L’arsenale della democrazia, lo scontro tra imperi e le politiche attive di pace

[opera di Anonimo 74, Roma, rione Monti]

C’è un salto di qualità nel paradigma della guerra per il ri/posizionamento globale delle superpotenze. Lo esplicita il discorso del presidente Joe Biden in visita il 3 maggio scorso alla Lockheed Martin, la più grande fabbrica di armamenti al mondo, negli stabilimenti di Troy in Alabama nella quale si producono i missili javelin inviati massicciamente dal governo USA a quello ucraino. Per il contesto specifico in cui è pronunciato, la gravità delle parole e l’informalità dei modi esplicita chiaramente il paradigma, che Limes chiama dello “scontro tra imperi” – iniziato dopo l’abbattimento del muro di Berlino dai “vincitori” della “guerra fredda” con l’attacco NATO a Belgrado nel 1999 e il relativo “bombardamento non accidentale dell’ambasciata di Cina a Belgrado” del 7 maggio – giunto, tra colpi e contraccolpi sui vari scacchieri del pianeta (Afganistan, Iraq, Siria, tra gli altri), all’invasione militare dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin dello scorso 24 febbraio, che ha decretato nuovamente “la fine della pace in Europa” (Limes, n.3/2022). Poiché il discorso di Biden – a dispetto della vision che veicola – è stato poco raccontato nel nostro paese, ne propongo di seguito alcuni stralci salienti (qui la versione integrale), ai quali aggiungo le riflessioni conseguenti.

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“Pace o condizionatore acceso?” Pace è conversione nonviolenta ed ecologica

[murales di Laika, apparso a Roma in occasione dell’8 marzo]

“Ma lei preferisce la pace o il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”, rispose il presidente Draghi alla giornalista nella conferenza stampa del 6 aprile, dis/velando così ciò che sapevamo già: stiamo inviando montagne di armi al governo ucraino, assistendo agli orrori senza fine che prolungano la guerra – in un’escalation dagli esiti incontrollabili, anche potenzialmente nucleari – per preservarci dai sacrifici derivanti dalla rinuncia al gas russo. Eppure la nostra rinuncia a quelle forniture di gas – che rappresentano circa il 38% del gas complessivo importato dal nostro Paese, al costo di un miliardo di euro al giorno – per quanto particolarmente impegnativa per il nostro assetto economico, non solo potrebbe contribuire in maniera significativa al depotenziamento della guerra – come sottolineano anche nel loro appello Nadia Urbinati e Roberto Esposito (Domani, 9 aprile 2022) – ma si iscriverebbe anche all’interno di una modalità nonviolenta di gestione del conflitto. Fornendoci, al contempo, l’opportunità di accelerare la necessaria conversione ecologica dell’economia. Continuare ad inviare armi agli ucraini – invece – è funzionale al potenziamento della guerra, che prolunga la sofferenza degli ucraini, promuove l’escalation – fino alla possibilità del nucleare – alimenta l’industria bellica. Rinunciare al gas russo sottrae comburente all’incendio, inviare armi getta combustibile sul fuoco. Entrambe le azioni sono di fatto partecipazioni al conflitto bellico, ma la prima avverrebbe attraverso un nostro sacrificio, la seconda avviene attraverso quello ben più tragico degli ucraini. Ed anche dei ragazzini russi spediti nell’orrore.

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Porsi dalla parte della soluzione anziché del problema, col principio responsabilità

[Articolo pubblicato su Domani del 28 marzo 2022, con il titolo “Invio di armi in Ucraina, cosa ci dice il principio di responsabilità”]

Nicoletta Pirozzi, nel considerare l’invio di armi al governo ucraino un “imperativo morale” (Domani, sabato, 26 marzo), usa categorie di analisi geopolitiche che – partendo da una interpretazione di quel che sarebbe l’intenzione dell’occupante russo – non tengono conto della situazione di reale pericolo generalizzato nel quale si sta dipanando questa assurda guerra nel cuore dell’Europa. Per comprendere quale sia l’agire etico e razionale nelle condizioni date, bisogna assumere maggiore profondità di visione ed ampiezza di sguardo. Max Weber, già alla fine della prima guerra mondiale distingueva tra ”etica dell’intenzione” e ”etica della responsabilità”. Nell’etica dell’intenzione ci preoccupiamo solo degli obiettivi da conseguire, agendo per principi generali, considerando legittimo qualsiasi mezzo per raggiungere il fine ritenuto giusto, senza attenzione alle conseguenze. L’etica della responsabilità, al contrario, cerca di prevedere e valutare le conseguenze dell’agire, per cui se un obiettivo buono rischia di essere realizzato producendo “effetti collaterali” negativi, cerca di mettere in campo mezzi coerenti con i fini da raggiungere. Nel nostro tempo, il “Principio responsabilità”, riformulato da Hans Jonas come “etica per la civiltà tecnologica”, prescrive di agire “in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”. La quale, da Hiroshima in avanti, è ipotecata della minaccia atomica, colpevolmente rimossa dalla coscienza collettiva – anche quella degli “analisti”, a quanto pare – seppur oggi presente più che mai. Dunque, qualunque azione politica, soprattutto all’interno di una dimensione di conflitto internazionale, non può non tenere conto della situazione atomica così come definita dal filosofo Günther Anders: “La tesi apparentemente plausibile che nell’attuale situazione politica ci sarebbero (fra l’altro) anche armi atomiche, è un inganno. Poiché la situazione attuale è determinata esclusivamente dall’esistenza di armi atomiche, è vero il contrario: che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica”. E’ responsabile e realistico tenerne conto ed agire di conseguenza, a cominciare dalla gestione dei conflitti internazionali. Sempre che si voglia essere parte della soluzione, anziché del problema.

