Disarmare il virus della violenza. Annotazioni per una fuoriuscita nonviolenta dall’epoca delle pandemie

Chiunque abbia avuto occasione di riflettere sulla storia e sulla politica non può non essere consapevole dell’enorme ruolo che la violenza ha sempre avuto negli affari umani, ed è a prima vista piuttosto sorprendente constatare come la violenza sia stata scelta così di rado per essere oggetto di particolare attenzione. Questo dimostra fino a che punto la violenza e la sua arbitrarietà siano state date per scontate e quindi trascurate: nessuno mette in di­scussione o sottopone a verifica ciò che è ovvio per tutti1.

La violenza è l’oggetto di attenzione di questo libro e for­nire un contributo a decostruirne il suo essere ovvia per tut­ti – come denunciato da Hannah Arendt – e a prepararne le alternative è l’obiettivo di queste pagine, attraverso una sele­zione ragionata di articoli pubblicati sui miei blog durante la pandemia di covid-19. Ossia durante un lungo periodo di crisi globale che, come tutte le crisi, mentre rende esplicite le molte contraddizioni che l’hanno generata, può rappresentare l’occasione per cambiare strada, porre rimedio agli errori del passato, aprire nuove e differenti prospettive di sviluppo. La violenza e la sua ovvietà, il suo essere l’implicito culturale da non mettere in discussione – emerso in tutte le sue implica­zioni durante quest’ultima pandemia – è il fondamentale pro­blema della condizione umana, tanto sul piano personale che collettivo. Per questo è necessario metterla a tema, sottrarla all’ovvio, dirne la verità che è aletheia, cioè disvelamento, e in­dicarne alcune via di superamento.

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Don’t look up a 90 secondi dall’apocalisse nucleare. Ma stavolta non è un film

Molti avranno visto Don’t look up il bel film di Adam McKay, con Leonardo di Caprio e Jennifer Lawrence nel ruolo di due scienziati statunitensi che scoprono l’imminente impatto di una cometa con la Terra, le cui dimensioni sono tali da comportare la distruzione di qualsiasi forma di vita sul pianeta, ma vengono ignorati e costretti al silenzio dalla presidente degli Stati Uniti, messi alla berlina dal circo mediatico al quale si rivolgono per allertare i popoli e, mentre le cometa si avvicina pericolosamente, la campagna negazionista guidata dalla stessa Presidente conia lo slogan don’t look up, non guardate in alto. Appunto. Si tratta di un film del 2021, straordinaria anticipazione artistica del momento che stiamo attraversando, come si è visto tragicamente e plasticamente a cavallo tra il 24 e il 25 gennaio scorsi, a quasi un anno dall’invasione russa dell’Ucraina.

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Con continuità e convinzione. Saverio Morselli instancabile costruttore di pace a Reggio Emilia

Quella che segue è la prefazione al libro di Saverio Morselli, instancabile costruttore di pace di Reggio Emilia, che mi ha chiesto di scrivere per la sua ricostruzione della storia del Gruppo di lavoro per la Pace di Reggio Emilia, quel “manipolo di audaci” di cui è stato punto riferimento. Ha lavorato a questo testo prezioso per la storia del movimento pacifista reggiano, e non solo, fino ai suoi ultimi giorni. Non ha potuto vederne la pubblicazione, ma in queste pagine – oltre che nella memoria di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo – ci ha lasciato una lezione per continuarne l’impegno seguendo il suo esempio perché, come scrive, “l’impegno per la pace non può essere considerato qualcosa di occasionale e fugace, destinato a scemare in breve tempo, ma un ambito dove indirizzare con continuità e convinzione il nostro tempo, le nostre energie intellettuali e fisiche”. Oggi più che mai

