Per l’universale dignità di lutto. Combattere le armi nucleari come le pandemie

Hai la dignità di lutto, la tua perdita è intollerabile,

voglio che tu viva, voglio che tu desideri vivere,

quindi prendi questo mio desiderio e consideralo tuo,

perché se è tuo allora è anche mio”

Judith Butler

Un tragico paradosso in cui è immersa l’umanità è la contemporanea ricerca medico-scientifica per produrre farmaci e tecnologie per allontanare più vite umane possibili dalla morte e quella scientifico-militare per produrre armi sofisticate che conducano più vite umane possibili alla morte. Una schizofrenia grave nella quale l’enorme spesa per la seconda è costantemente sottratta agli insufficienti investimenti per la prima. La mancanza di difese di fronte alla pandemia è qui a di/mostrarlo, ma noi continuiamo a rimuoverlo.

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Educazione civica sì, ma critica e nonviolenta. Lo dobbiamo (anche) a Willy

La missione di questo insegnamento è di trasmettere non del puro sapere,

ma una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere;

essa è nello stesso tempo una maniera di pensare in modo aperto e libero

Edgar Morin

La testa ben fatta

Tra le tante novità e incertezze del nuovo anno scolastico, una certezza positiva è che ripartirà finalmente l’”Educazione civica” come materia curricolare e, secondo quanto previsto dalla legge 92 del 2019, questo insegnamento ha – a partire da questo anno scolastico – un proprio voto, con almeno 33 ore all’anno dedicate. Pur essendo il minimo indispensabile, è una buona notizia perché, per quanto l’educazione alla cittadinanza consapevole e responsabile dovrebbe essere la finalità ultima della scuola in quanto palestra di democrazia, un insegnamento specifico e valutabile aiuta a non dare per scontato che poi questa educazione, trasversale alle diverse discipline, avvenga davvero. Dunque è una decisione necessaria, ma – a mio avviso – non ancora sufficiente, almeno per due ragioni: perché va integrata con un approccio metodologico critico e perché tra le cornici tematiche indicate ce n’è una mancante. Continua a leggere

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Referendum sul taglio del Parlamento: esercitare la partecipazione consapevole anziché arrendersi alla demagogia

Quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo

s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti,

oltre che le funzioni

Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente

Uno degli aspetti più pervasivi e pericolosi del “populismo” è quello di convincere il “popolo” – considerato come una massa indifferenziata – di scelte e decisioni che in realtà vanno contro gli interessi generali dei cittadini, specie delle classi popolari, identificando capri espiatori semplici (“gli immigrati” e “la casta” vanno per la maggiore) contro i quali scatenare la rabbia in risposta a situazioni complesse, soprattutto in momenti di crisi. E’ quell’atteggiamento politico che fin dall’antica Grecia è stato definito dai filosofi “demagogia”, ossia la corruzione della democrazia. Ora che il populismo si sta facendo strada ovunque nel mondo, il referendum italiano sul taglio del numero dei parlamentari del 20 e 21 settembre è una grande occasione per separare e distinguere tra demagogia e democrazia. Ossia tra populismo e partecipazione consapevole. Continua a leggere

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Ri/costruire l’empatia. Per uscire dalla pandemia imparando a stare al mondo

Non puoi davvero capire un’altra persona

fino a quando non consideri le cose dal suo punto di vista,

fino a quando non entri nella sua pelle e non ci cammini dentro

Harper Lee

Il buio oltre la siepe

La decisione post-ferragostana del governo di richiudere le discoteche – dopo un’avventata e fuorviante riapertura – pur fortemente contestata (in verità più dai gestori che dai giovani), così come le altre misure sensate di contenimento del virus, si può inscrivere all’interno di un tentativo – seppur maldestro e per decreto – di ri/costruzione di un filo di empatia sociale, senza la quale non usciremo definitivamente da questa ne dalle altre crisi sistemiche che ci aspettano.

