Dalla reazione alle guerre alla costruzione della pace

Qualche domanda e alcune risposte sul movimento pacifista, oggi in Italia. Tra Siria, Yemen e interventi militari

(foto di Antonella Iovino)

 

Gli sviluppi della nonviolenza si accrescono continuamente.

La nonviolenza promuove azioni per la pace sia sotto forma di manifestazioni,

sia come rifiuto di cooperare alla preparazione della guerra,

e costituisce perciò la punta più avanzata del pacifismo.

Aldo Capitini

(Le tecniche della nonviolenza, 1967)

1. L’attacco missilistico USA-anglo-francese alla Siria dello scorso 14 aprile, tutto sommato privo di effetti pratici all’interno di un conflitto armato che dura ormai da sei anni – se non per il colpo autopromozionale battuto da Trump, probabilmente in funzione interna, e per il rafforzamento del regime di Assad, che non ha subito perdite ma può vantare la persecuzione occidentale – ha avuto invece due effetti collaterali e complementari in Italia. Da un lato l’agitazione di un certo “pacifismo” che reagisce per riflesso condizionato “contro la guerra” solo quando si muovono militarmente gli USA, come se gli anni di martirio del popolo siriano – colpito dal regime, dal terrorismo islamista, ma anche dalle geopolitiche di potenza contrapposte di Russia ed USA – non fossero guerra degna di nota. Dall’altra la ripetizione ossessiva, da parte di media, giornalisti e politici dell’annosa domanda “dove sono i pacifisti”? Incapaci di vedere il salto di qualità in corso nel movimento per la pace che, ispirandosi alla nonviolenza, da reattivo si fa sempre più proattivo. Continua a leggere

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Armi e legittima difesa? Un’altra idea di sicurezza, realistica ed efficace

Mentre negli USA mezzo milione di studenti protestano contro l’industria delle armi e la “libertà” di armarsi promossa dal complesso politico-militare-industriale e – contemporaneamente – il Senato della Repubblica italiana elegge come proprio presidente una signora che in campagna elettorale ha promesso di presentare come prima proposta di legge quella sulla “legittima difesa”, cioè sulla libertà di armarsi e uccidere, mi pare utile diffondere l’intervento svolto lo sorso 19 febbraio al convegno di Vicenza su “Insicurezza, rancore, farsi giustizia: dentro l’Italia che si arma” – organizzato da OPAL e Rete Italiana Disarmo, in occasione della fiera delle armi Hit Show – al quale sono stato invitato insieme a Riccardo Iacona e Giorgio Beretta.  Già pubblicato su Azione nonviolenta, nel numero cartaceo di gennaio-febbraio 2018 

In un episodio della serie tv Black Mirror si racconta di un esercito ai cui militari viene impiantato nel cervello un dispositivo elettronico, detto “maschera”, che trasforma, nella loro percezione, coloro che vengono indicati dai comandanti come i nemici – non un esercito avversario ma civili che hanno una particolare composizione del dna – in mostri: i soldati, dal momento che impiantano la “maschera”, non ricordano nulla della vita precedente e danno la caccia spietata a queste persone, chiamate “parassiti”, che a loro appaiono mostri tante nelle fattezze fisiche quanto nei suoni che emettono… Per una serie di ragioni, il dispositivo mentale di un soldato si inceppa e il militare – riconoscendo nelle sue vittime gli esseri umani e comprendendone la lingua – si rende conto di ciò che sta facendo e si rifiuta di proseguire. A quel punto lo psicologo dell’esercito gli spiega che durante la prima guerra mondiale solo il 15% dei soldati sparava davvero ai nemici perché inibito dalle caratteristiche umane dell’avversario e su questo “difetto di umanità” l’esercito ha lavorato, per disinibire la violenza dell’uomo sull’uomo: con le normali tecniche di addestramento si era riusciti ad arrivare al 75%, ma non era ancora sufficiente: adesso il dispositivo (la “maschera”) – continua lo psicologo – che de-umanizza e mostrifica l’altro, garantisce il 100% del risultato. Ossia la disponibilità totale ad uccidere, senza se e senza ma. Continua a leggere

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Dopo le elezioni, ripartiamo dallo sconfiggere i nostri mostri

Come sarebbero andate le elezioni politiche del 4 marzo potevamo prevederlo ampiamente se solo avessimo letto con serietà e attenzione il Rapporto sulla situazione sociale del Paese, reso noto dal Censis, il 4 gennaio scorso. Quel rapporto che dimostra come, nonostante una certa ripresa economica, la vera crescita sia quella del rancore – non come odio sociale delle classi oppresse nei confronti delle classi dominanti – ma come paura e rancore dei penultimi nei confronti degli ultimi della scala sociale. L’87,3% degli appartenenti al ceto popolare non vede nessuna possibilità di futuro e si sente insediato  dall’immigrazione, con percentuali sempre più alte man mano che si scende nel livello sociale e culturale. Che è tutto dire nel Paese penultimo in Europa per numero di laureati (25,6%), nel quale predomina il sentimento di paura e di ostilità nei confronti delle differenze (il 66,2% dei genitori italiani si dice contrario all’eventualità che la propria figlia sposi una persona di religione islamica, il 42,4% una dello stesso sesso, il 41,4% un immigrato). Inoltre, non solo l’84% dei cittadini non ha fiducia nei partiti, ma tra il 70 e l’80% degli italiani non ha fiducia neanche nelle istituzioni democratiche: governo, parlamento, enti locali. E il 64% di essi ritiene che “la voce del cittadino non conti nulla”. Insomma un panorama di desolazione culturale, di frammentazione sociale e di sfiducia democratica che avrebbe potuto avere due esiti elettorali: un’astensione di massa o una vittoria dei partiti che spacciano i propri prodotti politici sul mercato dalla paura e dal rancore. E così è stato. Continua a leggere

