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La trappola di Genova e la globalizzazione della violenza: una ricostruzione lillipuziana

Che cosa ha significato l’esperienza del G8 di Genova nel luglio del 2001 per i movimenti impegnati per un altro mondo possibile, lo si può comprendere pienamente prendendola un po’ alla lontana, nel tempo e nello spazio, ricostruendone il clima sociale e politico, nazionale e internazionale. Per questo ho recuperato alcuni dei miei scritti di quel tempo, in cui non c’erano i social ma le informazioni passavano attraverso la dimensione cartacea e – al di là di alcuni sito web piuttosto statici – attraverso le infinite mailing-list.

In preparazione del G8 di Genova

Genova per me, per esempio, comincia a Marina di Massa nell’ottobre del 2020, dove si svolgeva la prima Assemblea nazionale della Rete Lilliput, e dove mi recai con Luca Iori e Donata Frigerio del nodo illipuziano di Reggio Emilia. Ne scrissi un ampio resoconto per Azione nonviolenta (novembre 2000), del quale riporto di seguito alcuni stralci

A circa un mese dall’Incontro di Marina di Massa (assemblea nazionale della Rete di Lilliput, ottobre 2000), proviamo ad abbozzare un primo bilancio complessivo.
Tre giornate intensissime di lavoro dove un numero assolutamente inaspettato di partecipanti ha lavorato nei 5 “gruppi”(si fa per dire, visto che contenevano tutti dalle 150 alle 200 persone) previsti, provando a mettere a punto l’identità e la strategia di questo esperimento politico che non ha eguali in Europa. La sfida è molto ambiziosa: si tratta di immaginare e costruire un soggetto politico reticolare dal basso, capace di far collaborare attivamente i gruppi e i movimenti già esistenti sui territori, al fine di condizionare le scelte dei Gulliver della terra per costruire una economia sostenibile e di giustizia. Di resistere cioè alla violenza della globalizzazione e alla globalizzazione della violenza e di costruirne le alternative, attraverso l’intreccio dei nodi che i lillipuziani vogliono allacciare insieme. Alcuni “gruppi” hanno lavorato su tematiche più largamente condivise ed hanno elaborato obiettivi sui quali già adesso la Rete di Lilliput è chiamata a mobilitarsi, altri su tematiche più delicate per la vita interna, che dovranno essere perciò ancora approfondite.
Tra gli obiettivi condivisi alcuni hanno l’ampio respiro di un vero e proprio “programma costruttivo” volto a modificare in profondità i processi del nostro modello di sviluppo, altre sono campagne di boicottaggio delle multinazionali che opprimono la dignità del lavoro e devastano l’ambiente (per esempio verso McDonald e Benetton, oltre quelle già in atto da tempo nei confronti di Nestlè e Del Monte) ed altre infine sono azioni più specifiche tese a contrastare eventi mediatici come il G8 di Genova.

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Per la liberazione dalla violenza. Riscoprire il pensiero generativo di Aldo Capitini

Un’introduzione alla filosofia della nonviolenza dell’ideatore della Marcia della Pace. A cinquant’anni dalla morte. E dal ’68

Quando lo scorso inverno ho deciso di riprendere in mano la mia vecchia tesi di laurea in filosofia sull’opera di Aldo Capitini (scritta mentre, da obiettore di coscienza al servizio militare, svolgevo il servizio civile) per riscriverla alla luce dei miei venticinque anni d’impegno nel Movimento Nonviolento e nella redazione della rivista Azione nonviolenta – entrambi fondati da Capitini – e in occasione del Cinquantenario della morte, avvenuta il 19 ottobre del 1968, non eravamo ancora precipitati, collettivamente, nel governo della paura. E della violenza gratuita montante – anche dal basso – nei confronti dei più deboli, i profughi e i migranti, quelli che hanno bisogno di protezione e accoglienza e invece trovano respingimenti governativi e ronde fasciste. In questo scenario, rileggere Capitini oggi significa acquisire alcuni elementi di liberazione dalla violenza – culturali e politici – che il filosofo di Perugia proponeva ai suoi contemporanei e che risultano non solo attuali, quanto assolutamente necessari per noi. Qui ed ora. Continua a leggere

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La guerra di Piero alla guerra

