Essere o non essere. Riproducibilità di Hiroshima e Nagasaki in un pianeta in fiamme

Il 6 agosto 1945 è il giorno zero. Poiché quel giorno è stato provato che la storia universale può anche non continuare, che siamo in grado di recidere il filo della storia. Una nuova era, anche se la sua essenza consiste nell’avere un’esistenza incerta.

[Günther Anders, Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki]

E’ uno dei più pericolosi dei settantasette precedenti, questo anniversario dello sgancio delle bombe atomiche statunitensi su Hiroshima e Nagasaki, che cade in un pianeta in fiamme e non solo per il riscaldamento globale. Nonostante il Bollettino degli scienziati atomici mantenga ormai da tre anni le lancette dell’orologio dell’apocalisse a soli cento secondi dalla mezzanotte nucleare, dopo il 1989 e l’abbattimento del muro di Berlino avevamo rimosso il pericolo atomico militare dalla coscienza individuale e collettiva. Pure sempre più – apparentemente – sensibile alla catastrofe ecologica in corso. Parimenti dai diversi mondi culturali sono stati rimossi anche i pensatori che avevano fatto della riflessione sullo stare al mondo al tempo della bomba atomica l’essenza della propria filosofia, denunciandone la vera “minaccia totalitaria”, il suo essere “non arma ma nemico” dell’umanità, come Günther Anders di cui quest’anno è caduto in sordina il 120°anniversario della nascita (12 luglio), come avverrà per il 30° della morte (17 dicembre).

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Un’agenda pacifista per affrontare la crisi sistemica globale. E le prossime elezioni

Scriveva Edgar Morin, già ne La testa ben fatta, che “più i problemi diventano multidimensionali, più si è incapaci di pensare la loro multidimensionalità; più la crisi progredisce, più progredisce l’incapacità a pensare la crisi; più i problemi diventano planetari, più essi diventano impensati. Un’intelligenza incapace di considerare il contesto e il complesso planetario rende ciechi, incoscienti e irresponsabili” (ed. italiana, 2000) . E in effetti, la cecità, l’incoscienza e l’irresponsabilità – oltre vent’anni dopo – sembrano essere la cifra predominante nel discorso pubblico, incapace di considerare che il precipitare della crisi politica italiana si inserisce all’interno – ed è un effetto collaterale – della crisi sistemica, che è insieme crisi ecologica, energetica, pandemica, bellica, alimentare, sociale e infine culturale. La crisi del pensiero, in specie politico, in Italia è così grave che non riesce a pensare la complessità della crisi nella quale siamo immersi, ma solo a balbettare di posizionamenti elettorali sulla crisi di governo, incapace di collegare l’effetto locale – e le possibili soluzioni – alla crisi globale.

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Pacifismo, anno zero? Nonviolenza, anno 74, d.G. (dopo Gandhi)

[Trascrizione dell’intervento svolto venerdì 20 maggio all’interno del Seminario nazionale “Pacifismo, anno zero”, a cura della rivista Vita e della Croce Rossa Italiana, in cui sono stato relatore insieme a Stefano Zamagni, Riccardo Bonacina e Rosario Valastro. Moderato da Stefano Arduni]

Il titolo del Seminario fa riferimento al presunto anno zero del “pacifismo”, ma poiché la datazione degli anni dipende dal tipo di calendario che si segue, io che seguo un calendario che prova a stare sui tempi della storia, anziché su quelli della cronaca, parlerò di Nonviolenza, anno 74, d.G. (dopo Gandhi). Cioè per esplorare questa parola polisemica, partirò da un anno preciso: il 1948. Nel quale accaddero tre fatti, dai quali possiamo far partire convenzionalmente questa datazione. Andiamo in ordine cronologico.

L’1 gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione della Repubblica italiana.

