Per la sicurezza di tutti, sottrarre il monopolio della difesa ai militari

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Le vicende di questi giorni, che legano tragicamente i terremoti e la nevicate nel Centro Italia, mi fanno pensare che vorrei vivere in un Paese moderno, capace di dotarsi – capillarmente – di potenti mezzi di difesa, come turbine, spazzaneve, rilevatori della stabilità degli edifici, elicotteri della protezione civile in grado di volare di notte, canadair…Invece viviamo in un Paese che preferisce dotarsi – abnormemente – di tremendi strumenti di guerra: cacciabombardieri F35, portaerei, carriarmati… Che difendono egregiamente gli interessi dei produttori di armamenti, ma lasciano drammaticamente indifesi i cittadini di fronte alle minacce quotidiane e reali.
Per questo è ormai necessario sottrarre il monopolio dell’organizzazione della “difesa” – e delle relative risorse – ai militari. E’ il tema che ho provato a sviluppare anche agli Stati Generali della Difesa civile, non armata e nonviolenta dello scorso novembre a Trento. Ne riporto qui la sintesi, pubblicata su Azione nonviolenta (nov-dic 2016). Chi volesse ascoltare la registrazione integrale degli Stati Generali può trovarli sul sito di Radio Radicale.

Già nel 1984 Johan Galtung scriveva che la sicurezza non può essere fornita dalle armi offensive perché “sono percepite come una minaccia, a prescindere da qualsiasi motivazione pacifica, a causa delle loro capacità di distruzione; perché costituiscono un invito a lanciare colpi preventivi di rappresaglia”. La proposta che Galtung avanzava era il “transarmo”, passaggio progressivo dalla difesa offensiva alla difesa difensiva alla difesa non-militare. Modalità di difesa che si riferivano a un possibile attacco militare al territorio, rispetto al quale cercavano un modello difensivo basato sulla minima distruttività. La difesa dalle minacce armate è stata anche a fondamento delle ricerche italiane sulla difesa popolare nonviolenta (L’Abate, Salio, Drago) per resistere ad eventuali attacchi a territorio e Istituzioni.

Questi temi animavano i movimenti per la pace degli anni ’80. Con l’abbattimento del muro di Berlino cambia lo scenario internazionale ed anche i temi del pacifismo che, a partire dal ’91, sostanzialmente si dedica a protestare contro il ritorno sulla scena della guerra globale, iniziata nel Golfo persico e diventata ormai permanente.
Il 1988 segnò il picco massimo di spese militari globali nel tempo della corsa agli armamenti le quali, dopo qualche anno di rallentamento con la fine del blocco sovietico, rispresero a salire con il nuovo clico di guerre e poi, ancora più velocemente, dopo l’11 settembre 2001. Oggi le spese militari globali hanno superato quel picco con la cifra inaudita di 1.700 miliardi di dollari: un enorme potenziale bellico che non solo non difende dalla minaccia delle guerre, che dilagano ovunque, ma ha prodotto la nuova minaccia alla sicurezza di tutti: il terrorismo. Inoltre le spese militari, pur sottraendo grandi risorse ai bilanci degi Stati, non servono ad affrontare i veri rischi che corre l’umanità i quali, secondo il Global Risk Report (curato dal Global Economic Forum), nei prossimi 10 anni saranno mancanza di acqua, cambiamento climatico, migrazioni, catastrofi naturali, carestie, instabilità sociale. Nessuno di questi può essere affrontato militarmente.

In questo delirio bellicista anche il nostro Paese fa la sua parte. Mentre la Costituzione chiede di difendere i diritti dei cittadini – ripudiando la guerra come mezzo e strumento – ci troviamo da anni nella situazione di costante riduzione di risorse per i diritti sociali ed aumento delle spese militari: siamo al ripudio della Costituzione anziché della guerra. Ne è un esempio il “Piano nazionale per la prevenzione del rischio sismico” che per il 2016 autorizza una spesa di 44 milioni di euro, meno dei 64 milioni che il governo spende al giorno per la difesa militare! Ciò dimostra quanto sia distorta l’idea di “difesa” nella quale persistono le scelte del governo: massicci investimenti pubblici in funzione di ipotetiche minacce esterne, derivanti da potenziali nemici, e solo residuali e insufficienti risorse per difendere i cittadini dagli effettivi rischi alla loro sicurezza, come il terremoto o i disatri idro-geologici. Oppure per le quasi inesistenti protezioni rispetto a minacce come la disoccupazione, la povertà, l’inquinamento, la mala sanità. Non è un caso che nel 2015 la mortalità sia aumentata dell’11,3 % rispetto all’anno precedente (un’impennata che ha precedenti solo negli anni della guerra). Ciò significa che la preparazione della guerra contro i nemici provoca una guerra vera contro gli amici, i cittadini di questo Paese.

Dunque è necessario sottrarre allo strumento militare il monopolio della difesa e delle risorse, per ribadire culturalmente, affermare politicamente e organizzare logisticamente un’altra idea e pratica della difesa. Bisogna cambiarne il paradigma aprendolo alla dimensione civile. E’ la consapevolezza alla base della proposta di legge per la difesa civile non armata e nonviolenta, che ha un orizzonte più ampio della difesa popolare nonviolenta, assunta ed integrata in una prospettiva ulteriore, perché ha la pretesa di allargare l’ambito della difesa ad una molteplicità di minacce, non solo di proporre la difesa non armata ad un eventuale attacco militare. Si tratta della difesa della sicurezza dei cittadini e, contemporaneamente, della gestione delle controversie internazionali con strumenti e mezzi non militari, secondo quanto dispongono gli articoli 11 e 52 della Costituzione.

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