Da Kunduz ad Ankara, il varco attuale della storia è nonviolenza o barbarie

video-ankaraAldo Capitini, durante la sua militanza antifascista clandestina che formò una generazione di resistenti, nel 1937 riusciva a dare alle stampe alcune dense note in un libro il cui titolo –Elementi di un’esperienza religiosa – consentirà di aggirare la censura fascista. “Tanto dilagheranno violenza e materialismo, che ne verrà stanchezza e disgusto – scriveva nelle prime pagine – e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione salirà l’ansia appassionata di sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con quell’errore, e di instaurare subito, a partire dal proprio animo (che è il primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo ci è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza un’apertura infinita dell’uno verso l’altro, senza una unione di sopra a tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia.” Non aver attraversato quel varco farà sì che, da lì a qualche anno, ancora una volta – per dirla con Karl Kraus – “personaggi da operetta” avrebbero recitato la tragedia dell’umanità. E la recitano ancora.

Oggi – a settanta anni dalla conclusione della “seconda guerra mondiale” e a venticinque dall’abbattimento del muro di Berlino – ci troviamo incredibilmente immersi nella “terza guerra mondiale diffusa” (come ha definito efficacemente la situazione attuale papa Francesco) alimentata da una furiosa corsa agli armamenti che non provoca più la guerra e la violenza solo come “continuazione della politica con altri mezzi” (von Clausewitz), ma la promuove come unico mezzo di politica internazionale a disposizione dei governi e dei gruppi di potere per affrontare o, sempre più spesso, creare i conflitti armati. Una guerra generalizzata di tutti contro tutti, che produce terrore e terrorismi, alimenta esodi biblici di popoli in fuga, alza muri, fili spinati e cavalli di frisia tra i confini, anche in quella stessa Europa che pare non abbia appreso nulla da un secolo di guerre mondiali. In questo scenario – nel quale sembra non esserci alcuna alternativa alla follia delle guerre ed al potenziamento internazionale dello strumento militare – il varco della storia è più che mai quello indicato dal Capitini: obiettare alla retorica bellicista ed al mestiere delle armi, non arruolare le menti alla logica del nemico, promuovere il disarmo culturale e militare, costruire le alternative nonviolente di intervento nei conflitti. Insomma aprire altri varchi di possibilità che passano necessariamente per la diserzione di quelle che sempre Karl Kraus ha chiamato “le sacre nozze tra stupidità e potenza”, che ancora oggi continuano ad essere tragicamente celebrate ad ogni latitudine del pianeta. Ed alle quali anche il nostro Paese, spesso e volentieri, si auto-invita.

Probabilmente il tentativo di praticare questa diserzione è stata la vera colpa dei pacifisti turchi che sabato scorso sono stati massacrati a centinaia – tra morti e feriti – da due esplosioni all’avvio della marcia per la pace di Ankara. Giovani e meno giovani che marciavano per la democrazia e la pace, contro la ripresa della campagna militare dell’esercito turco nelle regioni abitate dal popolo kurdo, già sotto l’attacco del fondamentalismo islamico. Il governo turco – che da mesi ricorre a violenze contro tutte le opposizioni interne – non sembra privo di responsabilità rispetto a questa azione terrorista, a conferma che guerra e terrorismo sono sempre facce della stessa medaglia. Del resto la Turchia è uno dei componenti strategici della Nato, di cui i cacciabombardieri statunitensi lo scorso 3 ottobre hanno colpito l’ospedale di “Medici senza frontiere” a Kunduz in Afghanistan, facendo 22 vittime tra medici, infermieri e pazienti. Seminando il terrore per combattere il terrorismo.

Le stragi di Ankara e di Kunduz dimostrano, se c’è ne fosse ancora bisogno, che l’impegno per la pace è temuto da tutti i poteri di guerra. Eppure, questo mese si era aperto con la Giornata internazionale della Nonviolenza. Quando nel 2007 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì questa Giornata – il 2 ottobre compleanno di Gandhi – le spese militari mondiali ammontavano a circa 1.400 miliardi di dollari e si contavano 29 guerre in corso. Oggi, nel 2015, a fronte di 33 conflitti armati, la spesa militare mondiale è di circa 1.800 miliardi di dollari: è come se ogni due anni si aggiungesse una nuova guerra a quelle già in corso – che intanto non si risolvono – che richiede nuove armi, e quindi nuovi costi, provoca ulteriori vittime, genera nuovo terrorismo, produce altri profughi in un esodo ormai incontenibile. Ormai non ci sono più alibi, come ha scritto in occasione del 2 Ottobre il Movimento Nonviolento – fondato proprio da Aldo Capitini – “il varco attuale della storia” è più che mai questo: “nonviolenza o barbarie”.

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