I Costituenti – che conoscevano personalmente che cosa fosse la guerra – iniziarono a lavorare alla Costituzione a poco meno di un anno dalla tragedia delle bombe atomiche statunitensi su Hiroshima e Nagasaki. La Costituzione fu scritta con un linguaggio chiaro, efficace, inequivocabile: un’estetica della trasparenza che corrispondeva ad un’etica della comprensibilità. Per questo non sembrò abbastanza esplicito il verbo “rinunciare” della prima stesura di quello che sarebbe diventato l’Articolo 11, perché avrebbe mantenuto implicitamente l’idea di un diritto al quale si rinuncia, e scelsero – invece – il verbo “ripudiare” che contiene il disprezzo per ciò che si è conosciuto e si vuole allontanare per sempre. L’incipitdel definitivo Articolo 11 – “L’Italia ripudia la guerra” diventò così elemento fondante di una una storia nuova rispetto al fascismo, fondato proprio sul militarismo come elemento identitario. Inoltre, non sembrò sufficiente ripudiare la guerra come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma aggiunsero anche come “mezzo di risoluzione delle controverse internazionali” perché i Costituenti – che non erano ingenui – avevano due consapevolezze: la prima, che i conflitti esistono e non sono eliminabili; la seconda, che nessun conflitto può essere risolto davvero con la guerra. Soprattutto nell’epoca atomica: è l’introduzione dell’etica della responsabilità nella Costituzione. Dunque i Costituenti ci stanno dicendo: noi siamo giunti a capire che la guerra non risolve i conflitti, d’ora in poi tocca a voi – alle generazioni successive – trovare mezzi e strumenti alternativi alla guerra per affrontarli e risolverli. Il secondo comma dell’articolo 11, infine, che “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” e “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, fa riferimento alle Nazioni Unite che erano nate già nell’ottobre del 1945 con lo stesso spirito della Costituzione italiana, ossia – come recita l’incipit della Carta fondante – per “liberare l’umanità dal flagello della guerra” attraverso la risoluzione delle “controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace, la sicurezza internazionale e la giustizia non siano messe in pericolo” (Carta delle Nazioni Unite, Art. 2). La Nato, come alleanza militare difensiva, sarebbe stata costituita solo nel 1949.

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L’arsenale della democrazia, lo scontro tra imperi e le politiche attive di pace

[opera di Anonimo 74, Roma, rione Monti]

C’è un salto di qualità nel paradigma della guerra per il ri/posizionamento globale delle superpotenze. Lo esplicita il discorso del presidente Joe Biden in visita il 3 maggio scorso alla Lockheed Martin, la più grande fabbrica di armamenti al mondo, negli stabilimenti di Troy in Alabama nella quale si producono i missili javelin inviati massicciamente dal governo USA a quello ucraino. Per il contesto specifico in cui è pronunciato, la gravità delle parole e l’informalità dei modi esplicita chiaramente il paradigma, che Limes chiama dello “scontro tra imperi” – iniziato dopo l’abbattimento del muro di Berlino dai “vincitori” della “guerra fredda” con l’attacco NATO a Belgrado nel 1999 e il relativo “bombardamento non accidentale dell’ambasciata di Cina a Belgrado” del 7 maggio – giunto, tra colpi e contraccolpi sui vari scacchieri del pianeta (Afganistan, Iraq, Siria, tra gli altri), all’invasione militare dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin dello scorso 24 febbraio, che ha decretato nuovamente “la fine della pace in Europa” (Limes, n.3/2022). Poiché il discorso di Biden – a dispetto della vision che veicola – è stato poco raccontato nel nostro paese, ne propongo di seguito alcuni stralci salienti (qui la versione integrale), ai quali aggiungo le riflessioni conseguenti.

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Porsi dalla parte della soluzione anziché del problema, col principio responsabilità

[Articolo pubblicato su Domani del 28 marzo 2022, con il titolo “Invio di armi in Ucraina, cosa ci dice il principio di responsabilità”]

Nicoletta Pirozzi, nel considerare l’invio di armi al governo ucraino un “imperativo morale” (Domani, sabato, 26 marzo), usa categorie di analisi geopolitiche che – partendo da una interpretazione di quel che sarebbe l’intenzione dell’occupante russo – non tengono conto della situazione di reale pericolo generalizzato nel quale si sta dipanando questa assurda guerra nel cuore dell’Europa. Per comprendere quale sia l’agire etico e razionale nelle condizioni date, bisogna assumere maggiore profondità di visione ed ampiezza di sguardo. Max Weber, già alla fine della prima guerra mondiale distingueva tra ”etica dell’intenzione” e ”etica della responsabilità”. Nell’etica dell’intenzione ci preoccupiamo solo degli obiettivi da conseguire, agendo per principi generali, considerando legittimo qualsiasi mezzo per raggiungere il fine ritenuto giusto, senza attenzione alle conseguenze. L’etica della responsabilità, al contrario, cerca di prevedere e valutare le conseguenze dell’agire, per cui se un obiettivo buono rischia di essere realizzato producendo “effetti collaterali” negativi, cerca di mettere in campo mezzi coerenti con i fini da raggiungere. Nel nostro tempo, il “Principio responsabilità”, riformulato da Hans Jonas come “etica per la civiltà tecnologica”, prescrive di agire “in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”. La quale, da Hiroshima in avanti, è ipotecata della minaccia atomica, colpevolmente rimossa dalla coscienza collettiva – anche quella degli “analisti”, a quanto pare – seppur oggi presente più che mai. Dunque, qualunque azione politica, soprattutto all’interno di una dimensione di conflitto internazionale, non può non tenere conto della situazione atomica così come definita dal filosofo Günther Anders: “La tesi apparentemente plausibile che nell’attuale situazione politica ci sarebbero (fra l’altro) anche armi atomiche, è un inganno. Poiché la situazione attuale è determinata esclusivamente dall’esistenza di armi atomiche, è vero il contrario: che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica”. E’ responsabile e realistico tenerne conto ed agire di conseguenza, a cominciare dalla gestione dei conflitti internazionali. Sempre che si voglia essere parte della soluzione, anziché del problema.

