Imparare la lezione dell’Afghanistan per disarmare il virus della violenza

Un’intervista a Rainews.it, a cura di Pierluigi Mele

[immagine di Mauro Biani]

A poco più di un mese dalla presa di Kabul da parte dei talebani, facciamo, in questa intervista, con Pasquale Pugliese, attivista del Movimento Nonviolento, e studioso delle questioni legate alla non violenza, una riflessione su quello che significa per l’Occidente l’esito di questi venti anni di guerra.

Pasquale Pugliese, tu sei un attivista del Movimento Nonviolento e studioso di questioni legate alla Nonviolenza (ricordiamo il tuo ultimo libro ha un titolo significativo “Disarmare il virus della violenza”), in questa intervista, per quanto è possibile, cercheremo di proporre una lettura complessa degli avvenimenti di questi ultimi giorni che riguardano l’Afghanistan e cosa significano per l’occidente . In questa ottica ti chiedo: Venti anni dopo la guerra sono tornati di nuovo al potere i Talebani, cosa abbiamo fatto o non abbiamo fatto in tutto questo tempo?

Abbiamo fatto l’unica cosa che non dovevamo e non potevamo fare: la guerra. Dopo l’attacco terroristico a New York dell’11 settembre 2001, invece di capire le ragioni di quanto successo e rispondere in maniera intelligente e complessa, cioè all’altezza della situazione, come invitavano a fare le voci più lucide dell’Occidente, dalla newyorkese  Susan Sontag negli USA – “Dov’è chi riconosce che non si è trattato di un «vile» attacco alla «civiltà», o alla «libertà», o all’«umanità», o al «mondo libero», ma di un attacco all’autoproclamata superpotenza del mondo, sferrato in conseguenza di specifiche azioni e alleanze americane? Quanti americani sanno che l’America continua ancora a bombardare l’Iraq?” (The New Yorker, 24 settembre 2001) – a agli italiani Tiziano Terzani  – “Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza, ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui” (Corriere della Sera, 4 ottobre 2001) – e Gino Strada- “Senta, è da quando siamo piccoli che ce la menano col si vis pacem para bellum dei lati ni. Non è vero, è vero l’esatto contrario. Se vuoi la pace prepara la pace. Con la guerra si prepara solo la prossima guerra” (intervista a la Repubblica, 7 ottobre 2001, da Kabul sotto le bombe che iniziavano a cadere) – ecco, invece di scoltare i consigli più saggi, abbiamo seguito pedissequamente il presidente Gerorge Bush jr che già la sera dell’11 settembre, prima ancora di capire chi fossero gli attentatori e quale fosse il movente ti tale attacco aveva già deciso, rispondendo così a chi gli faceva notare che il Diritto internazionale non prevede la guerra come strumento di vendetta: “non mi frega niente degli avvocati internazionali, andremo lì a prenderli a calci nel culo” (riportato da Richard Clarke, coordinatore delle operazioni  contro il terrorismo della Casa Bianca nel libro Against all enemies). Impelagandoci così in vent’anni di “guerra infinita”, prima in Afghanistan, poi in Iraq, poi in Libia, che ci riconsegna – centinaia di migliaia di morti dopo – un mondo complessivamente ancora più instabile e violento di prima. Lo ha scritto lucidamente il centenario Edgar Morin pochi giorni fa: “la guerra testimonia dell’incapacità di risolvere i problemi fondamentali in modalità complessa”.

È evidente, Nell’opinione pubblica, il fallimento della strategia bellica dell’occidente. Alcuni dicono: “la democrazia non si esporta con la guerra”. E guardando i devastanti risultati delle guerre in Iraq, Afghanistan, e Libia sicuramente è vero. Ma altrettanto vero che, nella storia, ci sono stati momenti cui la forza ha consentito, vedi la nostra lotta di liberazione, la vittoria della democrazia. Insomma la vicenda è complessa. Come ti poni di fronte a questa complessità?

L’intervista contina sul link di rainews.it:

http://confini.blog.rainews.it/2021/09/19/riflessioni-sullafghanistan-intervista-a-pasquale-pugliese/

Il fallimento della strategia bellica dichiarata e la nostra falsa coscienza

[L’immagine è della street artist afghana Shamsia Hassani]

Non c’è popolo che sia più giusto degli americani. Anche se sono costretti a fare una guerra, per cause di forza maggiore, s’intende, non la fanno mica perché conviene a loro. Nooo! È perché ci sono ancora dei posti dove non c’è né giustizia, né libertà. E loro… Eccola lì… BOOOOM! Te la portano. Sono portatori, gli americani. Sono portatori sani di democrazia. Nel senso che a loro non fa male, però te l’attaccano. L’America è un ARSENALE di democrazia.

