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Ormai solo l’educazione ci può salvare. Note per educare alla nonviolenza nel tempo della paura

All’inizio di questo anno scolastico, lo scorso 4 settembre, sono stato invitato dall’Istituto comprensivo 10 di Modena, insieme ad altri formatori, ad una giornata di formazione sull’educazione alla pace rivolta a tutti gli insegnanti. Queste sono le note con le quali ho preparato il mio intervento. Forse può essere non del tutto inutile renderle pubbliche e diffonderle 

Il panorama attuale

Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra, è il vecchio motto latino che ha accompagnato millenni di storia dell’umanità. Storia punteggiata da guerre, da centinaia di milioni di morti, da enormi sprechi di risorse sottratte all’educazione, all’istruzione, alla sanità, al welfare: nel solo 2017 la spesa pubblica militare mondiale è stata 1.739 miliardi di dollari, in crescita costante. Se si fosse trattato di un enorme esperimento scientifico per validare l’ipotesi – per quanto intuitivamente assurda – che per fare la pace bisogna preparare il suo contrario, la guerra, sarebbe stata abbandonata da tempo. Invece su questa ipotesi – spacciata per certezza – si basa l’organizzazione attuale della società. Continua a leggere

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E se contro le violenze educassimo alla nonviolenza? Come in Francia.

Non c’è da stupirsi se il Paese che ha inventato il fascismo, la mafia, il leghismo e il berlusconismo – e di tutto ciò è ancora pienamente intriso – è un Paese culturalmente violento in quanto a tasso di razzismo, bullismo, machismo, ma anche di servilismo nei confronti dei potenti di turno. La prepotenza esercitata ordinariamente sui soggetti considerati più deboli – donne, omosessuali, immigrati, persone più fragili – è incardinata nella strutture profonde che sostengono la nostra socialità e si manifesta attraverso una fenomenologia articolata: dalla legislazione razzista in vigore all’uso commerciale e politico del corpo femminile, dal senso comune pesantemente omofobico alle condizioni dei detenuti nelle carceri, dal plauso mediatico per gli arrampicatori e i furbi allo scherno per gli umiliati e gli offesi, dal bellicismo permanente dei governi alla mano spesso oltremodo pesante delle forze dell’ordine e via elencando. A volte, poi, la prepotenza diventa violenza conclamata ed emerge drammaticamente, come la punta di un icesberg, agli onori della cronaca. Solo allora viene presa in considerazione da media e legislatori, ma spesso solo per diventare materiale utilizzabile nell’orientare temporaneamente (e selettivamente) l’indignazione collettiva e per fare scattare misure emergenziali (e, in certi casi, impostare anche le campagne elettorali) volte sostanzialmente a coprire l’incapacità di fondo – e spesso la non volontà – di leggere la realtà e promuovere i cambiamenti veri nelle viscere della società. Come se con l’emergenza si potesse sconfiggere la permanenza, senza alcun lavoro in profondità. Continua a leggere

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