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Krippendorff e la critica dell’istituzione militare

Apprendo della morte di Ekkehart Krippendorff, il grande politologo tedesco, pacifista, che ho conosciuto nei seminari del Movimento Nonviolento su “Politica e Nonviolenza”. Nel 2003, appena uscita in italiano,  avevo letto la sua raccolta di saggi L’arte di non essere governati. Politica etica da Socrate a Mozart e successivamente l’edizione italiana (meritoriamente pubblicata da Gandhi Edizioni nel 2008) del suo fondamentale testo degli anni Ottanta del ‘900 – ormai un classico della critica politica – Lo Stato e la guerra. L’insensatezza delle politiche di potenza. Per ricordarlo, o farlo conoscere, ripubblico qui, ancora una volta, un mio articolo del 2011 che riassume, riprendendone alcuni passaggi, il suo saggio serio ed efficace Critica dell’istituzione militare. Le cui tesi sono valide oggi più che mai.

Perché, pur in un momento di crisi e di ossessiva invocazione del rigore nel bilancio dello Stato, non si tagliano le spese militari? Perché, nonostante i drammatici tagli alla spesa pubblica imposti dal governo, solo flebili voci – per lo più extraparlamentari e marginali – chiedono una stretta a queste folli spese di morte che pre/vedono dei costi abnormi? Perché, per la stragrande maggioranza di forze politiche, sindacali, mediatiche non è assurda la crescita di questo unico capitolo di spesa pubblica, ma è assurda la richiesta che venga tagliato? Talmente assurda che non si pongono neanche il problema? Continua a leggere

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Mario Baricchi e Fermo Angioletti, per esempio

A cento anni della fine della “grande guerra”, ancora a Reggio Emilia per costruire le alternative alla guerra nel ricordo dell’eccidio antimilitarista

Tra i tanti anniversari di questo 2018 probabilmente il più importante è la fine della “grande guerra”. Il 4 novembre del 1918, con la proclamazione della “vittoria”, finisce l’immane tragedia della prima guerra mondiale, che lascia sul terreno d’Europa quasi 17 milioni di morti. Dei quali un milione e trecentomila italiani e la metà di questi civili. Ma per qualcuno, in Italia, la guerra era finita tragicamente ancora prima di iniziare. Per esempio per i giovani antimilitaristi reggiani Mario Baricchi e Fermo Angioletti, uccisi dal “regio esercito” il 25 febbraio del 1915 mentre contestavano all’esterno del Teatro Ariosto il comizio interventista di Cesare Battisti. Mario e Fermo furono i primi di una lunga schiera di renitenti, obiettori e disertori italiani chiamati a uccidere e morire nella più folle di tutte le guerre e invece passati per le armi dai soldati compatrioti agli ordini del “macellaio” generale Luigi Cadorna. Continua a leggere

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Il Giorno della memoria e i giorni del presente

 

Sono stato ad Auschwitz nell’agosto del 1990. Non c’erano ancora i Viaggi della memoria ne’ il Giorno della memoria (che sarà istituito dalle Nazioni Unite solo nel 2005), il muro di Berlino era stato abbattuto nel novembre dell’anno precedente, Tadeusz Mozowiecki era stato nominato da pochi mesi primo capo del governo polacco non comunista ed io ero uno studente di filosofia dell’Università di Messina. Con un gruppo di amici e compagni, con i quali avevamo partecipato durante qull’anno accademico al movimento studentesco della Pantera – approfittando di una convenzione tra l’università siciliana e le università polacche, che ci consentiva di dormire nelle sovietiche case dello studente – decidemmo di fare un viaggio estivo nella Polonia che muoveva i primissimi passi nella democrazia post-sovietica e nell’economia capitalista. La attraversammo per un mese da sud a nord, da Cracovia a Danzica, in treno con un biglietto interail. E, naturalmente, facemmo tappa anche al campo di sterminio che rese noto al mondo il paese di Oswiecim, Auschwitz in tedesco. Continua a leggere

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Guerra globale oppure difesa e sicurezza? La campagna “Un’altra difesa è possibile” in campagna elettorale