Lo scrivevo già a metà marzo, quando eravamo tutti bloccati in casa ed obbligati al totale distanziamento fisico: “che cosa ci sta insegnando questa epidemia nata in Cina, che ha attraversato l’Asia e l’Europa ed è giunta in America? (…)
Che non serve erigere muri, alzare barriere, tracciare confini, chiudere i porti, perché il pianeta è naturalmente e strutturalmente interconnesso. Irriducibilmente aperto, nonostante le nostre chiusure mentali. Continua a leggere

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Senza coscienza. 75 anni dopo Hiroshima e Nagasaki siamo ancora dentro al male assoluto

Su uno dei ponti di Hiroshima c’è un uomo che canta e pizzica le corde di uno strumento. Guardatelo. Dove vi aspettate di trovare il volto, non troverete il volto, ma una cortina: perché non ha più volto. Dove vi aspettate di trovare la mano, non troverete una mano, ma un artiglio d’acciaio: perché non ha più mano. Finché non riusciremo a raggiungere lo scopo per cui ci siamo radunati qui, e non avremo esorcizzato il pericolo che, alla sua prima manifestazione ha portato via duecentomila uomini, quell’automa sarà su quel ponte e canterà la sua canzone. E finché sarà su quel ponte, sarà su tutti i ponti che conducono al nostro futuro comune. Come atto d’accusa, e come messaggero. Riscattiamo quell’uomo dal suo ufficio. Facciamo quanto occorre perché sia possibile dirgli: “Non sei più necessario: puoi lasciare il tuo posto” (Günther Anders. Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasak. 1961)

Lo scorso 23 gennaio – prima che la pandemia da covid-19 esplodesse nella dimensione planetaria che conosciamo – gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientist portavano a soli 100 secondi dalla mezzanotte nucleare le lancette dell’”Orologio dell’apocalisse” che dal 1947 indicano metaforicamente quanto “tempo” ci distanzia dall’estinzione: mai le lancette sono state così vicine a indicare la catastrofe, neanche nel momento più pericoloso della “corsa agli armamenti” propriamente detta. A 75 anni dalla distruzione di Hiroshima e Nagasaki, l’umanità è ancora sotto scacco di circa 14.000 testate nucleari, enormemente più potenti di quelle che gli USA scaricarono sulle due città giapponesi, provocando oltre duecentomila morti, non per vincere una guerra il cui destino – dopo la resa della Germania nazista – era ormai segnato, ma per posizionarsi geo-strategicamente come potenza nucleare nel dopo guerra, come gli storici hanno ormai ampiamente dimostrato. Continua a leggere

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Servizio Civile “Universale”? Basta dire menzogne ai giovani!

[foto di Annachiara Pugliese]

Con la nonviolenza riconosciamo il diritto di tutti all’esistenza,

con la non menzogna il diritto di tutti alla verità

Aldo Capitini

Mi occupo di Servizio civile da quando ho svolto il mio anno da obiettore di coscienza al servizio militare, da molto tempo come formatore dei volontari civili sui temi della storia di questo istituto repubblicano e sulla “difesa della patria”, come attivista del Movimento Nonviolento fondato da Pietro Pinna e Aldo Capitini, ma oggi anche – dal punto di vista professionale – come responsabile di “politiche giovanili”. In questi anni ho avuto piena conferma del valore formativo della coerenza tra le parole e le cose: i giovani – per i quali il servizio civile rappresenta spesso la prima forma di partecipazione personale attiva alla vita della comunità – affinché si appassionino hanno bisogno di sentire parole autentiche, ecologiche, di verità, che abbiano una corrispondenza trasparente con la realtà, non fumose retoriche puntualmente contraddette dai fatti. Continua a leggere

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La Terra in prestito dai nostri figli. Le risposte di Alex Langer alle domande dei movimenti di oggi

