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La Terra in prestito dai nostri figli. Le risposte di Alex Langer alle domande dei movimenti di oggi

Ho incontrato di persona e parlato una sola volta con Alex Langer, in un incontro pubblico svolto a Messina in occasione – se la memoria non m’inganna – delle campagna elettorale per le elezioni europee del 1989, nelle quali io votai per la prima volta per i Verdi e lui fu eletto al Parlamento europeo e successivamente alla presidenza del gruppo parlamentare del Sole che ride di Strasburgo. Ciò che ricordo con chiarezza è che – da studente di filosofia, alla ricerca di parole che dicessero l’essenza – fui colpito dal suo ragionamento e dalla sua visione che, senza fronzoli ed artifici retorici, andavano alle questioni essenziali ed all’essenza nelle questioni, connettendo locale e globale, etica e politica. Non solo l’impegno per una politica ecologica ma anche per una ecologia della politica, a servizio dell’urgenza di rendere il mondo un posto migliore e non dell’indice di gradimento nel prossimo sondaggio. Per questo, da allora – seppur non sempre condividendo fino in fondo tutte le sue prese di posizione pubbliche – non ho più perso di vista Alex Langer, fino al tragico epilogo del 3 luglio del 1995. Tuttavia solo dopo ne ho approfondito davvero il pensiero e l’impegno, che non solo anticipavano le questioni ancora essenziali per noi, qui ed ora, ma già davano – oltre venticinque anni fa – le risposte fondamentali alle domande per le quali si mobilitano oggi i giovani in ogni parte del mondo. Continua a leggere

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Promemoria politico per il nuovo anno: è tempo di disarmo!

Reggio Emilia, 27 dicembre 2016

Reggio Emilia, 27 dicembre 2016

Mentre i cittadini sotto Natale sono scesi nelle strade d’Italia, e a capodanno in piazza San Pietro, per invocare “basta guerre”, in Siria e ovunque; mentre le spese militari crescono all’inverosimile e la proposta di legge per la difesa civile non armata e nonviolenta giace in Parlamento, il tema del disarmo è il grande rimosso dall’agenda della politica italiana

Nell’ultimo scorcio dell’anno, in diverse città d’Italia, alle tradizionali luminarie natalizie si sono aggiunte le luci delle fiaccole portate dai cittadini nelle tante manifestazioni spontanee per la Siria. Da Udine a Napoli, da Trento a Mantova, da Torino a Reggio Emilia, molte persone – nonostante le festività, il freddo, le informazioni spesso pilotate su una guerra dove, come in tutte le guerre, la prima vittima è la verità, il remare contro di qualche fetta di mondo “pacifista” cosiddetto antimperialista (stranamente alleato con i fascismi europei a sostegno del regime di Assad) – nonostante tutto questo, hanno voluto manifestare il loro sostegno ai civili siriani. Ossia alle maggiori vittime di questa come di tutte le guerre, ai civili stretti nella morsa tra i bombardamenti russo-iraniani a fianco del governo siriano – contro cui si era mossa pacificamente la “primavera siriana” stroncata nel sangue – e i tagliagole islamisti foraggiati dai regni del Golfo, alleati degli USA. Continua a leggere

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Dal ripudio della guerra ai Corpi civili di pace nel Servizio civile

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Dopo 25 anni di interventi militari italiani, la nonviolenza ancora è in cammino

Finalmente il penultimo giorno dell’anno scorso è stato pubblicato il bando per i progetti di Servizio civile per la sperimentazione dei Corpi civili di pace. Sono passati oltre due anni da quando, in una notte del dicembre 2013, Giulio Marcon – deputato indipendente di SEL e coordinatore dell’Intergruppo dei parlamentari per la pace – fece approvare un emendamento alla legge di stabilità per la “sperimentazione della presenza di 500 giovani volontari da impegnare in azioni di pace nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto”. Il bando emanato presenta certo diverse criticità – evidenziate sia dalla CNESC  (Conferenza nazionale degli enti di servizio civile) che dal Tavolo interventi civili di pace – ma rappresenta un fatto di notevole rilievo nella storia del nostro Paese. Si tratta del primo vero tentativo di realizzazione integrale – seppur sperimentale e relativo al solo servizio civile – di un principio fondamentale della Costituzione italiana, il ripudio della guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ed è un punto di arrivo – seppur parziale – di almeno due importanti percorsi nella storia della nonviolenza italiana: l’obiezione di coscienza al servizio militare che ha portato al servizio civile e gli interventi civili di pace che hanno portato i corpi civili di pace. Continua a leggere

