La guerra dei sonnambuli

People attend a rally for peace in Rome, Italy, 05 November 2022. The rally was organized by the Europe for Peace movement, calling on all countries to get rid of nuclear weapons and reduce military expenses in favor of aid to the poor on November 05, 2022 in Rome, Italy. (Photo by Andrea Ronchini/NurPhoto) (Photo by Andrea Ronchini, Ronchini / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

[Articolo pubblicato sulla rivista Missioni Consolata, edizione cartacea e on line]

Nel tempo del pericolo nucleare, i decisori politici e l’opinione pubblica sono prigionieri della logica binaria che non vede alternative alla violenza per rispondere alla violenza (e «vincere»). È necessario rimettere al centro i principi e i saperi della resistenza nonviolenta. Prima che sia tardi

Di questi tempi bisognerebbe rileggere il libro I sonnambuli dello storico Christopher Clark che descrive tutti coloro che avevano le leve del potere e dell’informazione nel 1914 come sonnambuli, apparentemente vigili, ma incapaci, in realtà, di rendersi conto che stavano conducendo il mondo nel baratro di quella «grande guerra» che papa Benedetto XV avrebbe definito «l’inutile strage».

A giudicare dalle scelte fatte e reiterate dai governi rispetto alla guerra in Ucraina, e dalle posizioni veicolate dalla maggior parte dei mezzi d’informazione, un’analoga epidemia di sonnambulismo sembra contagiare anche i decisori e i media di oggi.

Essi, infatti, fanno scelte ed esprimono posizioni non all’altezza dei tempi che attraversiamo, perché prive di consapevolezza della «situazione atomica» nella quale siamo immersi.

Siamo come gli «utopisti al rovescio» de Le tesi sull’età atomica del filosofo Gunter Anders: «Mentre gli utopisti non sanno produrre ciò che concepiscono, noi non sappiamo immaginare ciò che abbiamo prodotto». Siamo incapaci di superare la distanza che separa la capacità distruttiva delle armi nucleari da quella di generare pensieri, discorsi e azioni consapevoli e responsabili. Soprattutto in questo varco critico della storia, nel quale la minaccia atomica viene brandita come mai prima….

[Continua a legggere sul sito della rivista Missioni Consolata: https://www.rivistamissioniconsolata.it/2023/01/15/la-guerra-dei-sonnambuli/ ]

I mezzi e il fine. La disobbedienza civile tra le mani che imbrattano e l’allarme che lanciano

Note a margine dell’azione degli attivisti di Ultima generazione all’ingresso di Palazzo Madama

Prima premessa: la dichiarazione di Ultima generazione, l’organizzazione che ha pittato l’ingresso di Palazzo Madama il 2 gennaio scorso è del tutto condivisibile tanto nelle motivazioni del gesto e quanto nella scelta di fondo della “disobbedienza civile nonviolenta”, dentro alla quale s’inquadra l’azione specifica: “Alla base del gesto, la disperazione che deriva dal susseguirsi di statistiche e dati sempre più allarmanti sul collasso eco-climatico, ormai già iniziato, e il disinteresse del mondo politico di fronte a quello che si prospetta come il più grande genocidio della storia dell’umanità.” Sulla loro pagina web il comunicato continua con la dichiarazione di un’attivista: “Ho scelto e continuerò a scegliere di compiere azioni di disobbedienza civile nonviolenta perché sono disperata. Ovunque guardi vedo dissociazione, negazione, alienazione rispetto alla crisi climatica. (…) Non possiamo illuderci che fare la raccolta differenziata e partecipare a cortei organizzati sia sufficiente. È, di conseguenza, proprio al governo e alle istituzioni che rivolgiamo la nostra rabbia di protesta…”.