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Rompere lo schema antiquato della guerra. Aldo Capitini e l’alternativa della nonviolenza

Nella grave crisi che sta attraversando l’Europa, dove un paese – l’Ucraina – è occupato militarmente da una potenza nucleare – la Russia – con una guerra che al momento non vede alcuno sbocco positivo, le democrazie occidentali – dopo vent’anni di sciagurate guerre in Afghanistan ed in Iraq, che non hanno insegnato nulla – non trovano niente di più sensato che fornire armi al governo ucraino, contribuendo all’escalation bellica anziché al cessate il fuoco. In questo scenario mi pare utile condividere qualche riflessione sulla filosofia politica della nonviolenza di Aldo Capitini, che rompe lo schema antiquato della guerra, proponendo una alternativa razionale. C’è bisogno di orizzonti di senso differenti rispetto alla coazione a ripetere del fine che giustifica i mezzi ed al bellicismo dilagante, che sta conducendo al rischio – più reale che mai – dell’apocalisse nucleare. Quello che segue è un brano tratto da alcune pagine del volume Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini (Pasquale Pugliese, GoWare, 2018)

La nonviolenza per Aldo Capitini va nel profondo della realtà attuale, scova e smaschera ciò che – da sempre violenza – non appare più violenza; rimette in discussione l’esistente in tutti i suoi aspetti; apre le chiusure del passato e orienta il mondo verso il nuovo. “Chi commette la violenza, ripete passivamente millenni” – scrive profeticamente – “dire intrepidamente no è far posto ad altro”. Rompere gli schemi, a cominciare da quello più rigido e mostruoso: la guerra.

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La messa al bando dell’intelligenza. Costruzione della pedagogia di guerra contro l’educazione alla complessità

E poi, siamo sinceri, a che servono i ragionamenti?

Bisogna farla finita con questa cosa inutile

[Ignazio Silone, Fontamara]

C’è in corso una guerra vera in Europa, combattuta sul terreno dell’Ucraina occupata militarmente dall’esercito russo, che fa morti, feriti e profughi – come da sempre, ed anche in contemporanea a questa, lo fanno tutte le guerre, anche quelle dimenticate che non tracimano tutti i giorni dagli schermi televisivi e dagli smartphone – e poi c’è la guerra culturale che impazza nel nostro paese ed ha già generato in poche settimane (ma con una incubazione lunga almeno due anni) una regressione di decenni nel clima culturale, informativo e relazionale. Una esaltazione bellicista che tracima anch’essa dai teleschermi e dai social – mai forte, a mia memoria (che dal 1991 in avanti momenti di esaltazione per vere guerre camuffate da “missioni di pace” ne ho viste tante), come in questo momento – che ha un drammatico e straordinario impatto anche sui modelli educativi, costruendo con incredibile velocità una pervasiva pedagogia di guerra che si autoalimenta e cresce giorno dopo giorno. In venticinque anni di lavoro educativo e formativo sul campo se c’è una cosa che ho imparato è che ragazze e ragazzi chiedono agli adulti, prima di tutto, coerenza: apprendono non da quello che gli adulti dicono – siano essi genitori, insegnati ed educatori – ma da quello che gli adulti fanno, dalle loro azioni concrete, che osservano e assorbono, come una spugna. E quando le azioni degli adulti contraddicono le parole, colgono in pieno le contraddizioni e credono alle azioni, non alle parole. Le contraddizioni in cui gli adulti stanno cadendo in questi giorni – tra gli insegnamenti intenzionalmente impartiti singolarmente e quelli effettivamente trasmessi collettivamente – provocando una tremenda reazione a catena, sono infinite.