La mia conoscenza di Saverio Morselli si innesta in verità dalla fine della storia raccontata in queste pagine, ma le modalità con le quali è avvenuta ne condividono in qualche modo l’inizio. Saverio ricorda la sua prima riunione “politica” in via dell’Aquila 2, allora sede del PdUP (Partito di Unità Proletaria, nome che evoca un mondo ormai rimosso), che ospitò gli incontri di quello che avrebbe preso il nome di “Gruppo di lavoro per la pace”. Qui si reca in un pomeriggio del 1983, pur non conoscendo quasi nessuno dei partecipanti, se non Ettore Guidetti che lo aveva invitato a partecipare, per capire se sarebbe stato “in grado di abbandonare il ruolo di spettatore per cimentarsi in quello di attore” nella vita pubblica cittadina. Anche io partecipai dieci anni dopo – in una sera del 1993, se la memoria non m’inganna – ad una riunione del Cendip (il Centro di documentazione e informazione per la pace) di cui Saverio era il presidente, che aveva sede in via Vittorangeli 7, senza conoscere nessuno dei partecipanti. Trasferito da poco a Reggio Emilia, avevo letto degli incontri al Cendip in un volantino recuperato da qualche parte e volevo capire – analogamente a Saverio dieci anni prima – se avrei potuto dare una mano attiva al “movimento pacifista” di questa città, come avevo fatto precedentemente a Messina nel mio periodo universitario. Mi sentii accolto da tutti. Della personalità di Saverio, che pian piano cominciai a conoscere e stimare, mi colpirono fin da subito l’intelligenza acuta, la mitezza di carattere, l’argomentare lucido.

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La guerra dei sonnambuli

People attend a rally for peace in Rome, Italy, 05 November 2022. The rally was organized by the Europe for Peace movement, calling on all countries to get rid of nuclear weapons and reduce military expenses in favor of aid to the poor on November 05, 2022 in Rome, Italy. (Photo by Andrea Ronchini/NurPhoto) (Photo by Andrea Ronchini, Ronchini / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

[Articolo pubblicato sulla rivista Missioni Consolata, edizione cartacea e on line]

Nel tempo del pericolo nucleare, i decisori politici e l’opinione pubblica sono prigionieri della logica binaria che non vede alternative alla violenza per rispondere alla violenza (e «vincere»). È necessario rimettere al centro i principi e i saperi della resistenza nonviolenta. Prima che sia tardi

Di questi tempi bisognerebbe rileggere il libro I sonnambuli dello storico Christopher Clark che descrive tutti coloro che avevano le leve del potere e dell’informazione nel 1914 come sonnambuli, apparentemente vigili, ma incapaci, in realtà, di rendersi conto che stavano conducendo il mondo nel baratro di quella «grande guerra» che papa Benedetto XV avrebbe definito «l’inutile strage».

A giudicare dalle scelte fatte e reiterate dai governi rispetto alla guerra in Ucraina, e dalle posizioni veicolate dalla maggior parte dei mezzi d’informazione, un’analoga epidemia di sonnambulismo sembra contagiare anche i decisori e i media di oggi.

Essi, infatti, fanno scelte ed esprimono posizioni non all’altezza dei tempi che attraversiamo, perché prive di consapevolezza della «situazione atomica» nella quale siamo immersi.

Siamo come gli «utopisti al rovescio» de Le tesi sull’età atomica del filosofo Gunter Anders: «Mentre gli utopisti non sanno produrre ciò che concepiscono, noi non sappiamo immaginare ciò che abbiamo prodotto». Siamo incapaci di superare la distanza che separa la capacità distruttiva delle armi nucleari da quella di generare pensieri, discorsi e azioni consapevoli e responsabili. Soprattutto in questo varco critico della storia, nel quale la minaccia atomica viene brandita come mai prima….