Giorgio Gaber

Nel confronto a distanza tra Sabino Cassese e Gianfranco Pasquino sulla esportabilità della democrazia, in riferimento al “fallimento della ventennale missione americana in Afghanistan” (Cassese) credo ci siano almeno due punti deboli che inficiano le rispettive argomentazioni. Il primo è che si tratta di un mero confronto accademico, seppur sviluppato sui quotidiani, senza alcun riferimento alla realtà concreta, perché – se in vent’anni non fosse stato sufficientemente chiaro – lo stesso presidente Biden lo scorso 17 agosto, annunciando l’imminente ritiro delle truppe di occupazione USA, si è incaricato di chiarire definitivamente l’obiettivo della guerra afghana: “lo state-bulding non è mai stato l’obiettivo della nostra missione nel Paese, che era centrata su attività di anti-terrorismo e non sulla creazione di una democrazia”. Il secondo punto debole – volendo rimanere nell’esercizio retorico di Cassese e Pasquino, che ignora la realtà dei fatti come illustrati anche dal presidente Biden – è dato dall’assenza di una riflessione sul rapporto tra mezzi e fini: ossia, in generale, il tema vero da affrontare non è tanto quello legato alla legittimità o meno di esportare in astratto la democrazia e i suoi valori, ma se questo fine possa essere raggiunto attraverso il concretissimo e devastante mezzo della guerra. E’ di questo che si tratta.

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Annotazioni dall’autunno della civiltà. Per resistere all’inverno e preparare la primavera

Come in un taccuino personale, anche questo autunno ho annotato sulla mia pagina Facebook, quasi quotidianamente, pensieri suscitati da alcune “notizie del giorno”. Rileggendole insieme, a posteriori, se ne può ricavare il senso complessivo di questo autunno della civiltà. Per attrezzarci a resistere all’inverno e preparare la primavera. 

20 settembre
Oggi a Maryland ennesima strage negli USA. Nessun terrorismo ha mai fatto tante vittime quanto le armi libere: 30.000 morti all’anno sacrificati sull’altare della lobby delle armi. Più della somma delle vittime statunitensi nelle tante guerre nelle quali il governo americano è attualmente impegnato.
Oggi negli USA, domani in Italia. Grazie al “nostro” governo che, a sua volta, liberalizza le armi e la licenza di uccidere. E la chiama – beffardamente – “legittima difesa”.

25 settembre
In fondo, pensandoci bene, non è concettualmente sbagliato che nel “decreto Salvini” il governo Conte (si fa per dire) abbia collegato i temi della sicurezza e dell’immigrazione: la sicurezza degli immigrati non è mai stata così in pericolo da quando è in carica questo governo.
Del resto, con il decreto sulla liberalizzazione delle armi e la legge sulla cosiddetta “legittima difesa”, anche la sicurezza degli indigeni è già fortemente compromessa Continua a leggere

Annotazioni da un autunno di ordinaria follia

Come in un taccuino personale, questo autunno ho annotato sulla mia pagina Facebook, quasi quotidianamente, uno o due pensieri suscitati da alcune “notizie del giorno”. Rileggendole insieme, a posteriori, se ne può ricavare il senso complessivo di un autunno di ordinaria follia. Seppur alleviata dalla costruzione collettiva di qualche antidoto. Eccone una selezione, dal 21 settembre al 27 ottobre.

21 settembre, Giornata internazionale della pace

Tra gli indicatori della vocazione pacifica o bellica di una società si dovrebbe aggiungere la comparazione tra le possibilità che essa offre al lavoro per la pace ed a quello per la guerra.
Nel nostro Paese i tanti che lavorano per la guerra lo fanno a tempo pieno, con grande dispiegamento di mezzi, implementazione continua delle risorse a loro destinate, riconoscimento sociale, peso politico e impatto economico.
I pochi che lavorano per la pace, il disarmo e la costruzione di relazioni nonviolente – al contrario – sono costretti a farlo nei ritagli del tempo libero dal lavoro, a sera e nei fine settimana, alla continua ricerca di risorse e di attenzione, auto-organizzandosi con gli amici, come si trattasse di un hobby qualsiasi.
Non del più urgente degli impegni civili. In uno dei Paesi più bellicisti del pianeta. Continua a leggere

La tragedia di Aleppo, il terrorismo della guerra, il dramma del “movimento per la pace”

caschi-bianchi-siriani

Infine, dopo quattro anni di assedio e dopo mesi di bombardamenti, anche al fosforo bianco, sulle case di Aleppo est, l’esercito siriano di Assad – sostenuto da quello russo e da quello iraniano – ha raso al suolo e “ripulito” una parte della seconda città della Siria dalla ultime sacche di resistenza anti regime.

