Disarmare il virus della violenza. Annotazioni per una fuoriuscita nonviolenta dall’epoca delle pandemie

Chiunque abbia avuto occasione di riflettere sulla storia e sulla politica non può non essere consapevole dell’enorme ruolo che la violenza ha sempre avuto negli affari umani, ed è a prima vista piuttosto sorprendente constatare come la violenza sia stata scelta così di rado per essere oggetto di particolare attenzione. Questo dimostra fino a che punto la violenza e la sua arbitrarietà siano state date per scontate e quindi trascurate: nessuno mette in di­scussione o sottopone a verifica ciò che è ovvio per tutti1.

La violenza è l’oggetto di attenzione di questo libro e for­nire un contributo a decostruirne il suo essere ovvia per tut­ti – come denunciato da Hannah Arendt – e a prepararne le alternative è l’obiettivo di queste pagine, attraverso una sele­zione ragionata di articoli pubblicati sui miei blog durante la pandemia di covid-19. Ossia durante un lungo periodo di crisi globale che, come tutte le crisi, mentre rende esplicite le molte contraddizioni che l’hanno generata, può rappresentare l’occasione per cambiare strada, porre rimedio agli errori del passato, aprire nuove e differenti prospettive di sviluppo. La violenza e la sua ovvietà, il suo essere l’implicito culturale da non mettere in discussione – emerso in tutte le sue implica­zioni durante quest’ultima pandemia – è il fondamentale pro­blema della condizione umana, tanto sul piano personale che collettivo. Per questo è necessario metterla a tema, sottrarla all’ovvio, dirne la verità che è aletheia, cioè disvelamento, e in­dicarne alcune via di superamento.

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La notte in cui tutte le vacche sono nere. Note a margine del rapporto Censis sul pensiero magico degli italiani

Il 55° Rapporto del Censis, appena reso noto, narra di un Paese nel quale si diffonde una deriva “complottista”: “per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni di persone) il Covid semplicemente non esiste. Per il 10,9% il vaccino è inutile e inefficace. Per il 31,4% è un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano fanno da cavie. Per il 12,7% la scienza produce più danni che benefici. (…). Il 19,9% degli italiani considera il 5G uno strumento molto sofisticato per controllare le menti delle persone (…) il 5,8% è sicuro che la Terra sia piatta e il 10% è convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna. La teoria cospirazionistica del «gran rimpiazzamento» ha contagiato il 39,9% degli italiani, certi del pericolo della sostituzione etnica: identità e cultura nazionali spariranno a causa dell’arrivo degli immigrati, portatori di una demografia dinamica rispetto agli italiani che non fanno più figli, e tutto ciò accade per interesse e volontà di presunte opache élite globaliste”. L’interpretazione del Censis è che si tratti di “una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste” fondata sul “sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà”. Confesso che a me questo diffuso pre-giudizio rispetto alle verità ufficiali non stupisce, mi stupisce anzi che, nelle condizioni date, non ci sia ancora maggiore diffidenza generalizzata, per diverse ragioni che provo ad elencare.

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Lo scandalo e il boomerang

Eppure Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo scorso 12 novembre 2021 lo aveva detto per l’ennesima volta e con parole forti ai paesi occidentali: “Non ha senso dare la dose booster ad adulti sani o vaccinare i bambini, quando nel mondo ci sono operatori sanitari, anziani e altri gruppi ad alto rischio che stanno ancora aspettando la loro prima dose. L’eccezione, come abbiamo detto, sono gli individui immunocompromessi. E invece la realtà è che ogni giorno si somministrano 6 volte più dosi booster a livello globale rispetto alle dosi primarie nei Paesi a basso reddito. Questo è uno scandalo che va fermato. Oggi i Paesi con la più alta copertura vaccinale continuano ad accumulare ancora più vaccini mentre i Paesi a basso reddito continuano ad aspettare. I vaccini da soli non porranno fine alla pandemia ma non possiamo porre fine alla pandemia a meno che non risolviamo la crisi globale dei vaccini.”

