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L’uomo col martello. Quando è la metafora a generare la realtà

Quando quasi un anno fa, dopo i primi mesi di diffusione dell’epidemia da covid-19 nel nostro Paese, scrivevo che la narrazione dell’impegno contro la pandemia in corso come una guerra non è solo un espediente metaforico ma, per le notevoli implicazioni culturali e politiche che questo racconto porta con sé, per il mondo di significati che costruisce, si configura come un vero e proprio paradigma interpretativo – e ne elencavo i dieci errori principali (https://www.azionenonviolenta.it/pandemia-come-guerra-ossia-la-banalizzazione-della-complessita-i-dieci-errori-di-un-paradigma-sbagliato/) – non potevo immaginare che quasi un anno dopo quel paradigma si sarebbe pienamente inverato nella nomina di un generale di corpo d’armata a Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19.

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Annotazioni per disarmare la cultura, il linguaggio e l’educazione

E’ probabile che la nonviolenza necessiti proprio di un commiato dalla realtà

così com’è al momento costituita,

al fine di dischiudere le possibilità di un immaginario politico rinnovato

Judith Butler

[La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico]

1. Disarmare la cultura

Lidia Menapace – partigiana e nonviolenta – che ci ha lasciati nei giorni scorsi, diceva spesso che, per una trasformazione nonviolenta della società, il primo passaggio è quello di “disinquinare il linguaggio politico da tutto il simbolico violento e militare” di cui è impregnato: se si chiede “ad un politico professionista di parlare senza metafore belliche, non arriva alla fine della prima frase, perché se non può dire tattica, strategia, schieramento, scendere in campo, alzare la guardia, abbassare la guardia ecc.” non sa come esprimersi. Ma questa ecologia del linguaggio riguarda tutti, aggiungeva Lidia Menapace, a cominciare dai media: “le attività umane sono molteplici, si possono prendere metafore dall’agricoltura, dall’artigianato, dalla tecnologia e scartare proprio quelle belliche”, escludendo – anche dal linguaggio – l’extrema ratio della guerra.

E tuttavia la violenza nelle parole e nei comportamenti discende dalle altre dimensioni della violenza, a partire dagli impliciti culturali che la prevedono. Spiega Johan Galtung – creatore del metodo Transcend per la trasformazione nonviolenta dei conflitti – che al di sotto ed a fondamento della violenza diretta (quella delle guerre, degli omicidi, dei comportamenti) ci sono altri due livelli di violenza: quella strutturale (che comprende l’economia, le leggi, il modello di sviluppo) e quella culturale, ancora più profonda che legittima le altre due, la più difficile da contrastare perché impregna di sé i significati profondi condivisi (come il patriarcato, il razzismo, il militarismo…).

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Attraversando il covid. Dieci brevi note di cura e consapevolezza

Dieci brevi note scritte da positivo al covid, in isolamento da due settimane con sintomi importanti, seppur non da ospedalizzazione e, per fortuna, ormai in miglioramento. Dieci note, come dieci tappe di un percorso di consapevolezza, oltre che di cura.

1. Il covid-19 c’è e viaggia tra di noi, attraverso noi

2. Quanto meno noi facciamo attenzione a lui, tanto più lui fa attenzione a noi

3. Non è un’influenza un po’ più seria, ma – se sintomatica – è un’influenza molto più insidiosa che, da un momento all’altro, può evolvere in una situazione disperata

4. Se questo non avviene sempre o almeno avviene meno di quanto potrebbe potenzialmente accadere (nonostante le centinaia di morti al giorno, che non sono numeri ma persone che lasciano i propri cari) è perché c’è una sanità pubblica, anche territoriale, che ancora tiene – soprattutto in alcuni territori, come l’Emilia Romagna dove vivo – nonostante anni sfascio sanitario in parti importanti del Paese

5. Nella maggior parte dei casi, il funzionamento della sanità pubblica è lo spartiacque tra la salute e la malattia, anzi tra la vita e la morte

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Per l’universale dignità di lutto. Combattere le armi nucleari come le pandemie

