Quando arrivano “i nostri”… Note per un giovane che volesse capire le ragioni della crisi ucraina (e non volesse fare la fine dei nativi americani)

La verità deve prevalere

senza violenza

Lev Tolstoj, Guerra e pace

Ad un giovane che volesse capire quali sono le ragioni dei venti di guerra che – pericolosamente e arcaicamente – soffiano di nuovo nell’Europa dell’est, suggerisco di prenderla apparentemente alla lontana leggendo, tra le altre cose, qualche pagina del racconto del lungo viaggio di Alexis de Tocqueville negli Stati Uniti nel 1826 (La democrazia in America), nelle quali descrive così il modo in cui il governo degli Stati Uniti ingannava regolarmente i nativi americani: “Quando la popolazione europea comincia ad avvicinarsi al deserto occupato da una nazione selvaggia, il governo degli Stati Uniti invia regolarmente a quest’ultima un’ambasciata solenne; i bianchi radunano gli indiani in una grande pianura e, dopo aver mangiato e bevuto con loro, dicono: <<In che cosa la contrada in cui abitate vale più di un’altra? Al di là di queste montagne che vedete all’orizzonte, al di là di questo lago che delimita ad ovest il vostro territorio, vi sono vaste contrade, in cui si trovano ancora bestie selvagge in abbondanza; vendete le vostre terre e andate a vivere felici in quei luoghi!>> Dopo aver tenuto questo discorso, mostrano agli indiani armi da fuoco, indumenti di lana, barili di acquavite… Se, alla vista di tutte queste ricchezze, esitano ancora, si fa loro capire che non possono rifiutare il consenso che viene loro richiesto (…). Per metà convinti, per metà costretti, gli indiani si allontanano; vanno ad abitare nuovi luoghi disabitati dove i bianchi non li lasceranno in pace nemmeno per dieci anni. E’ così che gli americani acquistano a vile prezzo province intere che i più ricchi sovrani d’Europa non potrebbero pagare”. Oggi sappiamo com’è andata tragicamente a finire per i nativi americani: il più grave genocidio della storia dell’umanità, nonostante l’epopea del “selvaggio west” abbia per decenni narrato e fatto entrare nell’immaginario di tutti una storia completamente diversa.

Dopodiché, facendo un salto storico, inviterei quel giovane ad informarsi su che cosa accadde il 2 e 3 dicembre del 1989 sull’isola di Malta, dove subito dopo l’abbattimento del muro di Berlino si incontrarono Michail Gorbačëv, segretario generale del partito comunista sovietico, e George Bush, presidente in carica degli USA, e mutatis mutandis si realizzò un analogo inganno che è all’origine della pericolosa crisi bellica in corso dentro e intorno all’Ucraina e alla Russia. Gorbačëv, a quel tempo, aveva già proceduto unilateralmente allo smantellamento delle strutture militari della guerra fredda “avviando una sensibile riduzione delle truppe sovietiche in Europa centrorientale, il ritiro delle sue truppe dall’Afghanistan e dai territori dell’Asia centrale confinanti con la Cina. Egli creava così le condizioni perché anche Reagan mutasse la sua agenda politica e militare. Ma il suo obiettivo non si realizzò” (Giuseppe Vacca, La sfida di Gorbaciov. Guerra e pace nell’era globale). All’incontro di Malta, il presidente USA successore di Reagan, sembrò concordare con Gorbačëv “sul fatto che l’Unione Sovietica dovesse rinunciare a ogni intervento per sostenere gli agonizzanti sistemi comunisti dell’Est, mentre gli Stati Uniti s’impegnavano a non ricavare alcun vantaggio strategico dagli sviluppi politici conseguenti alla decisione del Cremlino”, ossia a non estendere la Nato nell’Europa ad Est (come ricorda, tra gli altri, Eugenio Di Rienzo, recensendo il libro di Vacca su Nuova rivista storica, con il titolo significativo Le lacrime amare di Michail Gorbaciov). Di questo accordo non c’è una formalizzazione scritta ma “fu poi confermato dalle dichiarazioni del Primo ministro inglese,Margaret Thatcher, del Cancelliere tedesco, Gerhard Schröder, del Presidente francese,François Mitterrand, e dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock”. Oltre che successivamente dallo stesso Gorbačëv – il quale ormai escluso dalla vita politica russa – si rammaricava del fatto di essere stato “sprovveduto” nel non aver preteso di mettere nero su bianco le assicurazioni di Bush e prima di lui del segretario di stato USA James Baker che, dopo l’abbattimento del muro di Berlino, lo rassicurava sul fatto che se anche la Germania si fosse riunita “la giurisdizione della Nato non si sarebbe allargata di un pollice verso Oriente”. Anzi, come ricostruisce Giuseppe Vacca, “il muro di Berlino venne abbattuto con il consenso di Mosca. Dopo l’incontro fra Helmut Kohl e Gorbaciov, il quale accoglieva la richiesta che la Germania unita facesse parte della Nato, purché sul suo territorio non venissero installate testate nucleari, il processo di riunificazione della Germania era avviato”.