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Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere e lottare con la nonviolenza. Una risposta a Vittorio Emanuele Parsi

[Storica immagine di un’azione di sabotaggio svolta dai giovanissimi resistenti danesi sotto l’occupazione nazista]

Ho letto su Domani del 12 novembre un articolo del politologo Vittorio Emanuele Parsi dal titolo “Gli ucraini sono pronti a morire per la libertà, e noi italiani?”, la cui argomentazione è finalizzata – se ho bene inteso – a rilegittimare “la guerra come strumento ultimo al quale affidare la difesa della nostra libertà”. Recuperando, a questo scopo, il pensiero binario ottocentesco di Carl Schmitt che fonda la politica sulla dicotomia amico/nemico, che – a suo dire – dovremmo riportare in auge, perché aver rimosso l’hostis,il nemico, dal nostro orizzonte, porterebbe non alla pace ma “alla lotta di tutti contro tutti per il trionfo degli interessi particolari”. E’ l’antica logica del capro espiatorio, ampiamente spiegata da Renè Girard, sulla quale non ho nulla da aggiungere se non che è stata recuperata dal fascismo – “taci, il nemico ti ascolta” – ma è principio caro ad ogni dittatura – o autocrazia o democratura – che risolve il problema del conflitto interno (o, a volte, più banalmente del calo nei sondaggi) nella santa alleanza col popolo contro il comune nemico esterno.

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Roma 5 novembre 2022, consapevolezza e responsabilità. L’Assemblea itinerante del popolo della pace

[Immagine di Le Monde]

Mi ero preparato con alcune riletture alla partecipazione alla straordinaria manifestazione per la pace del 5 novembre a Roma. Per esempio, avevo ripreso in mano il libro I sonnambuli dello storico Christopher Clark che ricostruisce come tutti coloro che nel 1914 avevano le leve del potere e dell’informazione si muovevano come sonnambuli, apparentemente vigili ma incapaci di vedere che stavano conducendo il mondo nel baratro della “grande guerra”, quella che papa Benedetto XV avrebbe definito “l’inutile strage”. Di cui giusto il giorno precedente alla manifestazione – il 4 novembre – era stata celebrata la fine ancora come una festa della vittoria, anziché un lutto per i 16 milioni di morti e per tutte le tragedie che ne sono conseguite. Un’analoga epidemia di sonnambulismo – o di cecità (“ciechi che, pur vedendo, non vedono”), per citare Josè Saramago – sembra attraversare anche oggi i decisori e i media occidentali rispetto alla guerra in Ucraina, a giudicare dalle scelte fatte e reiterate dai governi e dalle posizioni che sono state ossessivamente veicolate dalla maggior parte dei mezzi di informazione in questi otto mesi di guerra. Almeno nell’asfittica bolla informativa italiana.

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Disarmare la guerra invece dell’intelligenza. Con i saperi della nonviolenza

Tra le tante confusioni lessicali – e di conseguenza concettuali – che hanno una ripercussione fuorviante nella comunicazione e nell’informazione, fino a falsificare la posta in gioco in riferimento alla guerra in Ucraina, continua ad essere riproposta l’identificazione strumentale tra richiesta di cessare il fuoco e negoziare subito – che avanzano i movimenti per la pace, il disarmo e la nonviolenza, insieme a papa Francesco – e richiesta, che non fa nessuno, di resa dell’Ucraina. Non è di questa semplificazione che si tratta. Si tratta invece di aiutare le parti coinvolte a trovare una via d’uscita responsabile e sostenibile per entrambe da un avvitamento della guerra che comprende effettivamente – mai come questa volta – il folle rischio di escalation nucleare, che mette in pericolo per primo il popolo ucraino e poi tutti i popoli europei. Se non l’intero pianeta. Chi blatera di “vittoria”, come abbiamo ripetutamente spiegato, sta giocando con le parole ad un gioco che non si può giocare. E le parole, in questo caso più che mai, sono pietre.