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Leggere “Il potere segreto” per partecipare al disvelamento del sistema di violenza

Se c’è una vicenda che descrive perfettamente il funzionamento del sistema di violenza nel quale siamo collettivamente immersi è quella di Julian Assange, “colpevole” di aver disvelato al mondo la verità sulla guerra in Afghanistan ed Iraq e per questo nemico pubblico numero uno del complesso militare-industriale statunitense e dei governi satelliti. La lettura del libro “Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks” (Chiarelettere, 2021) di Stefania Maurizi ne è la prova documentata, da parte di una giornalista d’inchiesta che ha contribuito al disvelamento indagando su tutti i documenti segreti di WikiLeaks.

La prima vittima di ogni guerra è sempre la verità, attraverso la coltre fumogena che viene costruita intorno ad essa per giustificarla, legittimarla, nasconderne crimini ed atrocità all’opinione pubblica esercitando così il livello più profondo di violenza, quello culturale, che sta alla base e sostiene i livelli superiori: la violenza strutturale dell’enorme massa di risorse pubbliche sottratte agli investimenti civili e dirottate – normalmente senza obiezioni rilevanti – su armamenti ed occupazioni militari; la violenza diretta delle centinaia di migliaia di vittime civili, le torture, le abiezioni dell’umanità che sono la quotidianità di ogni guerra, ma che sono – appunto – accuratamente nascoste. Disvelare il livello sottostante e più profondo della violenza della guerra – rivelarne le menzogne, la crudeltà, gli interessi in gioco, l’illegittimità – significa dunque mettere in crisi e rischiare di far crollare l’intero sistema di violenza e il fiume di risorse vi sono deviate: per il complesso militare industriale non c’è colpa più grave. E’ quella di cui si è macchiato Julian Assange attraverso la piattaforma WikiLeaks, mentre la stampa internazionale aveva (ed ha) abdicato al suo ruolo fondamentale, trasformandosi spesso da “cane da guardia” del potere a megafono delle sue menzogne, “come quando, nei mesi precedenti l’invasione dell’Iraq il New York Times aveva pubblicato notizie infondate sui tentativi di Saddam Hussein di procurarsi armi di distruzione di massa. – Scrive Stefania Maurizi – Il “Times” aveva contibuito a una campagna mediatica che aveva reso accettabile anche per l’opinione pubblica politicamente agli antipodi dell’amministrazione Bush, l’invasione dell’Iraq e la guerra devastante che ne seguì: un bagno di sangue di almeno 600.000 morti”

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Prima che sia troppo tardi. Dalla retorica della pace al disarmo militare e culturale

Mentre con grande dispiegamento mediatico a Roma si incontrano i governi dei G20 che coprono da soli circa il 90% della spesa militare globale – la quale, complessivamente, costa ai cittadini del pianeta quasi duemila miliardi di dollari all’anno – e nella loro agenda manca il punto fondamentale del disarmo e dell’investimento delle enormi risorse così liberate nella difesa dell’umanità dalle molteplici minacce reali – le pandemie, i cambiamenti climatici, la povertà la fame, l’ignoranza, la guerra – mi pare opportuno pubblicare la versione integrale dell’intervista al magazine Vita (a cura di Marco Dotti) su questo tema, della quale una sintesi è uscita sul numero di ottobre in edicola.

(AP Photo/Gregorio Borgia)

Spesso contrapponiamo “pace” a “guerra”, ma forse per capire il valore grande di questa parola occorre allargare il campo: pace – per citare il titolo del suo ultimo libro – come antidoto alla violenza. Una violenza che è sempre più sistemica e diffusa e assume molti volti… Ci aiuta a capire il valore e l’importanza di una vera cultura della pace, oggi?

