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Avanti verso le elezioni tra disprezzo per la vita e impoverimento culturale

Il 20 giugno scorso, le agenzie battono una notizia che trova pochissimo spazio sui media italiani: l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni – che tiene un tragico conteggio – comunica che, dall’inizio del 2017 fino alla metà di giugno, sono già 2000 le persone annegate nel Mediterraneo. Bambini, donne, uomini morti in mare, mentre tentavano di raggiungere la sponda nord del “mare nostrum” in fuga dalle guerre, dal terrorismo, dalla fame, dalle devastazioni ambientali. 2000 persone che si aggiungono alle decine – e forse centinaia – di migliaia annegate negli ultimi vent’anni: un’ecatombe che fa del Mediterraneo il cimitero della speranza. Continua a leggere

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Note su barbarie e antibarbarie, per decidere quale futuro costruire

O la sinistra fa dell’impegno per la pace
il terreno decisivo dello scontro tra cività e barbarie
o rimane di destra anche se si proclama di sinistra
Carlo Cassola

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Nel 1989 i popoli europei abbatterono il muro di Berlino che divideva in due l’Europa e il mondo. In molti immaginavamo – o forse speravamo – che con la fine della divisione tra Est e Ovest, la corsa agli armamenti, che aveva raggiunto il picco di spesa militare nel 1988, ed alimentato la “guerra fredda” (che alle periferie degli imperi era diventata terribilmente “calda”) potesse avere finalmente fine e si aprisse una fase nuova per l’umanità. Un periodo di prosperità fondato sui dividendi di pace, cioè sulla liberazione di risorse dalle spese militari a beneficio delle spese civili e sociali. Continua a leggere

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Da Srebrenica ad Atene, un’Europa di muri anziché di ponti

srebrenica

Ho iniziato a scrivere queste note in un caldo 11 luglio, nel ventennale del massacro di Srebrenica; nel pieno della crisi tra la Grecia e il resto d’Europa.

Srebrenica

All’inizio di luglio del 1995, dopo innumerevoli massacri che avevano colpito tutte le parti in conflitto nella guerra di smembramento della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, avviene a Srebrenica – con l’inerzia complice del contingente delle Nazioni Unite e della Comunità internazionale – il più grande massacro di cittadini europei dalla fine della seconda guerra mondiale. Tra l’11 e il 12 luglio, le truppe serbe si rendono colpevoli di un genocidio di circa 10.000 bosniaci musulmani, maschi dai 12 ai 77 anni, separati dalle donne e passati per le armi. La più grande e scientifica operazione di “pulizia etnica” in Europa dopo quella nazista. Continua a leggere

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Ucraina. Le politiche di potenza e il potere dei popoli

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Non sappiamo come andrà a finire la vicenda Ucraina. Possiamo però 1920490_10152391490327985_1398972667_n (1)provare a riconoscere alcune delle cose che ci dice, tra le quali la più importante è che in Europa la guerra – la sua preparazione e la sua minaccia – non è solo memoria, ma ancora realtà. Vent’anni dopo l’assedio di Sarajevo, mentre ci stiamo preparando a ricordare il centenario dell’inizio della “grande guerra”, minacciosi venti di guerra tornano a soffiare in quella Crimea di cui avevamo studiato sui libri di scuola, quando la politica degli Stati era politica di “potenza”. Esattamente come lo è oggi. Le parole con le quali il politologo tedesco Ekkehart Krippendorff, spiegava lo “scivolamento” dell’Europa dentro alla prima guerra mondiale – “nessuna delle caste al potere voleva una grande guerra in Europa nel senso di perseguirla attivamente. Al contempo esse, sia pure con finalità e interessi diversi, neppure volevano rinunciare alla guerra, agli armamenti e alla politica delle minacce come mezzo della politica internazionale” – sono valide ancora adesso e possono, in men che non si dica, condurre allo stesso scivolamento. Non si tratta di una distopia prefigurata da irriducibili pacifisti, ma dal fatto che l’accumulazione attuale di armamenti in Europa non ha precedenti. Continua a leggere

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Ribaltare l’austerità per disarmare l’Europa.