Hai la dignità di lutto, la tua perdita è intollerabile,

voglio che tu viva, voglio che tu desideri vivere,

quindi prendi questo mio desiderio e consideralo tuo,

perché se è tuo allora è anche mio”

Judith Butler

Un tragico paradosso in cui è immersa l’umanità è la contemporanea ricerca medico-scientifica per produrre farmaci e tecnologie per allontanare più vite umane possibili dalla morte e quella scientifico-militare per produrre armi sofisticate che conducano più vite umane possibili alla morte. Una schizofrenia grave nella quale l’enorme spesa per la seconda è costantemente sottratta agli insufficienti investimenti per la prima. La mancanza di difese di fronte alla pandemia è qui a di/mostrarlo, ma noi continuiamo a rimuoverlo.

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Ri/costruire l’empatia. Per uscire dalla pandemia imparando a stare al mondo

Non puoi davvero capire un’altra persona

fino a quando non consideri le cose dal suo punto di vista,

fino a quando non entri nella sua pelle e non ci cammini dentro

Harper Lee

Il buio oltre la siepe

La decisione post-ferragostana del governo di richiudere le discoteche – dopo un’avventata e fuorviante riapertura – pur fortemente contestata (in verità più dai gestori che dai giovani), così come le altre misure sensate di contenimento del virus, si può inscrivere all’interno di un tentativo – seppur maldestro e per decreto – di ri/costruzione di un filo di empatia sociale, senza la quale non usciremo definitivamente da questa ne dalle altre crisi sistemiche che ci aspettano.

Lo scrivevo già a metà marzo, quando eravamo tutti bloccati in casa ed obbligati al totale distanziamento fisico: “che cosa ci sta insegnando questa epidemia nata in Cina, che ha attraversato l’Asia e l’Europa ed è giunta in America? (…)
Che non serve erigere muri, alzare barriere, tracciare confini, chiudere i porti, perché il pianeta è naturalmente e strutturalmente interconnesso. Irriducibilmente aperto, nonostante le nostre chiusure mentali. Continua a leggere

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Pandemia come guerra, ossia la banalizzazione della complessità. I dieci errori di un paradigma sbagliato

Chiarire le nozioni,  screditare le parole intrinsecamente vuote,

definire l’uso delle altre attraverso analisi precise,

ecco un lavoro che, per quanto strano possa sembrare, 

potrebbe preservare delle vite umane

Simone Weil

Non ricominciamo la guerra di Troia

 

Come insegnano i filosofi del linguaggio, noi abitiamo la lingua che parliamo, perché il linguaggio costruisce e definisce gli elementi concettuali e simbolici del mondo in cui viviamo. La narrazione dell’impegno contro la pandemia in corso come una guerra – come fanno abitualmente i media e i governi di ogni Paese coinvolto – non è dunque solo un espediente metaforico ma, per le notevoli implicazioni culturali e politiche che questo racconto porta con sé, per il mondo di significati che costruisce, si configura come un vero e proprio paradigma interpretativo. Ma è il paradigma sbagliato, un errore epistemologico, per almeno dieci ragioni che provo qui ad elencare

1.semplifica ciò che è complesso

La pandemia che il pianeta stra attraversando è la dimostrazione che viviamo nel più complesso dei mondi possibili, nell’orizzonte dell’incertezza globale, in un sistema di sistemi nel quale davvero “il battito d’ali di una farfalla in Brasile provoca un tornado in Texas”, secondo la celeberrima formula del meteorologo Edward Lorenz. Il paradigma della guerra, invece, è il più banale degli schemi, la semplificazione estrema, la certezza assoluta: la riduzione del fenomeno a mera dicotomia di potenza – tra noi e il nemico – che perde di vista l’interconnessione tra le persone e tra le persone e la natura, ossia l’eco-sistema e le sue interazioni. Usare la narrazione sbagliata significa dunque costruire immaginari e narrazioni fallaci, che portano fuori strada e non aiutano a identificare e costruire soluzioni efficaci e durature. Continua a leggere

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