Dopo vent’anni di guerre fallimentari (come lo sono tutte le guerre) spacciate per “missioni di pace”, credo che bisogna mettere a fuoco i processi reali capaci di costruire e mantenere la pace, per questo nel mio libro – il cui titolo completo è Disarmare il virus della violenza. Annotazioni per una fuoriuscita nonviolenta dall’epoca delle pandemie (edizioni GoWare) – metto a tema le questioni delle minacce, della difesa, del disarmo e della nonviolenza ma, per poterne fare una corretta declinazione, ancora prima metto a tema la questione della violenza, nei suoi diversi livelli, a cominciare da quelli più profondi, dati per scontati e considerati “ovvi”. A questo scopo credo molto utile riprendere l’analisi di Johan Galtung in relazione al sistema composto dalla violenza diretta, dalla violenza strutturale e dalla violenza culturale, dove la violenza diretta è più evidente perché è quella che si manifesta nelle guerre, nei terrorismi, negli omicidi, nei comportamenti violenti ai quali viene dato socialmente e mediaticamente ampio risalto, soprattutto se avvengono nel nostro Paese o nella parte occidentale del pianeta. La seconda e più indiretta e nascosta violenza strutturale si manifesta nel modello di sviluppo economico fondato sullo sfruttamento, sulla rapina delle risorse naturali, sullo stupro dell’ecosistema; ma anche nella politica che sceglie, per esempio, di spendere per le armi anziché per scuole e ospedali o nelle leggi che sanciscono “decreti sicurezza” che trasformano il Mediterraneo in un cimitero di disperati. Violenza strutturale è, per esempio, il potere acquisito dal complesso militare-industriale anche nel nostro Paese che spiega la crescita costante della spesa militare italiana, indipendentemente dal colore dei governi, come il folle programma di acquisto pluriennale dei cacciabombardieri F35, che procede imperterrito governo dopo governo. Tuttavia, la violenza strutturale e gran parte della violenza diretta non sarebbero possibili senza la violenza culturale che legittima e rende un implicito culturale – da non mettere in discussione, appunto “ovvio per tutti” (come scrive Hannah Arendt in Sulla violenza) – l’uso della violenza (per esempio la guerra), la produzione dei mezzi a essa necessari (per esempio le armi) e lo spreco di risorse pubbliche a questo scopo (le spese militari). Quindi una autentica cultura di pace, che voglia davvero disarmare la violenza e la sua massima espressione che è la guerra – non può rimanere solo sul piano del contrasto alla violenza diretta, alla guerra ormai esplosa, ma deve porsi il tema di di disarmare i livelli sottostanti di violenza che preparano, sostengono e legittimano la guerra. E costruirne le alternative nonviolente.

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La distribuzione globale dei vaccini e il dilemma del prigioniero

Finché coloro che hanno il senso della complessità del mondo,

della vita, dell’umanità, degli eventi saranno una piccola minoranza,

il mondo andrà di male in peggio

Edgar Morin

[Twitter, 8 agosto 2021]

“I paesi che continuano a lanciare booste, campagne di terze dosi, stanno effettivamente impedendo ad altri Paesi di vaccinare le loro popolazioni più a rischio. L’offerta è limitata. Alla fine, questo è un gioco a somma zero”. Il 13 ottobre 2021, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha lanciato da Ginevra l’ennesimo appello ai paesi ricchi ad alzare lo sguardo oltre il proprio esasperato nazionalismo vaccinale, nel quale – come in un gioco globale – a fronte di quelli che apparentemente vincono (pochi) c’è il corrispettivo di quelli che effettivamente perdono (molti): la somma +1 – 1 dà appunto 0. Nel fare queste affermazioni il direttore dell’OMS stava citando la Teoria dei giochi, proposta già negli anni ‘40 del secolo scorso dal matematico John von Neumann e dall’economista Oskar Morgerstern nel libro Theory of Games and Economic Behavior (1944) e ripresa dal matematico ed economista John Nash, premio Nobel nel 1994, la cui vicenda biografica è narrata anche nel film A beautiful mind.

