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Non lavare le atrocità coloniali dalla nostra coscienza: istituire la Giornata della memoria delle vittime del colonialismo italiano

L’abbattimento delle statue di colonizzatori e razzisti, a cominciare da quelle di Cristoforo Colombo, che è iniziato negli USA e diffusosi in Europa, a cura del movimento Black Lives Matter – al netto degli inutili eccessi – ci dice, ancora una volta, che nel processo di evoluzione della civiltà ciò che appare giusto e sacrosanto ai contemporanei può diventare ingiusto ed aberrante per i posteri. La schiavitù, la caccia alle streghe, il razzismo, il colonialismo – seppure ancora presenti in molte parti del mondo – da valori condivisi sono diventati disvalori combattuti. Sarebbe bene che anche la guerra, prima o poi – con un necessario, ulteriore salto, di civiltà – subisse questo processo di storicizzazione e di esclusione dal novero delle relazioni umane accettate. Ed allora anche in Italia potremo fare a meno di piazze della “Vittoria” e di vie dedicate a generali macellai. Come Luigi Cadorna, per esempio.

Nel frattempo il movimento iconoclasta antirazzista, giunto anche nel nostro Paese, ha imbrattato la statua di Indro Montanelli per l’aver acquistato una bambina da stuprare – secondo la pratica del “madamato” – durante la partecipazione all’occupazione militare dell’Etiopia da sottotentente dell’esercito italiano, scatenando un furioso dibattito sui media e sui social sull’opportunità del gesto rispetto ai presunti meriti giornalistici successivi, per i quali era stato eretto il monumento. Tuttavia il tema vero, a mio avviso, non è tanto quello specifico legato alla biografia di Montanelli, ma che il nostro Paese non abbia ancora fatto i conti con il violento e feroce colonialismo – nazionalista, fascista e razzista – che insegnò ai nazisti la pratica stragista, i campi di sterminio e l’uso dei gas – dentro al quale si inquadra la stessa vicenda personale di Montanelli – che riguarda un’intera generazione di italiani “brava gente”, alle cui gesta infami sono ancora dedicate vie e piazze in tutta Italia. Quelli che – come ricorda lo storico Angelo Del Boca nel suo Italiani, brava gente? – furono “uomini comuni, non particolarmente fanatici. Uomini che hanno agito per spirito di disciplina, per emulazione, o perché persuasi di essere nel giusto eliminando coloro che ritenevano barbari o subumani”. Le cui gesta causarono, si calcola, almeno 500.000 vittime solo nel continente africano. Continua a leggere

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Le quattro liberazioni dal fascismo oggi necessarie

Nel nostro Paese, per liberarci definitivamente dal fascismo, sempre ritornante sotto mentite spoglie, ci sono alcune fondamentali liberazioni preliminari ancora da realizzare.

La prima è la liberazione dall’ignoranza. Regolarmente il nostro Paese viene indicato dalle ricerche degli organismi internazionali come profondamente e tecnicamente ignorante. L’ultima di queste è l’annuale classifica dell’Index of ignorans a cura dell’organismo di ricerca internazionale Ipsos Mori che, a proposito de “i pericoli della percezione” – ossia della distorsione percettiva della realtà – indica negli italiani persistentemente i più ignoranti d’Europa rispetto alla conoscenza dei dati reali della società nella quale viviamo, in riferimento alle informazioni di base relative, per esempio, agli immigrati, alla criminalità, agli attentati terroristici ecc. Del resto, come certifica regolarmente l’ISTAT siamo ultimi in Europa per percentuale di popolazione laureata e l’unico Paese in cui i laureati sono meno del 20% della popolazione. Dati che si intrecciano a quelli, ormai classici e strutturali, dell’OCSE che indicano l’Italia come penultima in Europa, dietro alla Turchia, per analfabetismo funzionale e quart’ultima al mondo: ossia, almeno un italiano su tre – pur essendo andato a scuola – non è in grado di decodificare e comprendere un testo minimamente complesso. Come questo articolo, per esempio. Continua a leggere

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15 marzo 2019, tra barbarie e antibarbarie

Il 15 marzo del 2019 si è aperto con la notizia proveniente da Christchurch, in Nuova Zelanda, nella quale un gruppo neonazista armato ha fatto irruzione in due moschee della città durante la preghiera del venerdì, uccidendo freddamente 49 persone. E’ una strage che ha una dimensione globale, non solo nelle dimensioni, ma per i punti di riferimento espliciti rilasciati sui social da Breton Tarrant, capo del commando: da Luca Traini, il fascio-leghista italiano della tentata strage di Macerata del 2018, ad Alexandre Bissonnette, il nazista canadese che fece una strage in un centro islamico di Quebec City nel 2017. Ma tra tutti, l’ispiratore principale dei terroristi è indicato in Anders Breivik, il nazista norvegese che il 22 luglio del 2011 uccise 77 ragazzi sull’isola di Utoya irrompendo nel campo estivo dei giovani socialisti norvegesi, colpevoli di voler promuovere una società aperta ed interculturale. Quello di Christchurch è l’ultimo atto di una internazionale fascista del terrore – alimentata dal clima di odio promosso in tutto il mondo da imprenditori della paura, al governo anche in Italia – che vuole far precipitare l’umanità nella barbarie. Continua a leggere

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Il Giorno della memoria e i giorni del presente

 

Sono stato ad Auschwitz nell’agosto del 1990. Non c’erano ancora i Viaggi della memoria ne’ il Giorno della memoria (che sarà istituito dalle Nazioni Unite solo nel 2005), il muro di Berlino era stato abbattuto nel novembre dell’anno precedente, Tadeusz Mozowiecki era stato nominato da pochi mesi primo capo del governo polacco non comunista ed io ero uno studente di filosofia dell’Università di Messina. Con un gruppo di amici e compagni, con i quali avevamo partecipato durante qull’anno accademico al movimento studentesco della Pantera – approfittando di una convenzione tra l’università siciliana e le università polacche, che ci consentiva di dormire nelle sovietiche case dello studente – decidemmo di fare un viaggio estivo nella Polonia che muoveva i primissimi passi nella democrazia post-sovietica e nell’economia capitalista. La attraversammo per un mese da sud a nord, da Cracovia a Danzica, in treno con un biglietto interail. E, naturalmente, facemmo tappa anche al campo di sterminio che rese noto al mondo il paese di Oswiecim, Auschwitz in tedesco. Continua a leggere

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