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Un’agenda pacifista per affrontare la crisi sistemica globale. E le prossime elezioni

Scriveva Edgar Morin, già ne La testa ben fatta, che “più i problemi diventano multidimensionali, più si è incapaci di pensare la loro multidimensionalità; più la crisi progredisce, più progredisce l’incapacità a pensare la crisi; più i problemi diventano planetari, più essi diventano impensati. Un’intelligenza incapace di considerare il contesto e il complesso planetario rende ciechi, incoscienti e irresponsabili” (ed. italiana, 2000) . E in effetti, la cecità, l’incoscienza e l’irresponsabilità – oltre vent’anni dopo – sembrano essere la cifra predominante nel discorso pubblico, incapace di considerare che il precipitare della crisi politica italiana si inserisce all’interno – ed è un effetto collaterale – della crisi sistemica, che è insieme crisi ecologica, energetica, pandemica, bellica, alimentare, sociale e infine culturale. La crisi del pensiero, in specie politico, in Italia è così grave che non riesce a pensare la complessità della crisi nella quale siamo immersi, ma solo a balbettare di posizionamenti elettorali sulla crisi di governo, incapace di collegare l’effetto locale – e le possibili soluzioni – alla crisi globale.

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Guerriglia e nonviolenza. Un dialogo tra Aldo Capitini ed Eugenio Scalfari

[Washington, 21 ottobre 1967]

Non so quando Pierluigi Battista scrive del “pacifismo a senzo unico” (HuffPost, 15 luglio), come non immaginabile nel negare il sostegno alla lotta armata dei Vietcong contro l’aggressione USA, che cosa intenda ed a chi faccia riferimento. Il pacifismo che conosco io – in Italia promosso da Aldo Capitini e Danilo Dolci, da Giorgio La Pira e Ernesto Balducci – negli anni ’60 non chiedeva armi per la guerriglia vietnamita ma era impegnato per la risoluzione nonviolenta del conflitto, pur stando dalla parte degli oppressi. Esattamente come fanno oggi Movimento Nonviolento e Rete Italiana Pace e Disarmo. Non a caso punto di riferimento per tutti era Thich Nhat Hanh, monaco vietnamita proposto per il Premio Nobel per la pace da Martin Luther King proprio per l’impegno per la nonviolenza e la riconciliazione. E per questo indesiderato sia dal governo del Vietnam del Sud che da quello del Vietnam del Nord. Se c’è “manipolazione del linguaggio che ha raggiunto vette di perfezione” – come ha scritto Battista – dunque è proprio la sua, che fa confusione scrivendo cose scorrette e sbagliate. Rimane solo da capire se lo fa per perfetta ignoranza o per perfetta malafede. O per entrambe.

A me, invece – alzando lo sguardo oltre queste miserie giornalistiche – quella fase storica del pacifismo fa tornare in mente, tra le altre cose, un dialogo indiretto tra Aldo Capitini ed Eugenio Scalfari (morto il 14 luglio, al tempo fondatore e giornalista de L’Espresso) del 1967, pubblicato nel volume postumo di Capitini Il potere di tutti (1969), sul tema Guerriglia e nonviolenza, del quale – per la sua disarmante profezia sul piano interno e attualità sul piano internazionale – riporto qui alcuni stralci.

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La menzogna della violenza. Educatori di pace e dis/educatori di guerra

Nei giorni scorsi ho appreso la notizia della morte del professor Andrea Canevaro, straordinaria figura di pedagogista dell’Università di Bologna, educatore di generazioni di educatori, che ho avuto la fortuna di incontrare molte volte nella mia professione educativa. Una di queste è stata al Convegno nazionale “Progettare futuri” che svolgemmo al Teatro Ariosto di Reggio Emilia dal 24 al 26 marzo del 2003, pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti occidentali su Baghdad con i quali partiva l’illegale e pretestuosa occupazione militare dell’Iraq (20 marzo), con il diretto coinvolgimento italiano, che avrebbe provocato centinaia di migliaia di morti tra i civili. Mi colpì, in quella occasione, che Canevaro sentì – come sentii anch’io che intervenivo come educatore – il bisogno di modificare il tema dei suoi interventi rivolti ad una platea di educatori e centrarli proprio sulla menzogna della guerra, sulla sua funzione diseducativa, al contrario dell’educazione ai conflitti, e sul bisogno di alzare una barriera educativa contro la violenza.