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Violenza su violenza. Il ventennale dimenticato dell’inizio di una guerra vergognosa

Tra le diverse dimensioni dell’esercizio diretto e indiretto della violenza, la più profonda e pervasiva è la violenza culturale, che genera l’immaginario simbolico e produce senso comune1. Una delle “armi” più potenti della violenza culturale è la costruzione e l’uso selettivo della memoria pubblica condivisa, che decide e separa ciò che dev’essere ricordato da ciò che, invece, non deve esserlo. Lo scorso 11 settembre, per esempio, è stato il ventennale degli attentati terroristici a New York che, con il crollo delle Torri gemelle, hanno provocato 2977 vittime e la stampa internazionale per giorni ha ricordato quell’evento con dirette, edizioni straordinarie di magazine, approfondimenti di varia natura: una memoria giustamente celebrata. In conseguenza di quell’attacco kamikaze, poche settimane dopo, già il 7 ottobre cominciavano i bombardamenti anglo-statunitensi su Kabul con i quali iniziava la ventennale e illegale guerra di occupazione occidentale durata fino a poche settimane fa: una memoria ingiustamente rimossa.

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Imparare la lezione dell’Afghanistan per disarmare il virus della violenza

Un’intervista a Rainews.it, a cura di Pierluigi Mele

[immagine di Mauro Biani]

A poco più di un mese dalla presa di Kabul da parte dei talebani, facciamo, in questa intervista, con Pasquale Pugliese, attivista del Movimento Nonviolento, e studioso delle questioni legate alla non violenza, una riflessione su quello che significa per l’Occidente l’esito di questi venti anni di guerra.

Pasquale Pugliese, tu sei un attivista del Movimento Nonviolento e studioso di questioni legate alla Nonviolenza (ricordiamo il tuo ultimo libro ha un titolo significativo “Disarmare il virus della violenza”), in questa intervista, per quanto è possibile, cercheremo di proporre una lettura complessa degli avvenimenti di questi ultimi giorni che riguardano l’Afghanistan e cosa significano per l’occidente . In questa ottica ti chiedo: Venti anni dopo la guerra sono tornati di nuovo al potere i Talebani, cosa abbiamo fatto o non abbiamo fatto in tutto questo tempo?

Abbiamo fatto l’unica cosa che non dovevamo e non potevamo fare: la guerra. Dopo l’attacco terroristico a New York dell’11 settembre 2001, invece di capire le ragioni di quanto successo e rispondere in maniera intelligente e complessa, cioè all’altezza della situazione, come invitavano a fare le voci più lucide dell’Occidente, dalla newyorkese  Susan Sontag negli USA – “Dov’è chi riconosce che non si è trattato di un «vile» attacco alla «civiltà», o alla «libertà», o all’«umanità», o al «mondo libero», ma di un attacco all’autoproclamata superpotenza del mondo, sferrato in conseguenza di specifiche azioni e alleanze americane? Quanti americani sanno che l’America continua ancora a bombardare l’Iraq?” (The New Yorker, 24 settembre 2001) – a agli italiani Tiziano Terzani  – “Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza, ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui” (Corriere della Sera, 4 ottobre 2001) – e Gino Strada- “Senta, è da quando siamo piccoli che ce la menano col si vis pacem para bellum dei lati ni. Non è vero, è vero l’esatto contrario. Se vuoi la pace prepara la pace. Con la guerra si prepara solo la prossima guerra” (intervista a la Repubblica, 7 ottobre 2001, da Kabul sotto le bombe che iniziavano a cadere) – ecco, invece di scoltare i consigli più saggi, abbiamo seguito pedissequamente il presidente Gerorge Bush jr che già la sera dell’11 settembre, prima ancora di capire chi fossero gli attentatori e quale fosse il movente ti tale attacco aveva già deciso, rispondendo così a chi gli faceva notare che il Diritto internazionale non prevede la guerra come strumento di vendetta: “non mi frega niente degli avvocati internazionali, andremo lì a prenderli a calci nel culo” (riportato da Richard Clarke, coordinatore delle operazioni  contro il terrorismo della Casa Bianca nel libro Against all enemies). Impelagandoci così in vent’anni di “guerra infinita”, prima in Afghanistan, poi in Iraq, poi in Libia, che ci riconsegna – centinaia di migliaia di morti dopo – un mondo complessivamente ancora più instabile e violento di prima. Lo ha scritto lucidamente il centenario Edgar Morin pochi giorni fa: “la guerra testimonia dell’incapacità di risolvere i problemi fondamentali in modalità complessa”.