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Chi ha paura dell’impegno dei giovani per la pace?

il scn come difesa della patria e della pace

 

Tra la risoluzione dell’ONU e i freni del governo italiano

Lo scorso 9 dicembre è passata piuttosto sotto silenzio nei media italiani un’importante risoluzione, approvata all’unanimità, del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (la n. 260/2015) che riconosce – per la prima volta in un documento ufficiale – il ruolo attivo che i giovani possono svolgere nella prevenzione, risoluzione e riconciliazione dei conflitti. Ricordando che la generazione tra i 18 e i 35 anni, in questo momento, è la più ampia che l’umanità abbia mai avuto e che i giovani spesso costituiscono la maggior parte della popolazione dei paesi colpiti da guerre e terrorismi, riconosce che essi possono giocare un ruolo attivo e importante nella costruzione dei percorsi di pace. Oltre ad invitare gli Stati ad attuare politiche di protezione delle giovani generazioni – vittime delle guerre o delle possibili tentazioni terroristiche – attraverso programmi di inclusione, lavoro e riconoscimento dei loro diritti fondamentali, la risoluzione “esorta gli Stati membri ad aumentare” – e questa è la vera novità – “la loro politica, finanziaria, tecnica e di supporto logistico, che tengono conto delle esigenze e partecipazione dei giovani negli sforzi di pace, in situazioni di conflitto e post-conflitto.” Continua a leggere

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Da Srebrenica ad Atene, un’Europa di muri anziché di ponti

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Ho iniziato a scrivere queste note in un caldo 11 luglio, nel ventennale del massacro di Srebrenica; nel pieno della crisi tra la Grecia e il resto d’Europa.

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All’inizio di luglio del 1995, dopo innumerevoli massacri che avevano colpito tutte le parti in conflitto nella guerra di smembramento della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, avviene a Srebrenica – con l’inerzia complice del contingente delle Nazioni Unite e della Comunità internazionale – il più grande massacro di cittadini europei dalla fine della seconda guerra mondiale. Tra l’11 e il 12 luglio, le truppe serbe si rendono colpevoli di un genocidio di circa 10.000 bosniaci musulmani, maschi dai 12 ai 77 anni, separati dalle donne e passati per le armi. La più grande e scientifica operazione di “pulizia etnica” in Europa dopo quella nazista. Continua a leggere

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Se vuoi la pace difendi la pace

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Le ragioni della Campagna “Un’altra difesa è possibile”

Il 10 dicembre – Giornata internazionale dei Diritti Umani – è la prima giornata di mobilitazione nazionale per la Campagna Un’altra difesa è possibile, per l’istituzione e le modalità di finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.

E’ una proposta di legge di iniziativa popolare – uno dei due strumenti di democrazia diretta previsti dal nostro ordinamento (l’altro è il referendum) – che rappresenta un salto di qualità per il movimnto per la pace. Fino a non molto tempo fa, difronte alle diverse esplosioni belliche, “i pacifisti” si limitavano a fare appelli o mobilitazioni estemporanee che servivano forse più a sentirsi a posto con la coscienza, a dare sfogo alla giusta indignazione, che a fermare realmente le guerre. Neanche l’enorme mobilitazione internazionale di piazza del 2003, contro la seconda guerra nel Golfo, è riuscita a bloccare o a rimandare la partenza di un solo bombardiere. Oggi – insieme alla “Campagna Taglia le ali alle armi”contro gli F35 che incalza i governi con dati incontrovertibili obbligando i parlamenti a pronunciarsi sui tagli – il movimento per la pace italiano ha avviato un nuovo percorso condiviso, con lo scopo di mettere al centro della propria azione gli unici strumenti davvero efficaci per una lungimirante politica di pace: il disarmo e la costruzione delle alternative alla guerra. Agendo contemporaneamente sul piano organizzativo, politico e culturale. Continua a leggere

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Questione di simboli. Civili e no.