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Smilitarizzare la mente. Un’intervista per disarmare il virus della guerra

[Intervista pubblicata originariamente sulla testata Sapereambiente del 29 marzo 2022]

Dall’assurda sospensione di corsi universitari su Fëdor Dostoevskij, alle accuse automatiche di “filo-putinismo” per chiunque provi ad articolare discorsi approfonditi. Stiamo degenerando verso una pedagogia di guerra, le cui tracce linguistiche serpeggiavano già con la pandemia. Il filosofo ci spiega il suo punto di vista

La pace è una scelta. Non ha soltanto delle connotazioni teoriche, ideologiche. Per questo in un suo recente articolo ha recuperato i concetti di etica della responsabilità e principio di responsabilità, con riferimenti a Max Weber e a Hans Jonas?

Proprio così: oggi più che mai la costruzione di politiche attive di pace – da preparare giorno per giorno, come ricordava Capitini – risponde a un preciso imperativo etico. Max Weber, già dopo la prima guerra mondiale, distingueva l’agire politico secondo ”etica dell’intenzione” da quello secondo ”etica della responsabilità”. Nell’agire secondo l’etica dell’intenzione ci preoccupiamo di avere la coscienza a posto rispetto all’obiettivo da conseguire, qualunque esso sia, e quindi ogni mezzo appare legittimo per raggiungere il fine, senza occuparci delle conseguenze. Secondo l’etica della responsabilità, al contrario, si cerca di prevedere e valutare le conseguenze del proprio agire, per cui se il perseguimento di un obiettivo buono rischia di produrre “effetti collaterali” negativi, bisogna mettere in campo dei mezzi coerenti con i fini da raggiungere. Nel nostro tempo, il principio responsabilità è stato riformulato dal filosofo Hans Jonas come “etica per la civiltà tecnologica”, secondo la seguente prescrizione: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra». E proprio la vita umana, da Hiroshima in avanti, è  sotto la spada di Damocle della minaccia delle armi nucleari. Il Bollettino degli scienziati ci avvisa – ormai consecutivamente da tre anni- che siamo a soli  cento secondi dall’apocalisse, per cui è necessario ri/prendere coscienza del nostro status di “quelli-che-esistono-ancora”, come scriveva il filosofo Günther Anders. Dunque qualunque azione politica non può non tenere conto, in modo responsabile, della situazione atomica e agire di conseguenza, a cominciare dalla gestione dei conflitti internazionali. E anche se la coscienza diffusa di questa possibilità, presente fino all’abbattimento del Muro di Berlino, è stata man mano rimossa dalle generazioni successive, nelle condizioni date, come diceva Martin Luther King: «O impariamo a vivere come fratelli o periremo insieme come stolti».

