è uscito il Rapporto del SIPRI (l’autorevole e indipendente Istituto svedese di ricerca per la pace) sulle spese militari globali, che registra – puntualmente – un nuovo aumento record delle spese militari: i governi del mondo sono arrivati a spendere nel 2017 in armamenti ed eserciti 1.739 miliardi di dollari. Un enorme flusso di denaro che diventa doppiamente distruttivo: quando le armi sparano e uccidono e quando le risorse per produrle e acquistarle sono sottratte agli investimenti per la cura dell’umanità dalla fame, dalle malattie, dall’ignoranza, dai cambiamenti climatici… In questo delirio bellicista, anche il nostro Paese risulta in pieno riarmo, arrivando a toccare i 29 miliardi di dollari in un anno di spesa pubblica militare, pari a 26 miliardi di euro, con un incremento del + 2,1% rispetto all’anno precedente. Una corsa agli armamenti senza sosta, che è sfociata da tempo in innumerevoli guerre “locali” e nell’insicurezza globale. Aggravata dal rischio nucleare con 15.000 testate nucleari puntate sulla nostra testa, nella disponibilità di personaggi come Trump e Putin, che hanno boicottato – come il governo italiano – la ratifica del Trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari. Un delirio bellicista, una situazione da allarme rosso, rispetto alla quale non c’è consapevolezza diffusa del pericolo in corso. Continua a leggere

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Dalla reazione alle guerre alla costruzione della pace

Qualche domanda e alcune risposte sul movimento pacifista, oggi in Italia. Tra Siria, Yemen e interventi militari

(foto di Antonella Iovino)

 

Gli sviluppi della nonviolenza si accrescono continuamente.

La nonviolenza promuove azioni per la pace sia sotto forma di manifestazioni,

sia come rifiuto di cooperare alla preparazione della guerra,

e costituisce perciò la punta più avanzata del pacifismo.

Aldo Capitini

(Le tecniche della nonviolenza, 1967)

1. L’attacco missilistico USA-anglo-francese alla Siria dello scorso 14 aprile, tutto sommato privo di effetti pratici all’interno di un conflitto armato che dura ormai da sei anni – se non per il colpo autopromozionale battuto da Trump, probabilmente in funzione interna, e per il rafforzamento del regime di Assad, che non ha subito perdite ma può vantare la persecuzione occidentale – ha avuto invece due effetti collaterali e complementari in Italia. Da un lato l’agitazione di un certo “pacifismo” che reagisce per riflesso condizionato “contro la guerra” solo quando si muovono militarmente gli USA, come se gli anni di martirio del popolo siriano – colpito dal regime, dal terrorismo islamista, ma anche dalle geopolitiche di potenza contrapposte di Russia ed USA – non fossero guerra degna di nota. Dall’altra la ripetizione ossessiva, da parte di media, giornalisti e politici dell’annosa domanda “dove sono i pacifisti”? Incapaci di vedere il salto di qualità in corso nel movimento per la pace che, ispirandosi alla nonviolenza, da reattivo si fa sempre più proattivo. Continua a leggere

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Il Giorno della memoria e i giorni del presente

 

Sono stato ad Auschwitz nell’agosto del 1990. Non c’erano ancora i Viaggi della memoria ne’ il Giorno della memoria (che sarà istituito dalle Nazioni Unite solo nel 2005), il muro di Berlino era stato abbattuto nel novembre dell’anno precedente, Tadeusz Mozowiecki era stato nominato da pochi mesi primo capo del governo polacco non comunista ed io ero uno studente di filosofia dell’Università di Messina. Con un gruppo di amici e compagni, con i quali avevamo partecipato durante qull’anno accademico al movimento studentesco della Pantera – approfittando di una convenzione tra l’università siciliana e le università polacche, che ci consentiva di dormire nelle sovietiche case dello studente – decidemmo di fare un viaggio estivo nella Polonia che muoveva i primissimi passi nella democrazia post-sovietica e nell’economia capitalista. La attraversammo per un mese da sud a nord, da Cracovia a Danzica, in treno con un biglietto interail. E, naturalmente, facemmo tappa anche al campo di sterminio che rese noto al mondo il paese di Oswiecim, Auschwitz in tedesco. Continua a leggere

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Guerra globale oppure difesa e sicurezza? La campagna “Un’altra difesa è possibile” in campagna elettorale

Meglio leggere, ancora una volta, le parole del generale dell’esercito italiano Fabio Mini, nel suo ultimo interessante lavoro Che guerra sarà (il Mulino, 2017), per comprendere appieno la gravità della situazione presente: “Più che nel passato, oggi è necessario tenere i governati in uno stato permanente di agitazione e paura. L’uso della forza non è più l’extrema ratio; non è neppure lo strumento ancillare della politica e della sicurezza: la guerra e la minaccia della guerra consentono di creare l’insicurezza e mantenerla a quel livello di parossismo necessario all’esercizio del potere”. E un centinaio di pagine più avanti chiosa così sull’immediato futuro: “Ogni tipo di guerra sarà sperimentato e combattuto e la loro sommatoria permetterà di realizzare l’immenso campo di battaglia del futuro dal quale le élite mondiali di politica e affari trarranno i profitti materiali e di potere. Soltanto con questo tipo di guerra globale il parossismo può essere tenuto ai massimi livelli e lo sviluppo tecnologico bellico ha senso e avvenire perché orientato sempre verso qualcosa che può e deve accadere.” Continua a leggere