Fatta questa breve ricognizione storica, oggi quel giovane può costatare che non solo la Nato non si è sciolta – al contrario di quanto è avvenuto per l’antagonista Patto di Varsavia – ma non ha rispettato neanche le rassicurazioni fornite a suo tempo a Gorbačëv: anzi anno dopo anno ha proceduto ad espandersi nell’Europa dell’Est con l’inglobamento progressivo di Albania, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Macedonia del nord, Montenegro, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Slovacchia, Ungheria, ossia costruendo una nuova “cortina di ferro” intorno alla Russia. Come se non bastasse, almeno 150 testate nucleari statunitensi sono presenti sul territorio europeo e di queste un numero imprecisato si trovano nella base di Buchel in Germania (le altre nelle basi di Kleine Brogel in Belgio, Aviano e Ghedi-Torre in Italia, Voikel in Olanda e Incirlik in Turchia), tutte puntate verso la Russia. All’origine della crisi in Ucraina, dunque – che non nasce oggi, ma con il colpo di stato del 2014, a cui seguirono il referendum pro russo in Crimea, con la relativa annessione da parte di Mosca, e poi il conflitto in corso nella regione russofona indipendentista del Donbass – ci sono esattamente i contraccolpi di questa espansione ad Est della Nato, che ha come prossimo obiettivo proprio l’ingresso dell’Ucraina, con la prospettiva dei missili nucleari statunitensi alle porte di Mosca.

Personalmente – rassicuro il giovane che avrà avuto la pazienza di seguire fin qui l’evoluzione delle cose – non ho nessuna simpatia per Vladimir Putin e il suo regime autocratico, ma credo che l’Europa – piuttosto che che fare da scendiletto per le mire espansionistiche di Washington – dovrebbe promuovere quella che Rete Italiana Pace e Disarmo ha chiamato neutralità attiva, che per me significa avere un proprio ruolo politico strategico, ossia sottrarsi all’abbraccio mortale della Nato, far lavorare la diplomazia con equidistanza, pretendere il disarmo sul suo territorio a cominciare da quello nucleare, inviare un corpo civile di pace sul campo per fare interposizione, sostenere i movimenti pacifisti in Ucraina e in Russia, promuovere l’ingresso sia dell’Ucraina che della Russia nell’Unione Europea. Invece il nostro Paese – solerte come sempre nell’ubbidienza atlantica – è già presente ai confini della Russia con armi e armati per 78 milioni di euro, come documenta l’Osservatorio sulle spese militari italiane. Neanche il tempo di dismettere lo sciagurato impegno militare in Afghanistan e non resistiamo al richiamo della foresta. Con il rischio – per tutti, istantaneamente – di fare la fine dei nativi americani, magari mentre guardiamo, con i popcorn in mano qualche film western, nel quale aspettiamo che arrivino “i nostri” a salvarci dai…cattivi.

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