[Continua a legggere sul sito della rivista Missioni Consolata: https://www.rivistamissioniconsolata.it/2023/01/15/la-guerra-dei-sonnambuli/ ]

I mezzi e il fine. La disobbedienza civile tra le mani che imbrattano e l’allarme che lanciano

Note a margine dell’azione degli attivisti di Ultima generazione all’ingresso di Palazzo Madama

Prima premessa: la dichiarazione di Ultima generazione, l’organizzazione che ha pittato l’ingresso di Palazzo Madama il 2 gennaio scorso è del tutto condivisibile tanto nelle motivazioni del gesto e quanto nella scelta di fondo della “disobbedienza civile nonviolenta”, dentro alla quale s’inquadra l’azione specifica: “Alla base del gesto, la disperazione che deriva dal susseguirsi di statistiche e dati sempre più allarmanti sul collasso eco-climatico, ormai già iniziato, e il disinteresse del mondo politico di fronte a quello che si prospetta come il più grande genocidio della storia dell’umanità.” Sulla loro pagina web il comunicato continua con la dichiarazione di un’attivista: “Ho scelto e continuerò a scegliere di compiere azioni di disobbedienza civile nonviolenta perché sono disperata. Ovunque guardi vedo dissociazione, negazione, alienazione rispetto alla crisi climatica. (…) Non possiamo illuderci che fare la raccolta differenziata e partecipare a cortei organizzati sia sufficiente. È, di conseguenza, proprio al governo e alle istituzioni che rivolgiamo la nostra rabbia di protesta…”.

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Il lume della ragione. Dalla tregua di Natale tra le trincee del 1914 agli obiettori di coscienza alla guerra di oggi

Quando nel 2014, in occasione del centenario dello scoppio della “grande guerra”, scrivevo della pace dal basso tra le trincee della Grande guerra nel Natale del 1914 non potevo immaginare che meno di un decennio dopo nuove trincee – non metaforiche ma reali – avrebbero attraversato l’Europa, nella incredibile guerra ormai internazionalizzata che si svolge sul territorio ucraino. Nonostante il conflitto nelle regioni del Donbass fosse iniziato proprio nella primavera-estate dello stesso anno, con crescenti vittime ma ignorato dai media italiani, l’invasione russa dell’Ucraina dello scorso 24 febbraio e il supporto militare a quest’ultima da parte dei paesi aderenti alla Nato, ha proiettato questo conflitto armato, inizialmente “a bassa intensità”, in una guerra vera e propria, con centinaia di migliaia di vittime tra i due fronti. Una guerra fratricida nel cuore del territorio europeo, che ricorda per certi versi proprio la prima guerra mondiale, soprattutto per l’incapacità da parte delle diplomazie europee di trovare soluzioni negoziali al conflitto, per la retorica bellica che accompagna tutte le parti nella ricerca della “vittoria”, anziché della pace, e il conseguente forsennato riarmo. Condizioni che allora portarono i sovrani e i governi – come “sonnambuli” incapaci di vedere l’abisso verso il quale si dirigevano – nell’ecatombe della guerra mondiale. Ipotesi evocata tragicamente, ancora, di nuovo i questi mesi.

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Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere e lottare con la nonviolenza. Una risposta a Vittorio Emanuele Parsi

[Storica immagine di un’azione di sabotaggio svolta dai giovanissimi resistenti danesi sotto l’occupazione nazista]

Ho letto su Domani del 12 novembre un articolo del politologo Vittorio Emanuele Parsi dal titolo “Gli ucraini sono pronti a morire per la libertà, e noi italiani?”, la cui argomentazione è finalizzata – se ho bene inteso – a rilegittimare “la guerra come strumento ultimo al quale affidare la difesa della nostra libertà”. Recuperando, a questo scopo, il pensiero binario ottocentesco di Carl Schmitt che fonda la politica sulla dicotomia amico/nemico, che – a suo dire – dovremmo riportare in auge, perché aver rimosso l’hostis,il nemico, dal nostro orizzonte, porterebbe non alla pace ma “alla lotta di tutti contro tutti per il trionfo degli interessi particolari”. E’ l’antica logica del capro espiatorio, ampiamente spiegata da Renè Girard, sulla quale non ho nulla da aggiungere se non che è stata recuperata dal fascismo – “taci, il nemico ti ascolta” – ma è principio caro ad ogni dittatura – o autocrazia o democratura – che risolve il problema del conflitto interno (o, a volte, più banalmente del calo nei sondaggi) nella santa alleanza col popolo contro il comune nemico esterno.

