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Le quattro liberazioni dal fascismo oggi necessarie

Nel nostro Paese, per liberarci definitivamente dal fascismo, sempre ritornante sotto mentite spoglie, ci sono alcune fondamentali liberazioni preliminari ancora da realizzare.

La prima è la liberazione dall’ignoranza. Regolarmente il nostro Paese viene indicato dalle ricerche degli organismi internazionali come profondamente e tecnicamente ignorante. L’ultima di queste è l’annuale classifica dell’Index of ignorans a cura dell’organismo di ricerca internazionale Ipsos Mori che, a proposito de “i pericoli della percezione” – ossia della distorsione percettiva della realtà – indica negli italiani persistentemente i più ignoranti d’Europa rispetto alla conoscenza dei dati reali della società nella quale viviamo, in riferimento alle informazioni di base relative, per esempio, agli immigrati, alla criminalità, agli attentati terroristici ecc. Del resto, come certifica regolarmente l’ISTAT siamo ultimi in Europa per percentuale di popolazione laureata e l’unico Paese in cui i laureati sono meno del 20% della popolazione. Dati che si intrecciano a quelli, ormai classici e strutturali, dell’OCSE che indicano l’Italia come penultima in Europa, dietro alla Turchia, per analfabetismo funzionale e quart’ultima al mondo: ossia, almeno un italiano su tre – pur essendo andato a scuola – non è in grado di decodificare e comprendere un testo minimamente complesso. Come questo articolo, per esempio. Continua a leggere

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Oggi la liberazione si chiama disarmo, la resistenza si chiama nonviolenza

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Note dall’intervento alla Festa della Liberazione di San Polo d’Enza (R.E.), 25 aprile 2016

Partecipare alla festa della Liberazione non è un atto retorico, ma un gesto di impegno. Perché la liberazione non è compiuta definitivamente una volta per tutte: né sul piano dei contenuti specifici né sul piano delle oppressioni dalle quali ancora dobbiamo liberarci.

Al contrario della Resistenza – che fu un grande moto popolare che accanto alla lotta partigiana vide tanto antifascismo militante disarmato: dai disertori e dalle donne che li rivestivano con abiti civili agli internati militari nei campi di concentramento che si rifiutarono di combattere nella repubblica di Salò, dalle famiglie contadine che coprivano e sfamavano i partigiani, o nascondevano i cittadini ebrei, agli scioperi operai nelle grandi fabbriche… – al contrario di questa pluralità coraggiosa e civile, uno degli elementi costitutivi del fascismo è stato – ed è tuttora – il militarismo, la costruzione del nemico e la preparazione della guerra come strumento principale, e fine ultimo, della politica. Continua a leggere

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Azione nonviolenta, la Festa, la Resistenza, la Difesa civile

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In un’intervista concessaci dieci anni fa da Pietro Pinna – primo obiettore di coscienza “politico” del nostro Paese e, successivamente, collaboratore di Aldo Capitini nel Movimento Nonviolento – per Azione nonviolenta, rivista fondata dallo stesso filosofo perugino, sulla quale ancora oggi Pinna figura come “Direttore responsabile”, ci raccontava le motivazioni che portarono alla nascita della prima rivista di cultura nonviolenta del nostro Paese, nata come diretta emanazione del Movimento Nonviolento. “Avvenne verso la fine del ’63″, narrava Pietro, “al termine di un Seminario di dieci giorni che tenemmo sulle tecniche della nonviolenza, rimanemmo ancora riuniti alcune ore tra una dozzina di amici per discutere del possibile avvio di un’attività organizzata del Movimento. Due elementari esigenze ponemmo alla base dell’eventuale programma: il chiarimento e la diffusione dell’idea nonviolenta – allora misconosciuta per non dire avversata – e un corrispondente impegno ad una sua pur minima esplicazione pratica. Le due cose dovevano procedere congiuntamente: non la sola teoria, che se non tradotta in atto risulta essere mera astrazione; non azione soltanto, poiché se cieca di idee chiare e definite, finisce per risultare inconcludente. Rispetto al primo punto, decidemmo in questo modo. Fino a quella data l’unico mezzo di collegamento del Movimento era costituito da un ciclostilato di 4 pagine spedito mensilmente ad un centinaio di supposti simpatizzanti – il Movimento non disponeva ancora di aderenti iscritti. Venne deciso di passare da quel ciclostilato ad un giornaletto a stampa; dopo aver avuto assicurata dagli stessi presenti alla riunione la disponibilità finanziaria per l’uscita di almeno tre numeri mensili, Capitini ed io ci assumemmo l’incarico di curarne la pubblicazione, che uscì col titolo Azione nonviolenta.“ Continua a leggere

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25 Aprile, da Monte Sole all’Arena di pace e disarmo.

Una giornata di Resistenza e LiberazioneBdiGPdSCYAA9ZUW

Quando il 25 aprile dell’anno scorso – prima di andare con le figlie a Monte Sole, luogo della memoria dall’efferato eccidio nazista (dove, ogni anno, facciamo concludere anche la formazione generale dei volontari civili di Reggio Emilia) – pubblicavo sui blog un articolo sul nesso profondo e attuale tra liberazione e disarmo, che si chiudeva con la formula la resistenza oggi si chiama nonviolenza e la liberazione si chiama disarmo, non potevo certo immaginare che quelle parole sarebbero diventate l’incipit dell’Appello – sottoscritto da Alex Zanotelli e da centinaia di persone e organizzazioni – che avrebbe convocato per il 25 aprile di un anno dopo, a Verona, l’Arena di Pace e Disarmo.

Le ragioni di quell’articolo, e ancor di più le ragioni di questo Appello, oggi sono dispiegate – se possibile – ancora più chiaramente. Continua a leggere

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Quei disarmati facitori di pace (che non vivono in un pub)

Ho letto La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato, l’ultimo importante lavoro della storica Anna Bravo (Edizioni Laterza, giugno 2013), proprio nei giorni in cui alla Camera dei Deputati si discuteva sui caccia F-35, si votava quella che è stata definita l’ipocrita mozione della maggioranza di governo e si ascoltavano le deliranti dichiarazioni del ministro della difesa sull’armare la pace per amare la paceE’ stato un salutare antidoto di lucidità. Ed anche un punto riferimento ulteriore, a partire dal quale misurare la lontananza culturale tra chi ha il mandato di gestire i temi fondamentali della vita e della morte (armi e guerre, comunque aggettivate, fatte o risparmiate, di questo trattano) puntando sugli armamenti e i facitori di pace (per dirla, come fa la Bravo, con Alex Langer) cioè tutti coloro che nel Novecento e dopo, in tutte le latitudini, noti o sconosciuti, hanno operato ed operano – dal basso e disarmati – per risparmiare il sangue. E costruiscono storia, perché costruiscono futuro. Continua a leggere

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