Meglio leggere, ancora una volta, le parole del generale dell’esercito italiano Fabio Mini, nel suo ultimo interessante lavoro Che guerra sarà (il Mulino, 2017), per comprendere appieno la gravità della situazione presente: “Più che nel passato, oggi è necessario tenere i governati in uno stato permanente di agitazione e paura. L’uso della forza non è più l’extrema ratio; non è neppure lo strumento ancillare della politica e della sicurezza: la guerra e la minaccia della guerra consentono di creare l’insicurezza e mantenerla a quel livello di parossismo necessario all’esercizio del potere”. E un centinaio di pagine più avanti chiosa così sull’immediato futuro: “Ogni tipo di guerra sarà sperimentato e combattuto e la loro sommatoria permetterà di realizzare l’immenso campo di battaglia del futuro dal quale le élite mondiali di politica e affari trarranno i profitti materiali e di potere. Soltanto con questo tipo di guerra globale il parossismo può essere tenuto ai massimi livelli e lo sviluppo tecnologico bellico ha senso e avvenire perché orientato sempre verso qualcosa che può e deve accadere.” Continua a leggere

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Il cerchio che si chiude. Annotazioni per scavallare l’anno

(Mauro Biani L’Espresso)

Come in un taccuino, continuo ad annotare sulla mia pagina Facebook, quasi quotidianamente, uno o due pensieri suscitati da alcune “notizie del giorno”. Rileggendo a posteriori quelli delle ultime settimane, mi pare se ne possa ricavare il senso complessivo dell’anno che si chiude. E anche qualche indicazione – forse non solo personale – per quello che si apre.
Eccone una selezione, dal 20 novembre al 27 dicembre

20 novembre

Ai bambini rinchiusi nei lager libici,
a quelli yemeniti sotto le bombe arabo-italiane,
a quelli siriani assediati senza cibo,
a quelli costretti a imbracciare un fucile, anziché le matite colorate,
a quelli nei campi profughi di tutto il mondo,
a quelli i cui governi preferiscono le spese militari, anziché quelle per la scuola e la sanità…
spiegatelo a loro che oggi è la Giornata internazionale dei Diritti dell’infanzia Continua a leggere

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Tra realismo e utopia. Annotazioni sul discorso di Pietro Grasso

Ho prima visto e ascoltato in streaming e poi cercato e letto, con interesse, il testo del discorso del presidente del Senato Pietro Grasso, all’Assemblea romana fondativa del progetto elettorale di sinistra denominato “Liberi e uguali”.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ il secondo comma dell’Art.3 della Costituzione italiana, citato integralmente – tra gli applausi – dal presidente Grasso, nell’accogliere la leadership di “Liberi e uguali”. Molto bene.

Quel che il Presidente ha mancato di esplicitare, tuttavia, è la consapevolezza che solo la piena ed effettiva attuazione della prima parte di un altro “principio fondamentale” della Costituzione, l’Art. 11 – “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – può consentire la piena realizzazione dell’Art. 3. Ossia, solo il disarmo e il reinvestimento sociale dei 25 miliardi di spesa pubblica militare italiana annua, pari all’1,42% del PIL – o, quanto meno, di una parte consistente di essa – possono liberare le risorse necessarie affinché la Repubblica possa davvero svolgere i suoi compiti costituzionali, economici e sociali, per la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

Il ripudio della guerra non è ormai più solo un lacerato principio costituzionale pacifista, ma – nella sua attuazione integrale – è l’unico vero fondamento possibile per la necessaria riconversione sociale e civile dell’economia del Paese. “Svuotare gli arsenali per colmare i granai”, avrebbe detto con una metafora efficace un indimenticato Presidente della Repubblica. Disarmo e reinvestimento sociale delle abnormi spese militari: da questo snodo realista non si può più sfuggire. Oggi meno che mai. Altrimenti una società di liberi e uguali rimarrà solo una bella ma irraggiungibile utopia

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Non c’è “sinistra” senza disarmo e politiche attive di pace. Oggi più che mai

In questi mesi di avvicinamento alle prossime elezioni nazionali, ho partecipato a diversi incontri ed iniziative – in particolare a Reggio Emilia dove vivo, ma non solo – promosse dalle forze della sinistra (civica e politica) per la faticosa costruzione comune del programma elettorale. Poiché le prossime settimane sono cruciali per definire l’orizzonte programmatico e le alleanze con il quale la “sinistra” si presenterà alle elezioni, ecco alcune annotazioni, che mi paiono fondamentali sul tema della pace e del disarmo. Ossia che stanno a fondamento del cambiamento necessario

1. Non basta più ribadire il principio costituzionale del “ripudio della guerra”: senza una sua precisa declinazione politica rischia di essere un mantra consolante. Necessario, rispetto alle missioni di guerra in cui l’Italia è ancora ingaggiata, ma non sufficiente rispetto alla corsa al riarmo degli ultimi quindici anni.

2. E’ tempo, dunque, di aggiornare le analisi politiche sul tema pace-guerra. Cambiare le coordinate, a partire dalla conoscenza dei dati reali. In particolare in merito alle spese militari di questo Paese. Non è un caso se il Movimento Nonviolento è il principale promotore dell’ Osservatorio sulle spese militari italiane, il MILEX. Continua a leggere

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