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Tra realismo e utopia. Annotazioni sul discorso di Pietro Grasso

Ho prima visto e ascoltato in streaming e poi cercato e letto, con interesse, il testo del discorso del presidente del Senato Pietro Grasso, all’Assemblea romana fondativa del progetto elettorale di sinistra denominato “Liberi e uguali”.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ il secondo comma dell’Art.3 della Costituzione italiana, citato integralmente – tra gli applausi – dal presidente Grasso, nell’accogliere la leadership di “Liberi e uguali”. Molto bene.

Quel che il Presidente ha mancato di esplicitare, tuttavia, è la consapevolezza che solo la piena ed effettiva attuazione della prima parte di un altro “principio fondamentale” della Costituzione, l’Art. 11 – “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – può consentire la piena realizzazione dell’Art. 3. Ossia, solo il disarmo e il reinvestimento sociale dei 25 miliardi di spesa pubblica militare italiana annua, pari all’1,42% del PIL – o, quanto meno, di una parte consistente di essa – possono liberare le risorse necessarie affinché la Repubblica possa davvero svolgere i suoi compiti costituzionali, economici e sociali, per la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

Il ripudio della guerra non è ormai più solo un lacerato principio costituzionale pacifista, ma – nella sua attuazione integrale – è l’unico vero fondamento possibile per la necessaria riconversione sociale e civile dell’economia del Paese. “Svuotare gli arsenali per colmare i granai”, avrebbe detto con una metafora efficace un indimenticato Presidente della Repubblica. Disarmo e reinvestimento sociale delle abnormi spese militari: da questo snodo realista non si può più sfuggire. Oggi meno che mai. Altrimenti una società di liberi e uguali rimarrà solo una bella ma irraggiungibile utopia

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Non c’è “sinistra” senza disarmo e politiche attive di pace. Oggi più che mai

In questi mesi di avvicinamento alle prossime elezioni nazionali, ho partecipato a diversi incontri ed iniziative – in particolare a Reggio Emilia dove vivo, ma non solo – promosse dalle forze della sinistra (civica e politica) per la faticosa costruzione comune del programma elettorale. Poiché le prossime settimane sono cruciali per definire l’orizzonte programmatico e le alleanze con il quale la “sinistra” si presenterà alle elezioni, ecco alcune annotazioni, che mi paiono fondamentali sul tema della pace e del disarmo. Ossia che stanno a fondamento del cambiamento necessario

1. Non basta più ribadire il principio costituzionale del “ripudio della guerra”: senza una sua precisa declinazione politica rischia di essere un mantra consolante. Necessario, rispetto alle missioni di guerra in cui l’Italia è ancora ingaggiata, ma non sufficiente rispetto alla corsa al riarmo degli ultimi quindici anni.

2. E’ tempo, dunque, di aggiornare le analisi politiche sul tema pace-guerra. Cambiare le coordinate, a partire dalla conoscenza dei dati reali. In particolare in merito alle spese militari di questo Paese. Non è un caso se il Movimento Nonviolento è il principale promotore dell’ Osservatorio sulle spese militari italiane, il MILEX. Continua a leggere

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L’aggiunta nonviolenta: la sinistra riparta dalle politiche attive di pace

Tra i diversi appelli che circolano in questi giorni, quello di Anna Falcone e Tomaso Montanari che propone un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, e lancia l’assemblea del 18 giugno a Roma per una sinistra unita, contiene elementi condivisibili, che possono essere terreno comune per coltivare e far crescere valori ed esperienze plurali con una prospettiva politica originale. Ringraziamo Anna e Tomaso per il lavoro fatto.

Tuttavia riteniamo che anche questo appello abbia bisogna di un’aggiunta. Che è tanto un’aggiunta preliminare, una pregiudiziale costitutiva che dà sostanza e fisionomia a tutta la proposta, quanto un punto programmatico fondativo e preliminare a tutti gli altri.
E’ l’aggiunta nonviolenta, senza la quale sarebbe forte il rischio di ricadere in schemi già visti, percorsi già fatti, errori già commessi. Nonviolenza come orizzonte e come metodo di lavoro. Continua a leggere

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