Andrea Canevaro: la vergogna e la menzogna della guerra

“Parto proprio dalle guerre e da questa che da pochi giorni ci ritroviamo” – diceva Andrea Canevaro (Oggi in Progettare futuri. Pensieri, esperienze, passioni nella progettazione educativa territoriale, EGA, 2004, a cura di Alfonso Corradini) – “Tra i tanti danni che fanno c’è anche il grave danno di mettere da parte la ricerca della verità e di promuovere le menzogne, di dare le false semplificazioni degli schemi contrapposti: amico-nemico, carnefice-vittima, onnipotente-impotente. Questa è la falsificazione della verità che sta dilagando nelle nostre case e che avuto una lunga preparazione”.(…). Accettazione di conflitto e capacità di dialogo camminano insieme e vediamo che l’incapacità del conflitto porta alla guerra. Il conflitto inteso come capacità di confronto, come necessità di ragionamento, di ragionare, di far ragionare, di ascolto diventa l’elemento importante. Se invece si rifiuta il conflitto si va in guerra.(…) Rubo un tempo brevissimo per citare alcune parole di un narratore importante, Nuto Revelli. Nuto, che ho la gioia di conoscere e sentire spesso, è un grande educatore, di quelli che non hanno un titolo. Lui era ufficiale, aveva frequentato l’accademia a Modena negli ultimi anni del fascismo, poi aveva partecipato alla guerra di Russia e subito aveva pensato che la guerra fosse una vergogna, e dovremmo saperlo anche in questi giorni. La guerra è una vergogna e non ci si può abituare, per cui Nuto aveva cominciato a notare e appuntare il perché è una vergogna e non voleva diventare come altri che la vivevano con una banalizzazione continua della morte, della puzza, degli orrori. L’aspetto della menzogna continua, soprattutto questo, credo che sia quello che sta emergendo anche in questi giorni, perché le guerre sono la cancellazione delle verità, la necessità di fingere, di raccontare delle cose non vere, di giustificare con delle menzogne. (…) L’ultimo libro di Nuto Revelli Le due guerre: guerra fascista e guerra partigiana è anche un’insegna della vergogna della guerra, per cui è intonato a questi giorni e sarebbe bello che avesse una bella diffusione e fosse molto conosciuto. Chiedo scusa se ho speso troppo tempo, ma ho sentito la necessità di far capire che non siamo indifferenti a quel che accade, abbiamo il desiderio di non far passare niente senza ricordarci che dobbiamo vergognarci per quello che sta accadendo e che dobbiamo alzare una barriera contro la violenza, contro la menzogna.”

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Pacifismo, anno zero? Nonviolenza, anno 74, d.G. (dopo Gandhi)

[Trascrizione dell’intervento svolto venerdì 20 maggio all’interno del Seminario nazionale “Pacifismo, anno zero”, a cura della rivista Vita e della Croce Rossa Italiana, in cui sono stato relatore insieme a Stefano Zamagni, Riccardo Bonacina e Rosario Valastro. Moderato da Stefano Arduni]

Il titolo del Seminario fa riferimento al presunto anno zero del “pacifismo”, ma poiché la datazione degli anni dipende dal tipo di calendario che si segue, io che seguo un calendario che prova a stare sui tempi della storia, anziché su quelli della cronaca, parlerò di Nonviolenza, anno 74, d.G. (dopo Gandhi). Cioè per esplorare questa parola polisemica, partirò da un anno preciso: il 1948. Nel quale accaddero tre fatti, dai quali possiamo far partire convenzionalmente questa datazione. Andiamo in ordine cronologico.