Ricordare Pietro Pinna per continuarne l’impegno

Pinna megafono

Non so se Fabrizio de Andrè nello scrivere, nel 1963, la celebre ballata “La guerra di Piero” – dove si racconta la fatale esitazione ad uccidere di un soldato, che vide un uomo in fondo alla valle” che aveva lo stesso identico umore/ma la divisa di un altro colore”, che ne determinò la morte – conoscesse la storia di Pietro Pinna – detto Piero – e della sua esitazione ad imparare a uccidere, a diciotto anni. Esitazione che diventò la prima obiezione di coscienza italiana all’obbligo militare, per ragioni di antimilitarismo, e poi l’intransigente lotta nonviolenta alla guerra ed ai suoi strumenti, per il resto della vita. Ad alcuni giorni dalla sua dipartita – avvenuta il 13 aprile, a 89 anni – è il momento di proporre qualche riflessione sulla formidabile esperienza politica di Piero – che ha contribuito sostanzialmente a cambiare il Paese dal basso – filtrata dai miei ricordi personali. Continua a leggere

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Azione nonviolenta, la Festa, la Resistenza, la Difesa civile

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In un’intervista concessaci dieci anni fa da Pietro Pinna – primo obiettore di coscienza “politico” del nostro Paese e, successivamente, collaboratore di Aldo Capitini nel Movimento Nonviolento – per Azione nonviolenta, rivista fondata dallo stesso filosofo perugino, sulla quale ancora oggi Pinna figura come “Direttore responsabile”, ci raccontava le motivazioni che portarono alla nascita della prima rivista di cultura nonviolenta del nostro Paese, nata come diretta emanazione del Movimento Nonviolento. “Avvenne verso la fine del ’63″, narrava Pietro, “al termine di un Seminario di dieci giorni che tenemmo sulle tecniche della nonviolenza, rimanemmo ancora riuniti alcune ore tra una dozzina di amici per discutere del possibile avvio di un’attività organizzata del Movimento. Due elementari esigenze ponemmo alla base dell’eventuale programma: il chiarimento e la diffusione dell’idea nonviolenta – allora misconosciuta per non dire avversata – e un corrispondente impegno ad una sua pur minima esplicazione pratica. Le due cose dovevano procedere congiuntamente: non la sola teoria, che se non tradotta in atto risulta essere mera astrazione; non azione soltanto, poiché se cieca di idee chiare e definite, finisce per risultare inconcludente. Rispetto al primo punto, decidemmo in questo modo. Fino a quella data l’unico mezzo di collegamento del Movimento era costituito da un ciclostilato di 4 pagine spedito mensilmente ad un centinaio di supposti simpatizzanti – il Movimento non disponeva ancora di aderenti iscritti. Venne deciso di passare da quel ciclostilato ad un giornaletto a stampa; dopo aver avuto assicurata dagli stessi presenti alla riunione la disponibilità finanziaria per l’uscita di almeno tre numeri mensili, Capitini ed io ci assumemmo l’incarico di curarne la pubblicazione, che uscì col titolo Azione nonviolenta.“ Continua a leggere

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50 anni di Azione nonviolenta. Invito a Festa

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Sono passati 50 anni da quando Aldo Capitini, Pietro Pinna e pochi altri amici pensarono che all’attività del Movimento Nonviolento – nato qualche anno prima come esito politico principale della prima marcia Perugia-Assisi e già molto attivo – era necessario aggiungere uno strumento di comunicazione, approfondimento e divulgazione.

“Con Azione nonviolenta – scriveva Capitini nel primo editoriale (gennaio 1964) – poniamo un centro di questo lavoro. Esso sarà informativo. Fornendo notizie su tutto ciò che avviene nel mondo con attinenza al metodo nonviolento; sarà teorico, perché esaminera le ragioni e tutti i problemi, anche i più tormentosi, di questo metodo; sarà pratico-informativo, perché illustrerà via via le tecniche di questo metodo, in modo che diventi palese quanto esse sono ricche e complesse e possono ancora accrescersi infinitamente, perché la nonviolenza è infinita e creativa nel suo sviluppo.” Raccontando più tardi le ragioni di questa scelta, molto impegnativa per un’associazione tutto sommato di dimensioni ridotte, così dirà Pietro Pinna (primo obiettore di coscienza “politico” italiano e poi collaboratore e prosecutore dell’opera di Capitini) molti anni dopo: “due elementari esigenze ponemmo alla base del programma del Movimento Noonviolento: il chiarimento e la diffusione dell’idea nonviolenta – allora misconosciuta per non dire avversata – e un corrispondente impegno ad una sua pur minima esplicazione pratica. Le due cose dovevano procedere congiuntamente: non la sola teoria, che se non tradotta in atto risulta essere mera astrazione; non azione soltanto, poiché se cieca di idee chiare e definite, finisce per risultare inconcludente”. Continua a leggere

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