E’ una guerra sporca quella siriana, sporca come tutte le guerre. Nasce con la risposta violenta del regime familiare di Assad alla “primavera araba” siriana, alla richiesta popolare e pacifica di più diritti e più democrazia, soffocata nel sangue dal regime fin dal marzo del 2011 e repressa con la tortura sistematica degli oppositori, come denuncia anche il Syrian Nonviolence Movement Continua con la nascita dell'”esercito libero siriano” che risponde alla violenza del regime organizzando la contro-violenza armata, e poi con il radicamento delle milizie fondamentaliste, anche internazionali, che cercano di egemonizzare l’opposizione al regime. Si aggiungono – dall’altro lato – il sostegno militare russo e iraniano ad Assad e l’arrivo di armi, tante armi, a tutte le parti in guerra. Armi russe al regime, armi USA nelle mani di ribelli e terroristi. Armi italiane finite probabilmente da entrambi le parti in conflitto, visto che il nostro Paese, fino al 2011, è stato il principale fornitore di armi nell’Unione Europe al governo siriano. Continua a leggere

Tra terrorismo e terremoto: dov’è la difesa?

Se ogni tre giorni spendiamo per la difesa militare più del budget annuo per la difesa antisismica del territorio, è giunto il momento di ridefinire culturalmente e politicamente il concetto di difesa, sottraendolo alla ricerca del nemico e al conseguente riduzionismo militarista che risucchia tutte le risorse destinate a questa voce di spesa.

Biani terremoto
Prologo. Per alcuni anni – a cavallo del passaggio di secolo – sono stato educatore nei Gruppi Educativi Territoriali di Reggio Emilia, centri pomeridiani dove la pratica educativa nella complessità culturale era – già allora – la regola. Ricordo una gita al mare, in Liguria, con il gruppo dei ragazzini di prima media: una di loro di religione musulmana, Khadija, conquistato con i propri genitori il diritto a venire in gita, porta con sé nello zainetto, insieme alla merenda, anche abiti e hjiab di ricambio. Giunti in spiaggia, osserva i compagni di gita spogliarsi, rimanere in costume o in calzoncini corti e poi, insieme a loro si getta in acqua, vestita. Dopo il lungo bagno le altre ragazzine del gruppo – complici e solidali – organizzano per lei un curato sipario, che la occulta agli sguardi indiscreti, dietro il quale Khadija si cambia i vestiti ed il hjiab. E’ asciutta e pronta tornare a casa. Felice. Continua a leggere

Ecco a voi la strategia della paura

Ossia come ti servo la “guerra di religione” mentre faccio affari con le armi

murales via Eritrea

Nizza, Monaco, Rouen, sono città e paesi d’Europa sconvolti in questo tragico luglio di stragi e omicidi, delitti del tutto diversi tra loro per dinamiche e motivazioni, ma accomunati dall’essere stati realizzati, in due casi su tre, da sbandati in cerca d’identità terrorista (accanitamente cercata dai media – ma non trovata – anche nel folle pluriomicida di Monaco). Ciò è bastato per mobilitare la stampa italiana facendola strillare, ancora una volta, alla “guerra di religione”, diventata l’ultima sotto categoria “interpretativa” pret à porter dello “scontro di civiltà”.
Eppure, negli stessi giorni, il Medioriente è stato squassato da devastanti stragi nel più classico stile terrorista: il 3 luglio, durante la festa di fine Ramadan, tre esplosioni hanno fatto 250 morti a Baghdad (l’attacco più sanguinoso dalla guerra del 2003); il 22 luglio un attentato kamikaze durante una manifestazione ha fatto 80 morti e 200 feriti a Kabul; il 27 luglio un kamizaze si è fatto esplodere a Quamshli, in Siria, provocando 50 morti e 170 feriti. Il tutto mentre continua la guerra in/civile in Siria – supportata da Francia e Russia – che ha visto l’ennesimo bombardamento prima degli ospedali da campo ad Aleppo e poi dell’ospedale pediatrico di Save the Children: veri e propri crimini contro l’umanità. La stragrande maggioranza dei morti sono musulmani occisi per mano terrorista e per mano della guerra. Che è l’altra faccia del terrorismo. Continua a leggere