L’1 gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione della Repubblica italiana.

I Costituenti – che conoscevano personalmente che cosa fosse la guerra – iniziarono a lavorare alla Costituzione a poco meno di un anno dalla tragedia delle bombe atomiche statunitensi su Hiroshima e Nagasaki. La Costituzione fu scritta con un linguaggio chiaro, efficace, inequivocabile: un’estetica della trasparenza che corrispondeva ad un’etica della comprensibilità. Per questo non sembrò abbastanza esplicito il verbo “rinunciare” della prima stesura di quello che sarebbe diventato l’Articolo 11, perché avrebbe mantenuto implicitamente l’idea di un diritto al quale si rinuncia, e scelsero – invece – il verbo “ripudiare” che contiene il disprezzo per ciò che si è conosciuto e si vuole allontanare per sempre. L’incipitdel definitivo Articolo 11 – “L’Italia ripudia la guerra” diventò così elemento fondante di una una storia nuova rispetto al fascismo, fondato proprio sul militarismo come elemento identitario. Inoltre, non sembrò sufficiente ripudiare la guerra come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma aggiunsero anche come “mezzo di risoluzione delle controverse internazionali” perché i Costituenti – che non erano ingenui – avevano due consapevolezze: la prima, che i conflitti esistono e non sono eliminabili; la seconda, che nessun conflitto può essere risolto davvero con la guerra. Soprattutto nell’epoca atomica: è l’introduzione dell’etica della responsabilità nella Costituzione. Dunque i Costituenti ci stanno dicendo: noi siamo giunti a capire che la guerra non risolve i conflitti, d’ora in poi tocca a voi – alle generazioni successive – trovare mezzi e strumenti alternativi alla guerra per affrontarli e risolverli. Il secondo comma dell’articolo 11, infine, che “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” e “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, fa riferimento alle Nazioni Unite che erano nate già nell’ottobre del 1945 con lo stesso spirito della Costituzione italiana, ossia – come recita l’incipit della Carta fondante – per “liberare l’umanità dal flagello della guerra” attraverso la risoluzione delle “controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace, la sicurezza internazionale e la giustizia non siano messe in pericolo” (Carta delle Nazioni Unite, Art. 2). La Nato, come alleanza militare difensiva, sarebbe stata costituita solo nel 1949.

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L’arsenale della democrazia, lo scontro tra imperi e le politiche attive di pace

[opera di Anonimo 74, Roma, rione Monti]

C’è un salto di qualità nel paradigma della guerra per il ri/posizionamento globale delle superpotenze. Lo esplicita il discorso del presidente Joe Biden in visita il 3 maggio scorso alla Lockheed Martin, la più grande fabbrica di armamenti al mondo, negli stabilimenti di Troy in Alabama nella quale si producono i missili javelin inviati massicciamente dal governo USA a quello ucraino. Per il contesto specifico in cui è pronunciato, la gravità delle parole e l’informalità dei modi esplicita chiaramente il paradigma, che Limes chiama dello “scontro tra imperi” – iniziato dopo l’abbattimento del muro di Berlino dai “vincitori” della “guerra fredda” con l’attacco NATO a Belgrado nel 1999 e il relativo “bombardamento non accidentale dell’ambasciata di Cina a Belgrado” del 7 maggio – giunto, tra colpi e contraccolpi sui vari scacchieri del pianeta (Afganistan, Iraq, Siria, tra gli altri), all’invasione militare dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin dello scorso 24 febbraio, che ha decretato nuovamente “la fine della pace in Europa” (Limes, n.3/2022). Poiché il discorso di Biden – a dispetto della vision che veicola – è stato poco raccontato nel nostro paese, ne propongo di seguito alcuni stralci salienti (qui la versione integrale), ai quali aggiungo le riflessioni conseguenti.

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