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I simboli sono importanti nella vita delle persone e delle collettività, forniscono rappresentazione di sé comunicando la priorità dei valori. Per questo ogni cambio di ordine sociale, ogni rivoluzione politica comincia abbattendo i simboli del passato regime ed issando le nuove bandiere sui palazzi del potere.

Mentre il 3 giugno l’ISTAT rende noti i dati della disoccupazione che in Italia raggiunge il record storico di 3 milioni e mezzo di persone (ossia il più alto dal 1977, da quando vengono registrate le variazioni trimestrali), raggiungendo il nuovo picco del 46% tra i giovani, il giorno prima – il 2 giugno – la Festa della “Repubblica democratica fondata sul lavoro” anche quest’anno è stata celebrata con la “rassegna militare”. Ossia con quel simbolo bellico che evoca ed esalta la guerra ripudiata dalla Costituzione. L’ordine simbolico dei festeggiamenti contraddice così l’ordine dei valori costituzionali, indicando una priorità differente e contraddittoria.

Ancora una volta ad evidenziare questa cortocircuito assiologico sono state le reti civili che si occupano di disarmo, pace, servizio civile ed economia solidale le quali hanno celebrato la Festa della Repubblica promuovendo congiuntamente la Campagna per il disarmo e la difesa civile, ossia lanciando la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del “Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta”. Continua a leggere

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Ribaltare l’austerità per disarmare l’Europa.

L’adesione all’Appello per la lista Tsipras della società civile italianaeu_milspending_crisis

Per capire fino in fondo la partita che si giocherà alle prossime elezioni europee, è necessario mettere fuoco un’apparente incongruenza. Nel novembre del 2012 durante l’Assemblea della NATO svoltasi a Praga, il Segretario generale Rasmussen spiegava che i quasi 10 miliardi di euro che il governo greco aveva speso nell’anno per i propri armamenti hanno mantenuto la Grecia nella posizione di secondo paese, in proporzione, per spesa militare tra i 27 della NATO, dopo gli Stati Uniti. Eppure la Grecia più di tutti gli altri paesi europei aveva già dovuto sottoporre a tagli durissimi ogni capitolo della sua spesa pubblica civile. La contraddizione si spiega con il fatto che mentre ha dovuto accettare le drammatiche condizioni poste dalla troika per ottenere i prestiti internazionali, volte a smantellare i servizi pubblici sociali, il governo greco contemporaneamente è stato costretto anche a continuare nell’acquisto di armamenti – sottomarini, fregate, carriarmati – commissionati alle aziende belliche di quegli stessi Stati che hanno imposto i tagli, USA, Germania e Francia, in primis.

Quanto accaduto in Grecia non è un fatto isolato. Come racconta Frank Slijper, del Transnational Institute, nel dossier Le armi, il debito, la corruzione: le spese militari e la crisi europea, un ex segretario alla Difesa spagnolo così descrive la causa profonda della crisi del Paese iberico: “Non avremmo dovuto comprare sistemi che non useremo, per situazioni di conflitto che non esistono e, quel che è peggio, comprati con fondi che non avevamo allora e che non abbiamo adesso.” Anche la più recente vittima della crisi, Cipro deve i suoi problemi di debito ad un aumento del 50% della spesa militare degli ultimi dieci anni, sopratutto dopo il 2007. Ed alla tenaglia tra l’aumento delle spese militari e i tagli alle spese sociali non sfugge neanche l’Italia che – crisi o non crisi – negli ultimi venti anni ha registrato un aumento di quasi il 25% in termini reali per la sola Funzione Difesa.