L’adesione all’Appello per la lista Tsipras della società civile italianaeu_milspending_crisis

Per capire fino in fondo la partita che si giocherà alle prossime elezioni europee, è necessario mettere fuoco un’apparente incongruenza. Nel novembre del 2012 durante l’Assemblea della NATO svoltasi a Praga, il Segretario generale Rasmussen spiegava che i quasi 10 miliardi di euro che il governo greco aveva speso nell’anno per i propri armamenti hanno mantenuto la Grecia nella posizione di secondo paese, in proporzione, per spesa militare tra i 27 della NATO, dopo gli Stati Uniti. Eppure la Grecia più di tutti gli altri paesi europei aveva già dovuto sottoporre a tagli durissimi ogni capitolo della sua spesa pubblica civile. La contraddizione si spiega con il fatto che mentre ha dovuto accettare le drammatiche condizioni poste dalla troika per ottenere i prestiti internazionali, volte a smantellare i servizi pubblici sociali, il governo greco contemporaneamente è stato costretto anche a continuare nell’acquisto di armamenti – sottomarini, fregate, carriarmati – commissionati alle aziende belliche di quegli stessi Stati che hanno imposto i tagli, USA, Germania e Francia, in primis.

Quanto accaduto in Grecia non è un fatto isolato. Come racconta Frank Slijper, del Transnational Institute, nel dossier Le armi, il debito, la corruzione: le spese militari e la crisi europea, un ex segretario alla Difesa spagnolo così descrive la causa profonda della crisi del Paese iberico: “Non avremmo dovuto comprare sistemi che non useremo, per situazioni di conflitto che non esistono e, quel che è peggio, comprati con fondi che non avevamo allora e che non abbiamo adesso.” Anche la più recente vittima della crisi, Cipro deve i suoi problemi di debito ad un aumento del 50% della spesa militare degli ultimi dieci anni, sopratutto dopo il 2007. Ed alla tenaglia tra l’aumento delle spese militari e i tagli alle spese sociali non sfugge neanche l’Italia che – crisi o non crisi – negli ultimi venti anni ha registrato un aumento di quasi il 25% in termini reali per la sola Funzione Difesa.

Mentre i cittadini europei – in particolare quelli dell’area mediterranea – riscoprono il sapore antico e amaro della fame, l’UE con il 7 % della popolazione mondiale, realizza il 20 % della spesa militare globale. L’Europa nel suo insieme brucia annualmente 200 miliardi di euro in spese militari – l’equivalente della somma del deficit di Italia, Spagna e Grecia – per finanziare 28 eserciti nazionali iper-armati. Seconda per armamenti solo agli USA e molto più armata di Cina e Russia, l’Europa ha ormai trasformato il suo tradizionale welfare nell’aggressivo warfare. Impedendo, di fatto, anche una politica estera unitaria, perché – come spiega il generale Fabio Mini nel suo recente lavoro La guerra spiegata a… – “la politica militare sta rinunciando a tutti gli strumenti soft dell’uso della forza, come la deterrenza, la dissuasione, la cooperazione e la rassicurazione, e non è più ancillare rispetto a quella estera, anzi, tende a sostituirla”

Dunque non si può costruire alcuna vera alternativa all’Europa dell’austerità, se non ribaltandola: applicare una drastica austerità alle spese militari, per liberare le spese sociali. A cento anni dalla “grande guerra”, è necessario disarmare l’Europa militare per ricostruire l’Europa civile, all’altezza del Nobel alla Pace ricevuto. Cominciando col ridurre – in una prospettiva di transarmo, verso il completo disarmo – ad un unico esercito a carattere esclusivamente difensivo i 28 eserciti nazionali, eliminando tutte le testate nucleari presenti sul Continente e costruendo i Corpi Civili Europei di Pace, come auspicato da Alex Langer proprio nel Parlamento europeo (già oggetto di più raccomandazioni e studi di fattibilità). Non ho trovato questi passaggi ineludibili nell’appello, pur condivisibile L’Europa al bivio. Con Tsipras una lista autonoma della società civile a sostegno della candidatura del leader della sinistra greca alla presidenza della Commissione europea. Per questo li aggiungo, insieme alla mia adesione. Perché sarebbe importante, anche sul piano simbolico, oltre che politico, che la spinta al disarmo per la civiltà dell’Europa ripartisse proprio dalla sua culla.

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