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Dalla “guerra” al virus al virus della guerra: critica della ragione bellica

Chiunque voglia sinceramente la verità

è sempre spaventosamente forte

Fëdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore

Quando nel 2020, insieme alla pandemia, ha cominciato a dilagare il paradigma bellico per narrare l’impegno collettivo per salvare le vite, svolgendo una critica alla banalizzazione della realtà che questo comportava ed ai suoi rischi, scrivevo – tra le altre cose – che il continuo far ricorso al paradigma della guerra, allo sforzo bellico di chi è in “trincea” contro il virus, rimanda alla “ri/costruzione di un immaginario positivo della guerra come sforzo collettivo, come mobilitazione patriottica, come esaltazione della potenza militare”. In un Paese nel quale il pudore della guerra, insito nel “ripudio” costituzionale, faceva che sì che – fino a quel momento – veri interventi militari in giro per il pianeta fossero ossimoricamente definiti “missioni di pace”, la guerra – associata ossessivamente all’impegno di chi salva vite umane, invece di ucciderle – era tornata ad essere rivalutata come metafora di valore, anziché di disonore (queste riflessioni oggi si trovano in Disarmare il virus della violenza, 2021). Da lì ad un anno, questo paradigma avrebbe modellato la realtà, inverandosi nella nomina di un generale di corpo d’armata a Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, portando con sé notevoli implicazioni culturali e politiche nella ridefinizione dell’immaginario collettivo, che oggi si stanno manifestando in tutta la loro potenza di fuoco all’interno del passaggio repentino dalla “guerra” al virus al virus della guerra guerreggiata, in cui la “necessità” del coinvolgimento italiano – non in un processo di mediazione e interposizione tra le parti, ma attraverso l’invio di armi a sostegno di una parte (dopo un decennio di vendita all’altra, ndr) – è diffusa ossessivamente nella narrazione pubblica e confermata nelle scelte politiche. Eliminando qualunque possibilità di analisi più complessa dello schierarsi sull’attenti con l’elmetto in testa.

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Smilitarizzare le menti per disarmare il conflitto. La prima cosa da fare contro la guerra in Ucraina

[murales della street artist Laika, apparso in questi giorni a Roma in prossimità delle ambasciate di Russia e Ucraina]

Nessuna delle caste al potere voleva una grande guerra in Europa

nel senso di perseguirla attivamente.

Al contempo esse, sia pure con finalità e interessi diversi,

neppure volevano rinunciare alla guerra, agli armamenti

e alla politica delle minacce come mezzo della politica internazionale,

per questo vi scivolarono dentro”

[Ekkehart Krippendorf, Lo stato e la guerra. L’insensatezza delle politiche di potenza]

Se per comprendere le ragioni di un conflitto è necessario allargare lo sguardo, nello spazio e nel tempo , a maggior ragione quando il conflitto si trasforma colpevolmente in guerra aperta è necessario sottrarsi alla logica perversa dello scontro amico/nemico e assumere un punto di vista più generale e complesso, per cercarne le possibili vie d’uscita. A questo scopo, condannare l’aggressione militare di Vladimir Putin all’Ucraina è necessario, ma non sufficiente. E se a farlo sono quelli che hanno condotto occupazioni militari ventennali in Afghanistan ed Iraq (per tacere delle altre), provocando immani catastrofi umanitarie, non è neanche credibile: sono parte del problema, non della soluzione. Anziché inviare altre armi sul terreno di guerra, come stanno facendo i governi occidentali, bisogna uscire dalla logica bellica sulla quale si fondano tutte le politiche di potenza che hanno portato, come con-cause, a questa incredibile e anacronistica situazione ed entrare nelle ragioni profonde del conflitto, riconoscendo ragioni e torti dei diversi attori in campo, per trovare un punto di mediazione sostenibile per tutti. Sottrarsi alla logica dell’escalation, farsi “costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”, come scriveva Alex Langer, renitenti alla banalità del male della guerra che, ovunque, è già dentro la maggior parte delle menti consentendo agli arsenali di traboccare di armi, alle guerre di moltiplicarsi sul pianeta, ai profitti delle industrie degli armamenti di crescere senza fine. O smilitarizziamo le menti e impariamo a risolvere i conflitti senza violenza – con un lavoro paziente, costante e quotidiano – o la violenza della guerra distruggerà l’umanità, più prima che poi.

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Né un uomo né un soldo per la guerra. Il messaggio di Mario e Fermo, da Reggio Emilia all’Europa di oggi

La guerra che verrà non è la prima.
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente

Bertold Brecht

Mario e Fermo, Mario Baricchi e Fermo Angioletti, il 25 febbraio del 1915 erano ragazzi, diciottenni, reggiani e furono le prime vittime italiane della “grande guerra”, non al fronte, ma a casa, anzi in piazza – in quella piazza che oggi beffardamente si chiama della “vittoria” – di fronte al Teatro Ariosto, dove protestavano contro il comizio interventista di Cesare Battisti, urlando “né un uomo né un soldo per guerra”, uccisi non dalle truppe “nemiche”, ma da quelle “amiche”, cioè dall’esercito italiano che sparò ad altezza d’uomo per disperdere la folla antimilitarista e pacifista. Esecuzione premonitrice delle oltre 3.500 condanne a morte che l’esercito italiano comminerà ai disertori, con processi sommari, tra il 1915 e il 1918.