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Conflitti, identità e appartenenze. Un dialogo con Francesco Remotti

Ecco la trascrizione del dialogo pubblico con l’antropologo Francesco Remotti – professore emerito dell’Università di Torino, autore di importanti ricerche in Africa equatoriale e di fondamentali saggi critici sul tema dell’identità – all’interno dall’edizione 2022 del Reggio Film Festival, il cui tema è stato appunto Identity. Tema qui messo fortemente in discussione per poter aprire la strada alle convivenze e risolvere i conflitti.

Pasquale Pugliese: Ho conosciuto il professor Francesco Remotti oltre dieci anni fa a Reggio Emilia per la presentazione del libro L’ossessione identitaria (2010) che facemmo alla Scuola di Pace. Ci ritroviamo oggi a dialogare grazie al Reggio Film Festival, ancora sul tema dell’identità, ma all’interno di una incredibile guerra nel cuore dell’Europa, rispetto alla quale il tema dell’identità e dei suoi usi è, ancora una volta, centrale. Ma facciamo un passo per volta. Proviamo a fare chiarezza sull’idea che il prof. Remotti ha della parola identità – che dà il titolo a questa edizione del Festival cinematografico che ci ospita – parola che appare “nitida, limpida, elegante, pulita”, ma in verità è “avvelenata”… “Perché e in che senso identità è una parola avvelenata?” – si chiede Remotti in quel libro – “Semplicemente perché promette ciò che non c’è; perché ci illude su ciò che non siamo; perché fa passare per reale ciò che invece è una finzione o, al massimo, un’aspirazione. Diciamo allora che l’identità è un mito, un grande mito del nostro tempo.” Ci spieghi, allora, prof. Remotti, perché “l’identità è un grande mito del nostro tempo”?

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Roma 5 novembre 2022, consapevolezza e responsabilità. L’Assemblea itinerante del popolo della pace

[Immagine di Le Monde]

Mi ero preparato con alcune riletture alla partecipazione alla straordinaria manifestazione per la pace del 5 novembre a Roma. Per esempio, avevo ripreso in mano il libro I sonnambuli dello storico Christopher Clark che ricostruisce come tutti coloro che nel 1914 avevano le leve del potere e dell’informazione si muovevano come sonnambuli, apparentemente vigili ma incapaci di vedere che stavano conducendo il mondo nel baratro della “grande guerra”, quella che papa Benedetto XV avrebbe definito “l’inutile strage”. Di cui giusto il giorno precedente alla manifestazione – il 4 novembre – era stata celebrata la fine ancora come una festa della vittoria, anziché un lutto per i 16 milioni di morti e per tutte le tragedie che ne sono conseguite. Un’analoga epidemia di sonnambulismo – o di cecità (“ciechi che, pur vedendo, non vedono”), per citare Josè Saramago – sembra attraversare anche oggi i decisori e i media occidentali rispetto alla guerra in Ucraina, a giudicare dalle scelte fatte e reiterate dai governi e dalle posizioni che sono state ossessivamente veicolate dalla maggior parte dei mezzi di informazione in questi otto mesi di guerra. Almeno nell’asfittica bolla informativa italiana.