È evidente, Nell’opinione pubblica, il fallimento della strategia bellica dell’occidente. Alcuni dicono: “la democrazia non si esporta con la guerra”. E guardando i devastanti risultati delle guerre in Iraq, Afghanistan, e Libia sicuramente è vero. Ma altrettanto vero che, nella storia, ci sono stati momenti cui la forza ha consentito, vedi la nostra lotta di liberazione, la vittoria della democrazia. Insomma la vicenda è complessa. Come ti poni di fronte a questa complessità?

L’intervista contina sul link di rainews.it:

http://confini.blog.rainews.it/2021/09/19/riflessioni-sullafghanistan-intervista-a-pasquale-pugliese/

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La violenza e la sua ovvietà: il problema fondamentale della condizione umana

Un’intervista a cura dell’edizione italiana di Pressenza International Press Agency, con un ringraziamento all’amico Olivier Turquet

E’ uscito presso i tipi di GoWare il libro di Pasquale Pugliese Disarmare il virus della violenza; ne parliamo con l’autore, attivista del Movimento Nonviolento, saggista e studioso di questioni legate alla nonviolenza.

Il libro raccoglie una scelta dei tuoi scritti durante la pandemia, sulla falsariga dei due virus,il corona e la violenza: puoi spiegarci questa linea di pensiero?

La violenza, dice la filosofa Hannah Arendt nel suo studio “Sulla violenza”, è data talmente per scontata negli affari umani – in particolare politici e storici, pensiamo alle guerre comunque aggettivate – che quasi mai è oggetto di attenzione perché “nessuno mette in discussione o sottopone a verifica ciò che è ovvio per tutti”. Eppure la violenza e la sua ovvietà, il suo essere l’implicito culturale da non mettere in discussione è il problema fondamentale della condizione umana, tanto sul piano personale che collettivo. Per questo penso che sia necessario metterla a tema in tutte le sue dimensioni, a cominciare proprio da quelle più implicite, e contemporaneamente provare a fornire un contributo a decostruirne il suo essere ovvia per tutti e, insieme, a prepararne le alternative. Questa urgenza è emersa in modo particolarmente evidente durante la pandemia di covid-19, ossia durante un lungo periodo di crisi globale nella quale siamo ancora immersi che, mentre ha reso esplicite le molte contraddizioni che l’hanno generata, può rappresentare anche l’occasione per cambiare strada, porre rimedio agli errori del passato, aprire nuove e differenti prospettive di sviluppo. Ho provato quindi a mettere a tema la violenza, sottrarla all’ovvio, dirne la verità che è aletheia, cioè disvelamento come era chiaro ai greci, e indicarne alcune via di superamento. Per farlo ho racconto in queste pagine una selezione ragionata degli interventi dell’ultimo anno e mezzo sui blog che curo che, nell’insieme, propongono una sorta di contro-narrazione di una fase drammatica della nostra storia presente, mettendo in fila, fenomenologicamente, alcuni esempi di violenza culturale – per esempio nel linguaggio, nei media, nella narrazione pubblica della pandemia – e di violenza strutturale – a cominciare dalla contraddizione tra le minacce reali e le difese approntate. Proponendo infine alcune uscite di sicurezza dall’epoca delle molte “pandemie”, non solo da virus, delle piste di lavoro per impegnarsi nel disarmare la violenza: il compito più urgente.