Non potevano sapere Mario e Fermo che quella guerra – che pochi mesi dopo, il 24 maggio, avrebbe visto, con un colpo di stato di fatto, il reale coinvolgimento dell’Italia – sarebbe diventata la “prima guerra mondiale” e avrebbe provocato oltre 16 milioni di morti complessive (“inutile strage”, fu chiamata da papa Benedetto XV). Che quella guerra avrebbe generato poi, come conseguenza diretta, il fascismo e il nazismo, il cui portato fu la “seconda guerra mondiale” con gli oltre 60 milioni di morti, i campi di sterminio, le bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki dagli statunitensi e quanto ne è conseguito con la successiva corsa agli armamenti. Oggi ripresa più che mai, insieme allo stillicidio di guerre infinite in giro per il mondo.

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Il coraggio di aver paura. Urgenza di rileggere e divulgare le “Tesi sull’età atomica” di Günther Anders

Kailum Graves, Tsar-Bomba

Di fronte all’indifferenza con la quale stiamo assistendo ad una escalation bellica in Europa tra potenze atomiche, nella speranza che, in fondo, non facciano sul serio, “non possano” fare sul serio (come se le bombe su Hiroshima e Nagasaki non ci fossero mai state), mentre il Bollettino degli scienziati atomici ci avvisa – ormai consecutivamente da tre anni – che siamo a soli cento secondi dall’apocalisse, è necessario ri/prendere coscienza del nostro status di “quelli-che-esistono-ancora”, di vivere cioè – da Hiroshima in avanti – nella precarietà esistenziale, strutturale e globale, dovuta alla possibilità di estinzione del genere umano, attraverso il pigiare di un pulsante, quello delle armi nucleari. La coscienza diffusa di questa possibilità, presente fino all’abbattimento del muro di Berlino – di cui è stata anzi il piccone etico principale grazie all’iniziativa unilaterale di Michail Gorbačëv (i cui meriti storici non sono ancora stati sufficientemente riconosciuti) – è man mano stata rimossa nelle generazioni successive, nonostante la guerra sia tornata ad essere normalmente “la continuazione della politica con altri mezzi” (Carl von Clausewitz); nonostante migliaia di testate nucleari siano puntate contro le teste di tutti più luccicanti e potenti che mai; nonostante il Trattato per la proibizione delle armi nucleari le abbia messe fuorilegge; nonostante – infine – i cinque paesi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite abbiano recentemente e congiuntamente affermato “che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai verificarsi”, senza trarne le conseguenze disarmanti.

La rimozione della coscienza del pericolo atomico – e del relativo e necessario impegno per il disarmo – ha portato con sé anche la rimozione dell’opera di uno dei massimi pensatori dello stato dell’umanità nell’epoca della possibilità dell’apocalisse nucleare: Günther Anders, autore di opere fondamentali per comprendere il nostro precario stare al mondo – da Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki al carteggio con Claude Eatherly, uno dei piloti di Hioroshima, a L’uomo è antiquato – di cui quest’anno cadono i 120 anni dalla nascita e i 30 dalla morte. Tra i suoi scritti fondamentali, urgentemente da rileggere, meditare e divulgare, sono Le tesi sull’età atomica, qui riportate integralmente nella versione italiana edita da Linea d’Ombra (1995) in appendice a Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki. Le tesi sull’età atomica sono un testo “improvvisato” di Anders nel 1960 dopo un dibattito sui problemi morali dell’età atomica con gli studenti dell’Università di Berlino, dove sono esposte in maniera limpida ed essenziale le caratteristiche, inedite e inaudite, dell’epoca atomica. Nella quale bisogna trovare “il coraggio di aver paura” perché la paura è segno di consapevolezza ed ha perciò un valore euristico, cioè di strumento di conoscenza della realtà, e “vivificante, poiché invece di rinchiuderci nelle nostre stanze ci fa uscire sulle piazze” a lottare per il disarmo, ossia per l’impegno fondamentale per tutte e tutti, perché “ciò contro cui lottiamo, non è questo o quell’avversario che potrebbe essere attaccato o liquidato con mezzi atomici, ma la situazione atomica in sé”.

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