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Disarmare la guerra invece dell’intelligenza. Con i saperi della nonviolenza

Tra le tante confusioni lessicali – e di conseguenza concettuali – che hanno una ripercussione fuorviante nella comunicazione e nell’informazione, fino a falsificare la posta in gioco in riferimento alla guerra in Ucraina, continua ad essere riproposta l’identificazione strumentale tra richiesta di cessare il fuoco e negoziare subito – che avanzano i movimenti per la pace, il disarmo e la nonviolenza, insieme a papa Francesco – e richiesta, che non fa nessuno, di resa dell’Ucraina. Non è di questa semplificazione che si tratta. Si tratta invece di aiutare le parti coinvolte a trovare una via d’uscita responsabile e sostenibile per entrambe da un avvitamento della guerra che comprende effettivamente – mai come questa volta – il folle rischio di escalation nucleare, che mette in pericolo per primo il popolo ucraino e poi tutti i popoli europei. Se non l’intero pianeta. Chi blatera di “vittoria”, come abbiamo ripetutamente spiegato, sta giocando con le parole ad un gioco che non si può giocare. E le parole, in questo caso più che mai, sono pietre.

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Il gioco da non giocare. L’ossimoro della “vittoria” nucleare

Strano gioco. L’unica mossa vincente è non giocare.

Che ne dice di una bella partita a scacchi?

[Joshua, Wargames. Giochi di guerra,1983]

Dall’alto dei 101 anni Edgar Morin ha reso sempre più essenziali e incisive le sue riflessioni, come quelle raccolte nell’ultimo libro tradotto anche in italiano poche settimane fa dal titolo eloquente “Svegliamoci!” (Mimesis, 2022), nel quale riassume i molteplici risvegli dal sonnambulismo necessari per la resistenza contro le “gigantesche forze della barbarie”, tra le quali quelle della minaccia atomica:

Dopo le ecatombi di Hiroshima e Nagasaki, la minaccia si è ingrandita e amplificata: nove nazioni, alcune delle quali tra loro ostili, si sono dotate di armi nucleari e nel complesso dispongono di un arsenale nucleare di più di tredicimila bombe. Altrettante spade di Damocle che pendono sopra otto miliardi di teste.
Da quel momento il progresso scientifico ha rivelato la sua terrificante ambiguità. La scienza più avanzata è diventata produttrice di morte per ogni civiltà. La razionalità scientifica ha mostrato il suo volto irrazionale. Il progresso della potenza umana è sfociato nell’impotenza umana di controllare la propria forza. Ma tutto questo è come anestetizzato dal sonnambulismo generale della nostra vita quotidiana.

Hiroshima e Nagasaki rappresentano uno spartiacque definitivo nella storia dell’umanità, dopo il quale – come hanno già ampiamente spiegato, tra gli altri, Bertrand Russell e Albert Einsten nel loro celebre Manifesto del 1955 e Günther Anders in gran parte della sua produzione filosofica (qui le Tesi sull’età atomica) – non è più possibile alcuna retorica della “vittoria” associata alle guerre, perché ormai la guerra stessa è nemica dell’umanità. Nonostante la toponomastica delle nostre città sia ancora tristemente ridondante di piazze e vie dedicate a quella “Vittoria” che fa riferimento alla “inutile strage” (come fu definita da papa Benedetto XV) della prima guerra mondiale, contribuendo a colonizzare militarmente l’immaginario, mitico e magico, dell’illusione che i conflitti si possano “risolvere” ancora con le guerre – secondo l’obsoleto paradigma si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra) – oggi più che mai invece sappiamo che “l’unica mossa vincente è non giocare”. E’ quanto dice il calcolatore elettronico Joshua, nel film cult Wargames. Giochi di guerrra del regista John Badham, di fronte all’imminente “guerra termonucleare totale”: non giocare più quello “strano gioco” della guerra in cui non ci possono essere vincitori e cambiare gioco (facendo probabilmente riferimento alla Teoria dei giochi di John von Neumann, Oskar Morgerstern e John Nash). Come del resto afferma tra i Principi fondamentali – solennemente e responsabilmente – la ormai ripetutamente ripudiata Costituzione della Repubblica italiana. Poiché con l’avvento delle armi nucleari nelle guerre non possono più esserci vincitori, la vittoria è un ossimoro apocalittico: l’esito non può che essere la “mutua distruzione assicurata”. MAD si diceva un tempo, l’acronimo significa “folle” in lingua inglese.

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