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Viver come bruti anziché seguir virtute e canoscenza

Note a margine dell’inchiesta giornalistica di Presa Diretta su “la dittatura delle armi”

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza

Dante Alighieri, Inferno, XXVI canto

L’importante inchiesta giornalistica condotta dallo staff della trasmissione “Presa Diretta” sul tema degli armamenti italiani, mandata in onda su RAI3 lunedì 22 marzo, ha di-mostrato a tutti in prima serata la questione essenziale che organizzazioni come l’Osservatorio sulle spese militari italiane (milex.org/) e la Rete Italiana Pace e Disarmo (retepacedisarmo.org/) documentano in maniera ineccepibile da anni (e che anche su questo blog ribadiamo da sempre): dove arriva quello che il presidente Eisenhower ha definito negli USA il “complesso militare-industriale”, mettendo in guardia dalla sua invadenza, viene condizionata fortemente la stessa democrazia. E chi prova minimamente a fare da argine viene espulso dal sistema, come accaduto all’ex presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti dell’uranio impoverito Gian Piero Scanu, intervistato dalla brava Giulia Bosetti nella trasmissione e ribadito dallo stesso ex parlamentare democratico su “il manifesto” del 27 marzo (“Il PD subalterno al complesso militare industriale”). Ossia viviamo sotto “la dittatura delle armi”, come opportunamente è stata intitolata l’inchiesta giornalistica

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Voto ai sedicenni? I giovani hanno bisogno di politiche sostanziali non di fughe dalla realtà

Accade sovente che quando la politica si misura con i temi legati ai “giovani” vengano generati esercizi retorici che prospettano improbabili futuri che non hanno nessun legame con le reali condizioni del presente, una sorta di fuga dalla realtà, nella quale invece avvengono sostanziali sottrazioni che impediscono la reale costruzione, personale e collettiva, di futuro. Periodicamente, per esempio, a destra o a manca, qualcuno tira fuori la proposta di introdurre il servizio civile obbligatorio, mentre – quando è al governo – non riesce neanche a garantire il diritto a svolgere un anno di difesa civile del Paese (è questa la principale finalità del servizio civile) a tutti i giovani che si candidano per farlo, secondo il principio di universalità.

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Educazione civica sì, ma critica e nonviolenta. Lo dobbiamo (anche) a Willy

La missione di questo insegnamento è di trasmettere non del puro sapere,

ma una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere;

essa è nello stesso tempo una maniera di pensare in modo aperto e libero

Edgar Morin

La testa ben fatta

Tra le tante novità e incertezze del nuovo anno scolastico, una certezza positiva è che ripartirà finalmente l’”Educazione civica” come materia curricolare e, secondo quanto previsto dalla legge 92 del 2019, questo insegnamento ha – a partire da questo anno scolastico – un proprio voto, con almeno 33 ore all’anno dedicate. Pur essendo il minimo indispensabile, è una buona notizia perché, per quanto l’educazione alla cittadinanza consapevole e responsabile dovrebbe essere la finalità ultima della scuola in quanto palestra di democrazia, un insegnamento specifico e valutabile aiuta a non dare per scontato che poi questa educazione, trasversale alle diverse discipline, avvenga davvero. Dunque è una decisione necessaria, ma – a mio avviso – non ancora sufficiente, almeno per due ragioni: perché va integrata con un approccio metodologico critico e perché tra le cornici tematiche indicate ce n’è una mancante. Continua a leggere

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Quando i nodi vengono al pettine. La riapertura di scuole e università tra valori e disvalori costituzionali

Il 2 giugno ricorda non solo la nascita della Repubblica, ma anche l’elezione dell’Assemblea che scrisse la Costituzione italiana, la Carta fondante del nuovo Stato repubblicano, per la quale i Costituenti scelsero, come diceva Tullio De Mauro, “le parole più trasparenti”, affinché – in un un Paese appena uscito dalla guerra, che contava un numero elevato di analfabeti – il loro significato fosse comprensibile da tutti, senza alcuna ambiguità. Tra i dodici “principi fondamentali”, che definiscono la geografia dei valori e dei disvalori sui quali si fonda la Repubblica, voglio citare l’articolo 9 che “promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e l’artico 11 che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Principi chiari, precisi e incisivi nel loro significato: un valore da promuovere, un disvalore da ripudiare. E tuttavia i momenti di crisi, come quello che stiamo attraversando, fanno esplodere le contraddizioni. Nei momenti di crisi i nodi irrisolti vengono al pettine. Continua a leggere

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Il virus e i giovani, quel furto di futuro che viene da lontano

Che questo non fosse un Paese per giovani era già ampiamente noto, ci sono dati strutturali che lo raccontano da tempo: il nostro Paese – mentre è stabilmente tra le prime quattro potenze dell’Unione Europa in quanto a spesa pubblica militare (dati SIPRI) – è terzultimo in quanto ad occupazione giovanile, penultimo in quanto a numero di laureati ed ultimo in quanto ad investimenti per l’istruzione, in riferimento percentuale alla spesa pubblica (dati Eurostat). La crisi sistemica da covid-19 ha fatto esplodere queste contraddizioni, riversando su giovani e studenti uno dei prezzi più alti di questa pandemia. Non in termini di vite umane, ma di furto di futuro. Un furto che, appunto, viene da lontano. Continua a leggere

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Ormai solo l’educazione ci può salvare. Note per educare alla nonviolenza nel tempo della paura

All’inizio di questo anno scolastico, lo scorso 4 settembre, sono stato invitato dall’Istituto comprensivo 10 di Modena, insieme ad altri formatori, ad una giornata di formazione sull’educazione alla pace rivolta a tutti gli insegnanti. Queste sono le note con le quali ho preparato il mio intervento. Forse può essere non del tutto inutile renderle pubbliche e diffonderle 

Il panorama attuale

Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra, è il vecchio motto latino che ha accompagnato millenni di storia dell’umanità. Storia punteggiata da guerre, da centinaia di milioni di morti, da enormi sprechi di risorse sottratte all’educazione, all’istruzione, alla sanità, al welfare: nel solo 2017 la spesa pubblica militare mondiale è stata 1.739 miliardi di dollari, in crescita costante. Se si fosse trattato di un enorme esperimento scientifico per validare l’ipotesi – per quanto intuitivamente assurda – che per fare la pace bisogna preparare il suo contrario, la guerra, sarebbe stata abbandonata da tempo. Invece su questa ipotesi – spacciata per certezza – si basa l’organizzazione attuale della società. Continua a leggere

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