Il sonno della ragione genera mostri. Meglio svegliarsi

biani lasciaci lavorare

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.
Bertold Brecht

Tra guerre, terrorismi e spese militari, molti mostri sono generati dal sonno della ragione. Proviamo a scacciarne qualcuno

Non attacco islamico all’Europa, ma mancata convivenza nelle nostre città

Nelle scorse settimane l’Espresso ha intervistato alcune mamme dei terroristi di Molenbeek Saint Jean, il Comune multietnico nella cintura di Bruxelles, dove è stato arrestato l’attentatore di Parigi e da dove provengono quelli di Bruxelles. Mamme che vivono il dramma di vedere i figli nati e cresciuti in Belgio che, da un giorno all’altro, spariscono e diventano terroristi: “le istituzioni sembrano non capire che la repressione è soltanto la cura estrema di un malanno che andrebbe invece prevenuto”. L’approdo al terrorismo è il punto di arrivo di un percorso di mancata convivenza e di marginalità culturale. Annalisa Gadaleta, assessore all’Istruzione del Comune di Molenbeek, italiana, in un’ intervista a Famiglia Cristiana, lo conferma: “Mentre i genitori pensavano solo a lavorare con l’idea di ritornare nel loro Paese, questi giovani avrebbero voluto integrarsi, ma noi non siamo riusciti a trasmettere i nostri valori. Gli insegnanti non erano preparati a educarli alla democrazia. Così sono cresciuti confusi, finché in questa ricerca di un’identità non hanno trovato su Internet qualcuno che gli ha indicato una strada: il fondamentalismo.” Continua a leggere

Il vecchio pacifismo non si supera con il solito bellicismo, ma con un nuovo movimento per la pace

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Una risposta all’emerito presidente Napolitano

Nell’intervento al Senato dell’8 marzo scorso Lei, emerito presidente Napolitano, dopo l’informativa del governo sull’annunciato intervento italiano in Libia, ha detto – tra le altre cose – che “non si può accettare l’idea che il ricorso alle armi sia qualcosa di contrario ai valori e alla storia italiana”, aggiungendo che “generare l’illusione che non abbiamo mai nel nostro futuro la possibilità di interventi con le forze armate in un mondo che ribolle di conflitti e minacce sarebbe ingannare l’opinione pubblica” ed anzi andrebbe a “sollecitare un pacifismo di vecchissimo stampo”. Le prime due osservazioni già gravi se pronunciate da un senatore della Repubblica, che disconosce i principi fondamentali della Costituzione italiana, sono gravissime in quanto affermate da un ex presidente della Repubblica, che della Costituzione avrebbe dovuto esserne il supremo garante. Rispetto al “vecchissimo pacifismo”, inoltre, potremmo essere d’accordo con Lei nella misura in cui condividesse con noi la prospettiva che esso vada superato in un nuovo – efficace e non ingenuo – pacifismo, non certo in un ancor più vecchio bellicismo. Come invece emerge dalle Sue parole. Continua a leggere

La tua lettera ci fa bene. Una risposta a Chaimaa Fatihi

Chaimaa Fatihi

Grazie per la tua lettera, Chaimaa!

Ti scrivo da educatore e da formatore impegnato per la nonviolenza: la tua lettera ci fa bene.

Di fronte all’ondata di anti-islamismo becero e ignorante che sta montando nel nostro Paese, alimentato per fomentare a fini politici la paura nei confronti di chi è portatore di differenze, la tua lettera al quotidiano la Repubblica – che sta così tanto circolando in rete – è per tutti un insegnamento di civiltà. Sento le tue parole fondate sui “principi fondamentali” della Costituzione italiana, al contrario di quelle di chi pretestuosamente cerca di minare alla radice la capacità di convivenza tra le persone, assimilando in un unico impasto perverso “nemici” esterni ed interni. Ma anche al contrario di quelle di chi ipocritamente proclama la lotta al terrorismo, ma poi consente – e promuove, come anche tu scrivi – l’invio di armi nella polveriera del Medioriente, sapendo che oltre a seminare direttamente terrore e morte, esse generano altro terrorismo. Che ci tornerà indietro. Continua a leggere