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Dalla “guerra” al virus al virus della guerra: critica della ragione bellica

Chiunque voglia sinceramente la verità

è sempre spaventosamente forte

Fëdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore

Quando nel 2020, insieme alla pandemia, ha cominciato a dilagare il paradigma bellico per narrare l’impegno collettivo per salvare le vite, svolgendo una critica alla banalizzazione della realtà che questo comportava ed ai suoi rischi, scrivevo – tra le altre cose – che il continuo far ricorso al paradigma della guerra, allo sforzo bellico di chi è in “trincea” contro il virus, rimanda alla “ri/costruzione di un immaginario positivo della guerra come sforzo collettivo, come mobilitazione patriottica, come esaltazione della potenza militare”. In un Paese nel quale il pudore della guerra, insito nel “ripudio” costituzionale, faceva che sì che – fino a quel momento – veri interventi militari in giro per il pianeta fossero ossimoricamente definiti “missioni di pace”, la guerra – associata ossessivamente all’impegno di chi salva vite umane, invece di ucciderle – era tornata ad essere rivalutata come metafora di valore, anziché di disonore (queste riflessioni oggi si trovano in Disarmare il virus della violenza, 2021). Da lì ad un anno, questo paradigma avrebbe modellato la realtà, inverandosi nella nomina di un generale di corpo d’armata a Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, portando con sé notevoli implicazioni culturali e politiche nella ridefinizione dell’immaginario collettivo, che oggi si stanno manifestando in tutta la loro potenza di fuoco all’interno del passaggio repentino dalla “guerra” al virus al virus della guerra guerreggiata, in cui la “necessità” del coinvolgimento italiano – non in un processo di mediazione e interposizione tra le parti, ma attraverso l’invio di armi a sostegno di una parte (dopo un decennio di vendita all’altra, ndr) – è diffusa ossessivamente nella narrazione pubblica e confermata nelle scelte politiche. Eliminando qualunque possibilità di analisi più complessa dello schierarsi sull’attenti con l’elmetto in testa.

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Smilitarizzare le menti per disarmare il conflitto. La prima cosa da fare contro la guerra in Ucraina

[murales della street artist Laika, apparso in questi giorni a Roma in prossimità delle ambasciate di Russia e Ucraina]

Nessuna delle caste al potere voleva una grande guerra in Europa

nel senso di perseguirla attivamente.

Al contempo esse, sia pure con finalità e interessi diversi,

neppure volevano rinunciare alla guerra, agli armamenti

e alla politica delle minacce come mezzo della politica internazionale,

per questo vi scivolarono dentro”

[Ekkehart Krippendorf, Lo stato e la guerra. L’insensatezza delle politiche di potenza]

Se per comprendere le ragioni di un conflitto è necessario allargare lo sguardo, nello spazio e nel tempo , a maggior ragione quando il conflitto si trasforma colpevolmente in guerra aperta è necessario sottrarsi alla logica perversa dello scontro amico/nemico e assumere un punto di vista più generale e complesso, per cercarne le possibili vie d’uscita. A questo scopo, condannare l’aggressione militare di Vladimir Putin all’Ucraina è necessario, ma non sufficiente. E se a farlo sono quelli che hanno condotto occupazioni militari ventennali in Afghanistan ed Iraq (per tacere delle altre), provocando immani catastrofi umanitarie, non è neanche credibile: sono parte del problema, non della soluzione. Anziché inviare altre armi sul terreno di guerra, come stanno facendo i governi occidentali, bisogna uscire dalla logica bellica sulla quale si fondano tutte le politiche di potenza che hanno portato, come con-cause, a questa incredibile e anacronistica situazione ed entrare nelle ragioni profonde del conflitto, riconoscendo ragioni e torti dei diversi attori in campo, per trovare un punto di mediazione sostenibile per tutti. Sottrarsi alla logica dell’escalation, farsi “costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”, come scriveva Alex Langer, renitenti alla banalità del male della guerra che, ovunque, è già dentro la maggior parte delle menti consentendo agli arsenali di traboccare di armi, alle guerre di moltiplicarsi sul pianeta, ai profitti delle industrie degli armamenti di crescere senza fine. O smilitarizziamo le menti e impariamo a risolvere i conflitti senza violenza – con un lavoro paziente, costante e quotidiano – o la violenza della guerra distruggerà l’umanità, più prima che poi.

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Né un uomo né un soldo per la guerra. Il messaggio di Mario e Fermo, da Reggio Emilia all’Europa di oggi

La guerra che verrà non è la prima.
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente

Bertold Brecht

Mario e Fermo, Mario Baricchi e Fermo Angioletti, il 25 febbraio del 1915 erano ragazzi, diciottenni, reggiani e furono le prime vittime italiane della “grande guerra”, non al fronte, ma a casa, anzi in piazza – in quella piazza che oggi beffardamente si chiama della “vittoria” – di fronte al Teatro Ariosto, dove protestavano contro il comizio interventista di Cesare Battisti, urlando “né un uomo né un soldo per guerra”, uccisi non dalle truppe “nemiche”, ma da quelle “amiche”, cioè dall’esercito italiano che sparò ad altezza d’uomo per disperdere la folla antimilitarista e pacifista. Esecuzione premonitrice delle oltre 3.500 condanne a morte che l’esercito italiano comminerà ai disertori, con processi sommari, tra il 1915 e il 1918.