Mentre i cittadini europei – in particolare quelli dell’area mediterranea – riscoprono il sapore antico e amaro della fame, l’UE con il 7 % della popolazione mondiale, realizza il 20 % della spesa militare globale. L’Europa nel suo insieme brucia annualmente 200 miliardi di euro in spese militari – l’equivalente della somma del deficit di Italia, Spagna e Grecia – per finanziare 28 eserciti nazionali iper-armati. Seconda per armamenti solo agli USA e molto più armata di Cina e Russia, l’Europa ha ormai trasformato il suo tradizionale welfare nell’aggressivo warfare. Impedendo, di fatto, anche una politica estera unitaria, perché – come spiega il generale Fabio Mini nel suo recente lavoro La guerra spiegata a… – “la politica militare sta rinunciando a tutti gli strumenti soft dell’uso della forza, come la deterrenza, la dissuasione, la cooperazione e la rassicurazione, e non è più ancillare rispetto a quella estera, anzi, tende a sostituirla”

Dunque non si può costruire alcuna vera alternativa all’Europa dell’austerità, se non ribaltandola: applicare una drastica austerità alle spese militari, per liberare le spese sociali. A cento anni dalla “grande guerra”, è necessario disarmare l’Europa militare per ricostruire l’Europa civile, all’altezza del Nobel alla Pace ricevuto. Cominciando col ridurre – in una prospettiva di transarmo, verso il completo disarmo – ad un unico esercito a carattere esclusivamente difensivo i 28 eserciti nazionali, eliminando tutte le testate nucleari presenti sul Continente e costruendo i Corpi Civili Europei di Pace, come auspicato da Alex Langer proprio nel Parlamento europeo (già oggetto di più raccomandazioni e studi di fattibilità). Non ho trovato questi passaggi ineludibili nell’appello, pur condivisibile L’Europa al bivio. Con Tsipras una lista autonoma della società civile a sostegno della candidatura del leader della sinistra greca alla presidenza della Commissione europea. Per questo li aggiungo, insieme alla mia adesione. Perché sarebbe importante, anche sul piano simbolico, oltre che politico, che la spinta al disarmo per la civiltà dell’Europa ripartisse proprio dalla sua culla.

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Riappropriamoci della difesa del Paese

La sfida lanciata dal XXIV Congresso nazionale del Movimento Nonviolento

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Negli stessi giorni nei quali quelli che qualcuno aveva avventatamente scambiato per i nuovi gandhiani italiani si esercitavano in attacchi violenti e sessisti, sui social network, verso i propri avversari politici in Parlamento e l’Italia annegava sotto le piogge dimostrando ancora una volta tragicamente di essere priva di difese, anche idrogeologiche, si svolgeva a Torino il 24° Congresso del Movimento Nonviolento, un esempio di buona politica partecipativa che ha posto le basi per la Campagna di riappropriazione civile della difesa del Paese. Oltre cento tra rappresentanti di centri territoriali e di associazioni amiche, provenienti da tutta Italia ed anche dall’estero (con una delegazione dalla Svizzera italiana e la partecipazione di Sam Biesemans dal BEOC l’Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza), hanno elaborato per tre giorni – dal 31 gennaio al 2 febbraio presso il Centro Studi Sereno Regis – l’impegno per i prossimi anni del Movimento fondato nel 1961 da Aldo Capitini (comunità politica di gran lunga più longeva di qualunque partito oggi presente in Parlamento). Continua a leggere

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Il sogno di Langer in un emendamento alla legge di stabilità?

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E’ stato probabilmente l’ultimo documento elaborato da Alex Langer, pochi giorni prima della sua dipartita, quello preparato nel giugno del 1995 Per la creazione di un corpo civile di pace europeo, pubblicato su Azione nonviolenta nell’ottobre dello stesso anno. Nel pieno della crisi Jugoslava, dopo il drammatico appello per l’intervento internazionale volto a per rompere l’assedio di Sarajevo (“L’Europa nasce o muore a Sarajevo”), Langer immagina una vera e propia forza disarmata, costituita “dall’Unione Europea sotto gli ascupici dell’ONU”, inizialmente composta da almeno un migliaio di persone, tra professionisti e volontari, ma tutti perfettamente formati ed equipaggiati per intervenire nei conflitti internazionali prima dell’esposione della violenza e capaci di rimanervi efficacemente anche durante la fase acuta. Il corpo di pace, scrive tra l’altro Langer “nel fare ciò ha solo la forza del dialogo nonviolento, della convinzione e della fiducia da costruire o restaurare. Agirà portando messaggi da una comunità all’altra. Continua a leggere

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