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Primo seme di pace: la disobbedienza culturale all’oppressione israeliana

La violenza della guerra israeliana contro la popolazione palestinese si nutre di una narrazione interna, fatta propria dai media e dalla politica internazionali, che elude e perfino ribalta il rapporto tra oppresso ed oppressore, tra aggressore ed aggredito, facilitata in questo dalla risposta armata di Hamas, funzionale all’oppressore. Una violenza culturale volta a giustificare e legittimare la violenza strutturale dell’occupazione militare israeliana e quella diretta della guerra permanente. Per questo, anche se mettessimo per un attimo tra parentesi la situazione di oppressione storica del popolo palestinese da parte del governo israeliano – e perfino le provocazioni che hanno portato a questa ennesima recrudescenza – è molto difficile accettare le definizioni di “scontro” o di “legittima difesa” quando a fronte di una decina di vittime israeliane causati dai criminali razzi di Hamas ad oggi, si conteggiano, ormai, centinaia di vittime palestinesi degli ancora più criminali bombardamenti israeliani, tra le quali decine di bambini. I libri di storia, solitamente, chiamano queste stragi “massacri di rappresaglia”.

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La felicità passata per le armi

La ricerca della felicitàCover_graphic

Nei momenti come questo, in cui i venti di guerra internazionali rinfocolano il dibattito interno sulle spese militari e amplificano la denuncia del papa del commercio delle armi quale vera causa delle guerre, è un utile esercizio di disvelamento quello volto a comparare gli esiti di ricerche internazionali su oggetti sociali differenti, come la felicità e gli armamenti, perché consente di trovare relazioni significative, e non banali, tra l’insieme delle politiche pubbliche e i loro effetti in/desiderati.

Per esempio, è stato pubblicato in questi giorni a cura delle Nazioni Unite il Rapporto mondiale sulla felicità, ossia una ricerca sulla percezione di benessere dei cittadini nei diversi Paesi, a partire da alcuni indicatori: condizione economica, salute, relazioni sociali significative, libertà, sicurezza, emozioni positive e negative, aspetti di corruzione, generosità. Su 131 Paesi presi in considerazione, i primi dieci nei quali i cittadini avvertono maggiore senso di sicurezza e benessere complessivo – e quindi, secondo la ricerca, di felicità – sono Danimarca, Norvegia, Svizzera, Svezia, Canada, Finlandia, Austria, Islanda, Australia. Continua a leggere

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