Non potevano sapere Mario e Fermo che quella guerra – che pochi mesi dopo, il 24 maggio, avrebbe visto, con un colpo di stato di fatto, il reale coinvolgimento dell’Italia – sarebbe diventata la “prima guerra mondiale” e avrebbe provocato oltre 16 milioni di morti complessive (“inutile strage”, fu chiamata da papa Benedetto XV). Che quella guerra avrebbe generato poi, come conseguenza diretta, il fascismo e il nazismo, il cui portato fu la “seconda guerra mondiale” con gli oltre 60 milioni di morti, i campi di sterminio, le bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki dagli statunitensi e quanto ne è conseguito con la successiva corsa agli armamenti. Oggi ripresa più che mai, insieme allo stillicidio di guerre infinite in giro per il mondo.

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Quando arrivano “i nostri”… Note per un giovane che volesse capire le ragioni della crisi ucraina (e non volesse fare la fine dei nativi americani)

La verità deve prevalere

senza violenza

Lev Tolstoj, Guerra e pace

Ad un giovane che volesse capire quali sono le ragioni dei venti di guerra che – pericolosamente e arcaicamente – soffiano di nuovo nell’Europa dell’est, suggerisco di prenderla apparentemente alla lontana leggendo, tra le altre cose, qualche pagina del racconto del lungo viaggio di Alexis de Tocqueville negli Stati Uniti nel 1826 (La democrazia in America), nelle quali descrive così il modo in cui il governo degli Stati Uniti ingannava regolarmente i nativi americani: “Quando la popolazione europea comincia ad avvicinarsi al deserto occupato da una nazione selvaggia, il governo degli Stati Uniti invia regolarmente a quest’ultima un’ambasciata solenne; i bianchi radunano gli indiani in una grande pianura e, dopo aver mangiato e bevuto con loro, dicono: <<In che cosa la contrada in cui abitate vale più di un’altra? Al di là di queste montagne che vedete all’orizzonte, al di là di questo lago che delimita ad ovest il vostro territorio, vi sono vaste contrade, in cui si trovano ancora bestie selvagge in abbondanza; vendete le vostre terre e andate a vivere felici in quei luoghi!>> Dopo aver tenuto questo discorso, mostrano agli indiani armi da fuoco, indumenti di lana, barili di acquavite… Se, alla vista di tutte queste ricchezze, esitano ancora, si fa loro capire che non possono rifiutare il consenso che viene loro richiesto (…). Per metà convinti, per metà costretti, gli indiani si allontanano; vanno ad abitare nuovi luoghi disabitati dove i bianchi non li lasceranno in pace nemmeno per dieci anni. E’ così che gli americani acquistano a vile prezzo province intere che i più ricchi sovrani d’Europa non potrebbero pagare”. Oggi sappiamo com’è andata tragicamente a finire per i nativi americani: il più grave genocidio della storia dell’umanità, nonostante l’epopea del “selvaggio west” abbia per decenni narrato e fatto entrare nell’immaginario di tutti una storia completamente diversa.

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E’ la guerra il crimine contro l’umanità. In Siria e ovunque

Non passa dalle bombe russe o statunitensi la pacificazione e democratizzazione della Siria, semmai dal sostegno alla lotta della società civile nonviolenta che resiste. Ed anche il movimento per la pace italiano deve uscire dai riflessi condizionati della “guerra fredda” – pro Russia o pro USA – ed organizzare una lotta senza quartiere alle guerre ed agli strumenti che le rendono possibili. Costruendone le alternative

Non era uno scherzo quando, lo scorso 26 gennaio, il Bollettino degli scienziati atomici ha spostato le lancette dell'”orologio dell’apocalisse” a due minuti e mezzo dalla mezzanotte nucleare, la fase più critica dal 1953, momento in cui la “guerra fredda” sembrava dover precipitare, da un momento all’altro, nella guerra nucleare totale. Dopo la strage di bambini e adulti siriani causata dai gas letali e dopo il bombardamento USA della base militare siriana di Al Shayat, dalla quale sarebbero partiti gli aerei governativi di Damasco con le armi chimiche (il condizionale è d’obbligo perché la prima vittima della guerra è sempre la verità), la Russia – principale alleato politico e militare del dittatore Assad – ha minacciato ritorsioni e navi russe sono entrate nel Mediterraneo a fronteggiare quelle statunitensi. Uno scenario che riporta l’umanità indietro di decenni. Continua a leggere