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E’ tempo di Resistenza alla guerra e Liberazione dagli armamenti. Non solo il 25 aprile

Il 25 aprile è la Festa della Liberazione del nostro Paese dal nazifascismo. Il fondamento del nazifascismo erano il militarismo e la guerra. Guerra e militarismo sono gli elementi di nazifascismo, vivi e vegeti, con i quali dobbiamo ancora fare i conti. Per questo il fondamento dell’antifascismo non possono che essere l’anti-militarismo e il ripudio della guerra, non a caso principio fondamentale della Costituzione repubblicana. Per questo, oggi più che mai, la liberazione si chiama disarmo e la resistenza si chiama nonviolenza. Non solo il 25 aprile

Un brivido è corso lungo la schiena di molti alla notizia che gli USA hanno sganciato sull’Afghanistan la bomba “moab” – Massive Ordnance Air Blast bomb – la più potente bomba non nucleare utilizzata nella storia dell’umanità (ribattezzata, non a caso, “madre di tutte le bombe”) e alla successiva escalation nucleare (seppur, al momento, solo verbale) tra Donald Trump e Kim Jong-un. E’ come se improvvisamente, si sia presa coscienza del fatto che la corsa alla guerra è tornata ad essere davvero una minaccia per l’umanità, per tutti e ciascuno. Albert Einstein lo aveva detto fin dal 1955, nel pieno della corsa agli armamenti tra USA e URSS: “o l’umanità distruggerà gli armamenti o gli armamenti distruggeranno l’umanità”. Oggi l’URSS non c’è più, ma gli armamenti non sono stati affatto distrutti, anzi la corsa alle armi più distruttive è ricominciata, più folle che mai. Nonostante 1.700 miliardi di dollari dei bilanci degli Stati siano già spesi ogni anno dai governi per preparare e fare le guerre, Trump ha deliberato l’aumeto del 10% della – già stratosferica – spesa militare USA e ha chiesto a tutti i Paesi NATO, Italia compresa, di portare la propria spesa per la guerra al 2% del Prodotto interno lordo. Trascinando alla sua rincorsa la Russia, la Cina e tutte le “potenze” nucleari, che – non a caso – hanno disertato in massa il Tavolo delle trattative ONU per la messa al bando delle armi nucleari. Continua a leggere

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E’ la guerra il crimine contro l’umanità. In Siria e ovunque

Non passa dalle bombe russe o statunitensi la pacificazione e democratizzazione della Siria, semmai dal sostegno alla lotta della società civile nonviolenta che resiste. Ed anche il movimento per la pace italiano deve uscire dai riflessi condizionati della “guerra fredda” – pro Russia o pro USA – ed organizzare una lotta senza quartiere alle guerre ed agli strumenti che le rendono possibili. Costruendone le alternative

Non era uno scherzo quando, lo scorso 26 gennaio, il Bollettino degli scienziati atomici ha spostato le lancette dell'”orologio dell’apocalisse” a due minuti e mezzo dalla mezzanotte nucleare, la fase più critica dal 1953, momento in cui la “guerra fredda” sembrava dover precipitare, da un momento all’altro, nella guerra nucleare totale. Dopo la strage di bambini e adulti siriani causata dai gas letali e dopo il bombardamento USA della base militare siriana di Al Shayat, dalla quale sarebbero partiti gli aerei governativi di Damasco con le armi chimiche (il condizionale è d’obbligo perché la prima vittima della guerra è sempre la verità), la Russia – principale alleato politico e militare del dittatore Assad – ha minacciato ritorsioni e navi russe sono entrate nel Mediterraneo a fronteggiare quelle statunitensi. Uno scenario che riporta l’umanità indietro di decenni. Continua a leggere

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La tragedia di Aleppo, il terrorismo della guerra, il dramma del “movimento per la pace”

caschi-bianchi-siriani

Infine, dopo quattro anni di assedio e dopo mesi di bombardamenti, anche al fosforo bianco, sulle case di Aleppo est, l’esercito siriano di Assad – sostenuto da quello russo e da quello iraniano – ha raso al suolo e “ripulito” una parte della seconda città della Siria dalla ultime sacche di resistenza anti regime.

E’ una guerra sporca quella siriana, sporca come tutte le guerre. Nasce con la risposta violenta del regime familiare di Assad alla “primavera araba” siriana, alla richiesta popolare e pacifica di più diritti e più democrazia, soffocata nel sangue dal regime fin dal marzo del 2011 e repressa con la tortura sistematica degli oppositori, come denuncia anche il Syrian Nonviolence Movement Continua con la nascita dell'”esercito libero siriano” che risponde alla violenza del regime organizzando la contro-violenza armata, e poi con il radicamento delle milizie fondamentaliste, anche internazionali, che cercano di egemonizzare l’opposizione al regime. Si aggiungono – dall’altro lato – il sostegno militare russo e iraniano ad Assad e l’arrivo di armi, tante armi, a tutte le parti in guerra. Armi russe al regime, armi USA nelle mani di ribelli e terroristi. Armi italiane finite probabilmente da entrambi le parti in conflitto, visto che il nostro Paese, fino al 2011, è stato il principale fornitore di armi nell’Unione Europe al governo siriano. Continua a leggere

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