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Il fallimento della strategia bellica dichiarata e la nostra falsa coscienza

[L’immagine è della street artist afghana Shamsia Hassani]

Non c’è popolo che sia più giusto degli americani. Anche se sono costretti a fare una guerra, per cause di forza maggiore, s’intende, non la fanno mica perché conviene a loro. Nooo! È perché ci sono ancora dei posti dove non c’è né giustizia, né libertà. E loro… Eccola lì… BOOOOM! Te la portano. Sono portatori, gli americani. Sono portatori sani di democrazia. Nel senso che a loro non fa male, però te l’attaccano. L’America è un ARSENALE di democrazia.

Giorgio Gaber

Nel confronto a distanza tra Sabino Cassese e Gianfranco Pasquino sulla esportabilità della democrazia, in riferimento al “fallimento della ventennale missione americana in Afghanistan” (Cassese) credo ci siano almeno due punti deboli che inficiano le rispettive argomentazioni. Il primo è che si tratta di un mero confronto accademico, seppur sviluppato sui quotidiani, senza alcun riferimento alla realtà concreta, perché – se in vent’anni non fosse stato sufficientemente chiaro – lo stesso presidente Biden lo scorso 17 agosto, annunciando l’imminente ritiro delle truppe di occupazione USA, si è incaricato di chiarire definitivamente l’obiettivo della guerra afghana: “lo state-bulding non è mai stato l’obiettivo della nostra missione nel Paese, che era centrata su attività di anti-terrorismo e non sulla creazione di una democrazia”. Il secondo punto debole – volendo rimanere nell’esercizio retorico di Cassese e Pasquino, che ignora la realtà dei fatti come illustrati anche dal presidente Biden – è dato dall’assenza di una riflessione sul rapporto tra mezzi e fini: ossia, in generale, il tema vero da affrontare non è tanto quello legato alla legittimità o meno di esportare in astratto la democrazia e i suoi valori, ma se questo fine possa essere raggiunto attraverso il concretissimo e devastante mezzo della guerra. E’ di questo che si tratta.

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20 anni di guerra in Afghanistan, per la rabbia e l’orgoglio o per lucida follia?

“Eppure l’Afghanistan ci perseguiterà

perché è la cartina di tornasole della nostra immoralità,

delle nostre pretese di civiltà,

della nostra incapacità di capire che la violenza genera solo violenza

Tiziano Terzani

Questo articolo è scritto principalmente per quelli che oggi hanno vent’anni, o poco meno o poco più, e magari si chiedono perché i canali televisivi e social siano inondati improvvisamente da drammatiche immagini e informazioni che provengono dall’’Afghanistan, con una preoccupazione crescente sulla sorte delle donne di quel Paese. Per comprendere quanto accade in questi giorni bisogna fare un flashback, un salto indietro di venti anni, tra l’11 settembre e il 7 ottobre del 2001, quando si scatenò in Occidente la furia vendicatrice per l’attacco terroristico alle Twin Towersdi New York che prevedeva per il presidente George Bush jr una guerra di occupazione contro uno Stato sovrano, in qualche modo riconducibile ai “nemici dell’Occidente”: la scelta cadde sull’Afghanistan, nonostante nessuno degli attentatori fosse cittadino afghano e il rifugio dove fu scovato e ucciso Osama Bin Laden, terrorista saudita che rivendicò quell’attentato, fu trovato nell’alleato Pakistan… Guerra alla quale – nonostante la contrarietà delle Nazioni Unite – i governi occidentali e la relativa stampa “libera” si accodarono, “senza se e senza ma”, guidati non dalla ragione e dalla saggezza ma da “la rabbia e l’orgoglio”, come il titolo di un articolo sul Corriere della Sera e poi del libro di della giornalista e scrittrice Oriana Fallaci, che ne sostenne e fomentò la crociata.

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