Ho incontrato di persona e parlato una sola volta con Alex Langer, in un incontro pubblico svolto a Messina in occasione – se la memoria non m’inganna – delle campagna elettorale per le elezioni europee del 1989, nelle quali io votai per la prima volta per i Verdi e lui fu eletto al Parlamento europeo e successivamente alla presidenza del gruppo parlamentare del Sole che ride di Strasburgo. Ciò che ricordo con chiarezza è che – da studente di filosofia, alla ricerca di parole che dicessero l’essenza – fui colpito dal suo ragionamento e dalla sua visione che, senza fronzoli ed artifici retorici, andavano alle questioni essenziali ed all’essenza nelle questioni, connettendo locale e globale, etica e politica. Non solo l’impegno per una politica ecologica ma anche per una ecologia della politica, a servizio dell’urgenza di rendere il mondo un posto migliore e non dell’indice di gradimento nel prossimo sondaggio. Per questo, da allora – seppur non sempre condividendo fino in fondo tutte le sue prese di posizione pubbliche – non ho più perso di vista Alex Langer, fino al tragico epilogo del 3 luglio del 1995. Tuttavia solo dopo ne ho approfondito davvero il pensiero e l’impegno, che non solo anticipavano le questioni ancora essenziali per noi, qui ed ora, ma già davano – oltre venticinque anni fa – le risposte fondamentali alle domande per le quali si mobilitano oggi i giovani in ogni parte del mondo. Continua a leggere

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Non lavare le atrocità coloniali dalla nostra coscienza: istituire la Giornata della memoria delle vittime del colonialismo italiano

L’abbattimento delle statue di colonizzatori e razzisti, a cominciare da quelle di Cristoforo Colombo, che è iniziato negli USA e diffusosi in Europa, a cura del movimento Black Lives Matter – al netto degli inutili eccessi – ci dice, ancora una volta, che nel processo di evoluzione della civiltà ciò che appare giusto e sacrosanto ai contemporanei può diventare ingiusto ed aberrante per i posteri. La schiavitù, la caccia alle streghe, il razzismo, il colonialismo – seppure ancora presenti in molte parti del mondo – da valori condivisi sono diventati disvalori combattuti. Sarebbe bene che anche la guerra, prima o poi – con un necessario, ulteriore salto, di civiltà – subisse questo processo di storicizzazione e di esclusione dal novero delle relazioni umane accettate. Ed allora anche in Italia potremo fare a meno di piazze della “Vittoria” e di vie dedicate a generali macellai. Come Luigi Cadorna, per esempio.

Nel frattempo il movimento iconoclasta antirazzista, giunto anche nel nostro Paese, ha imbrattato la statua di Indro Montanelli per l’aver acquistato una bambina da stuprare – secondo la pratica del “madamato” – durante la partecipazione all’occupazione militare dell’Etiopia da sottotentente dell’esercito italiano, scatenando un furioso dibattito sui media e sui social sull’opportunità del gesto rispetto ai presunti meriti giornalistici successivi, per i quali era stato eretto il monumento. Tuttavia il tema vero, a mio avviso, non è tanto quello specifico legato alla biografia di Montanelli, ma che il nostro Paese non abbia ancora fatto i conti con il violento e feroce colonialismo – nazionalista, fascista e razzista – che insegnò ai nazisti la pratica stragista, i campi di sterminio e l’uso dei gas – dentro al quale si inquadra la stessa vicenda personale di Montanelli – che riguarda un’intera generazione di italiani “brava gente”, alle cui gesta infami sono ancora dedicate vie e piazze in tutta Italia. Quelli che – come ricorda lo storico Angelo Del Boca nel suo Italiani, brava gente? – furono “uomini comuni, non particolarmente fanatici. Uomini che hanno agito per spirito di disciplina, per emulazione, o perché persuasi di essere nel giusto eliminando coloro che ritenevano barbari o subumani”. Le cui gesta causarono, si calcola, almeno 500.000 vittime solo nel continente africano. Continua a leggere

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Quando i nodi vengono al pettine. La riapertura di scuole e università tra valori e disvalori costituzionali

