La strage di Orlando, ossia la convergenza di “civiltà”

convergenze di civiltà

In questa vignetta del disegnatore Mauro Biani sono rappresentate in maniera efficace le implicazioni della strage di Orlando: il testo – “l’odio per la diversità incontrò il supermarket delle armi libere, felici si imbracciarono” – mantiene la sua validità tanto che l’attentatore sia stato mosso da “motivi” di odio personale contro gli omosessuali, quanto (come pare essere probabile) che sia stato mosso da “motivi” legati al terrorismo islamista. La pedagogia dell’odio per il diverso da sé, che genera tutte le violenze – da quella islamista che sta mettendo a ferro e fuoco principalmente l’Africa e il Medioriente a quella razzista che ha provocato tanti fatti tragici negli USA, ma anche in Europa (come per esempio la strage dei giovani socialisti in Norvegia ad opera del neonazista Breivik nel 2001) – trova agevolmente la possibilità di dare concretezza ai propositi violenti, rifornendosi di strumenti di morte nei contesti nei quali domina la pedagogia delle armi da fuoco, come nei teatri di guerra. E come negli USA.

Un’intera campagna elettorale è condotta negli Stati Uniti dal candidato repubblicano alla Casa Bianca all’insegna dell’odio per i portatori di differenze, identificati genericamente negli immigrati e nei discendenti degli immigrati, specie di religione musulmana, che vengono messi all’indice come terroristi tout court. Una campagna grottesca se si tiene conto che negli USA – tranne i discendenti dei nativi americani – sono tutti immigrati o discendenti d’immigrati. E’ una cultura bellicista, fondata sulla propagazione della paura, che vede nemici ovunque – all’interno quanto all’esterno – per giustificare l’aumento esponenziale del commercio delle armi, sia per uso domestico che internazionale. Una “cultura” che genera oltre 30mila morti ammazzati all’anno tra i cittadini statunitensi. Non è un caso, infatti, che la Nra, la potentissima lobby USA delle armi, appoggi esplicitamente Donald Trump e la sua narrazione xenofoba; e non è un caso, ancora, che gli USA spendano da soli circa il 40% dell’astronomica cifra di 1.700 miliardi di spese militari mondiali.

Nella strage di Orlando, che ha colpito un preciso gruppo sociale, ossia la comunità omosessuale, la potenza delle armi da fuoco – portate senza alcun controllo dentro il locale – è stata mossa dal processo di de-umanizzazione che accomuna gli “altri” – in questo caso i gay – sui quali sono stati scaricati i caricatori dell’odio. A partire dalla caccia alle donne accusate di stregoneria nel medioevo – passando per il genocidio dei nativi americani, la tratta degli schiavi, il colonialismo, la soluzione finale degli ebrei, il terrorismo islamista, tutte le guerre e i genocidi – gli esempi storici di questo meccanismo perverso di de-umanizzazione dell’altro, legittimato sempre da fondamentalismi ideologico-religiosi, che considerano l’altro da sé qualcosa di meno dell’umano, serve a liberare i freni inibitori della violenza. Tanto nei confronti dei nemici “interni” che dei nemici “esterni”: la costruzione dell’odio non ha confini.

La strage di Orlando è tragicamente paradigmatica: anziché uno “scontro di civiltà” è andata in scena la loro convergenza sulla pelle delle 50 giovani vittime. Che servono al terrorismo islamista per dimostrare la sua capacità di colpire al cuore dell’impero americano, servono al candidato razzista per rinforzare le sue ragioni elettorali, servono alla Nra per vendere ancora più armi e preparare nuove stragi e nuove guerre. L’unico vero scontro di civiltà – invece – è, sempre di più, quello della nonviolenza contro la barbarie. Per la prima è necessario l’impegno di tutti per il disarmo, culturale e militare; per la seconda è sufficiente far finta di nulla. Continuando ad armarci.

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