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Contro l’odio e il razzismo dilaganti ripartiamo dall’educazione all’umanità

La vergognosa gestione governativa dell’odissea alla quale è stata costretta la nave Aquarius ha visto, come effetto collaterale, lo scoperchiamento sui social media delle viscere maleodoranti e rancorose di questo Paese, che hanno vomitato odio e disprezzo sulla disperazione e l’intelligenza. Orde di odiatori seriali – guidati delle esternazioni esemplari del ministro dell’interno – non solo hanno augurato la morte ai 629 migranti, tra i quali 123 bambini e 7 donne in gravidanza, costretti per giorni in balie delle acque, ma hanno aggredito e insultato pesantemente chiunque accennasse a spiegare la disumanità di una assurda e illegale via crucis nel Mediterraneo, numeri e diritto internazionale alla mano. Niente da fare, la miscela esplosiva di “analfabetismo funzionale” – cioè di adulti che, pur sapendo leggere e scrivere, non sono in grado di decodificare un’informazione complessa o distinguere una “fake news” da una notizia vera – di cui il nostro Paese ha il primato in Europa (e tra i primi quattro al mondo su 33 Paesi analizzati dalle ultime ricerche internazionali), di paura e senso comune xenofobo diffuso da trent’anni di “pedagogia” razzista della Lega e di potenza virale ed immediata dei social media a disposizione di tutti, ha prodotto l’innesco di una vera e propria emergenza civile. Anzi di civiltà. Della quale l’esito elettorale ed il conseguente governo di destra non sono che un epifenomeno. Continua a leggere

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E se contro le violenze educassimo alla nonviolenza? Come in Francia.

Non c’è da stupirsi se il Paese che ha inventato il fascismo, la mafia, il leghismo e il berlusconismo – e di tutto ciò è ancora pienamente intriso – è un Paese culturalmente violento in quanto a tasso di razzismo, bullismo, machismo, ma anche di servilismo nei confronti dei potenti di turno. La prepotenza esercitata ordinariamente sui soggetti considerati più deboli – donne, omosessuali, immigrati, persone più fragili – è incardinata nella strutture profonde che sostengono la nostra socialità e si manifesta attraverso una fenomenologia articolata: dalla legislazione razzista in vigore all’uso commerciale e politico del corpo femminile, dal senso comune pesantemente omofobico alle condizioni dei detenuti nelle carceri, dal plauso mediatico per gli arrampicatori e i furbi allo scherno per gli umiliati e gli offesi, dal bellicismo permanente dei governi alla mano spesso oltremodo pesante delle forze dell’ordine e via elencando. A volte, poi, la prepotenza diventa violenza conclamata ed emerge drammaticamente, come la punta di un icesberg, agli onori della cronaca. Solo allora viene presa in considerazione da media e legislatori, ma spesso solo per diventare materiale utilizzabile nell’orientare temporaneamente (e selettivamente) l’indignazione collettiva e per fare scattare misure emergenziali (e, in certi casi, impostare anche le campagne elettorali) volte sostanzialmente a coprire l’incapacità di fondo – e spesso la non volontà – di leggere la realtà e promuovere i cambiamenti veri nelle viscere della società. Come se con l’emergenza si potesse sconfiggere la permanenza, senza alcun lavoro in profondità. Continua a leggere

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