Il 2 giugno ricorda non solo la nascita della Repubblica, ma anche l’elezione dell’Assemblea che scrisse la Costituzione italiana, la Carta fondante del nuovo Stato repubblicano, per la quale i Costituenti scelsero, come diceva Tullio De Mauro, “le parole più trasparenti”, affinché – in un un Paese appena uscito dalla guerra, che contava un numero elevato di analfabeti – il loro significato fosse comprensibile da tutti, senza alcuna ambiguità. Tra i dodici “principi fondamentali”, che definiscono la geografia dei valori e dei disvalori sui quali si fonda la Repubblica, voglio citare l’articolo 9 che “promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e l’artico 11 che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Principi chiari, precisi e incisivi nel loro significato: un valore da promuovere, un disvalore da ripudiare. E tuttavia i momenti di crisi, come quello che stiamo attraversando, fanno esplodere le contraddizioni. Nei momenti di crisi i nodi irrisolti vengono al pettine. Continua a leggere

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E’ tempo di porsi la radicale domanda di senso sul Servizio civile

Periodicamente, almeno una volta all’anno, in questo Paese qualcuno, a destra e/o a manca, rilancia il tema dell’obbligatorietà del sevizio civile. Questa volta l’occasione del dibattito è fornita dall’emergenza covid-19, che ha visto – in prima battuta – da un lato un think tank che si occupa di “innovazione” fare la proposta di rendere nuovamente obbligatorio il servizio civile sul modello svizzero, dove però – al contrario dell’Italia – anche il servizio militare è obbligatorio  e dall’altro l’appello di 53 figure della società civile italiana che chiedono di “ripensare e rilanciare” il Servizio civile universale per rispondere alle emergenze e come opportunità formativa . Tra gli interventi, a mio avviso, più interessanti quello dell’ex sottosegretario Luigi Bobba che propone di passare da 40mila a 400mila volontari in cinque anni con un piano che prevede un investimento, nel medio periodo, di 10 miliardi; quello del presidente della CNESC, Licio Palazzini, che ricorda che per consentire di svolgere il servizio civile ad almeno 100mila volontari all’anno bisognerebbe avere una dotazione annua di 600milioni di euro annui; quello di Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, e Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana Disarmo, che ribadiscono come prima di pensare al Servizio civile obbligatorio sia “fondamentale riuscire a garantire che quello Universale lo sia davvero, cioè che tutti coloro che lo desiderano lo possano svolgere pienamente”, ricordando opportunamente l’impegno, in questo senso, della campagna “Un’altra difesa è possibile”

A queste autorevoli riflessioni vorrei aggiungere che il tema dell’obbligatorietà o meno del servizio civile è del tutto secondario e derivato rispetto al tema dell’identità di questo istituto repubblicano, cioè al senso del servizio civile oggi.  Risposta che è ormai da tempo chiara e acquisita sul piano legislativo, esito delle lotte degli obiettori di coscienza al servizio militare e delle sentenze della Corte costituzionale, per cui il Sevizio civile universale – come recita la legge istitutiva (d. lgs. 6 marzo 2017, n. 40) con riferimento agli articoli 11 e 52 della Costituzione, e in continuità con la legge istitutiva del Servizi civile nazionale (L. 64/2001) – è “finalizzato, alla difesa non armata e nonviolenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli, nonché alla promozione dei valori fondativi della Repubblica”, ma che, invece, non è affatto acquisita sul piano culturale, politico ed economico. Ossia questo Paese ha nel proprio ordinamento giuridico due modelli di difesa – la difesa militare e la difesa civile, cioè “non armata e nonviolenta” – ma solo uno dei due viene trattato davvero come strumento di difesa nazionale, quello militare; l’altro viene trattato come strumento di “politica giovanile” (ancorché unica degna di questo nome), se non addirittura come mero ammortizzatore sociale. La comparazione delle risorse annue previste per i due modelli di difesa, esplicitano questa totale asimmetria: per la difesa militare la spesa pubblica per il 2020 è di 26,3 miliardi di euro (dati milex), per il servizio finalizzato alla “difesa non armata e nonviolenta” nelle più rosee previsioni del ministro Vincenzo Spadafora dovrebbe arrivare a 270 milioni all’anno, cioè – nella migliore delle ipotesi – ad un centesimo della spesa prevista per la difesa militare.

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