Quando arrivano “i nostri”… Note per un giovane che volesse capire le ragioni della crisi ucraina (e non volesse fare la fine dei nativi americani)

La verità deve prevalere

senza violenza

Lev Tolstoj, Guerra e pace

Ad un giovane che volesse capire quali sono le ragioni dei venti di guerra che – pericolosamente e arcaicamente – soffiano di nuovo nell’Europa dell’est, suggerisco di prenderla apparentemente alla lontana leggendo, tra le altre cose, qualche pagina del racconto del lungo viaggio di Alexis de Tocqueville negli Stati Uniti nel 1826 (La democrazia in America), nelle quali descrive così il modo in cui il governo degli Stati Uniti ingannava regolarmente i nativi americani: “Quando la popolazione europea comincia ad avvicinarsi al deserto occupato da una nazione selvaggia, il governo degli Stati Uniti invia regolarmente a quest’ultima un’ambasciata solenne; i bianchi radunano gli indiani in una grande pianura e, dopo aver mangiato e bevuto con loro, dicono: <<In che cosa la contrada in cui abitate vale più di un’altra? Al di là di queste montagne che vedete all’orizzonte, al di là di questo lago che delimita ad ovest il vostro territorio, vi sono vaste contrade, in cui si trovano ancora bestie selvagge in abbondanza; vendete le vostre terre e andate a vivere felici in quei luoghi!>> Dopo aver tenuto questo discorso, mostrano agli indiani armi da fuoco, indumenti di lana, barili di acquavite… Se, alla vista di tutte queste ricchezze, esitano ancora, si fa loro capire che non possono rifiutare il consenso che viene loro richiesto (…). Per metà convinti, per metà costretti, gli indiani si allontanano; vanno ad abitare nuovi luoghi disabitati dove i bianchi non li lasceranno in pace nemmeno per dieci anni. E’ così che gli americani acquistano a vile prezzo province intere che i più ricchi sovrani d’Europa non potrebbero pagare”. Oggi sappiamo com’è andata tragicamente a finire per i nativi americani: il più grave genocidio della storia dell’umanità, nonostante l’epopea del “selvaggio west” abbia per decenni narrato e fatto entrare nell’immaginario di tutti una storia completamente diversa.

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Apprendisti stregoni a 100 secondi dall’apocalisse

L’Orologio dell’apocalisse, il Trattato per la proibizione delle armi nucleari e Günther Anders

Albrecht Dürer, I quattro cavalieri dell’Apocalisse

“Un Famulus ha carpito al suo Maestro la formula magica che può trasformare un manico di scopa inanimato in un servo che lavora da solo. Senza preoccuparsi delle conseguenze di ciò che fa (…) il Famulus pronuncia la parola magica ed ordina all’utensile, che adesso è a sua disposizione come un robot, di riempire d’acqua una vasca da bagno. E, guarda guarda, l’utensile trasformato si mette da solo al lavoro, anzi obbedisce troppo bene, alla fine obbedisce terribilmente bene.(…) Automaticamente, ciecamente, e senza minimamente curarsi di ciò che fa, la scopa si precipita verso la fontana per riempire i suoi secchi, poi indietro per versarli, avanti e indietro, senza fine. Se i getti d’acqua si gonfiano fino a diventare una cascata, minacciando di sommergere la casa e la strada ciò che per lui fa lo stesso non si accorge neppure. A differenza del suo sedicente padrone l’Apprendista stregone, che ora comincia ad avere un’idea di ciò che ha messo in moto: cioè di aver evocato uno spirito senza sapere come, anzi se, potrà tornare a liberarsene. Ma questo tardivo riconoscimento, e il panico nel quale egli cade, sono ormai inutili, anzi peggio: infatti quando si butta sul suo servo così terribilmente attivo per fermarlo, ahimè! è troppo tardi; e quando tenta di renderlo innocuo tagliandolo in due metà, ottiene solo l’opposto di ciò che si era proposto: invece di porre fine alla calamità la raddoppia. Infatti subito ogni metà dl servo si trasforma in un servo intero, e invece di uno, adesso sono due che si attivano a provocare l’inondazione. Prossimo ad annegare, e ormai completamente disperato, l’Apprendista chiama gridando il maestro. E che questi gli venga in aiuto all’ultimo momento e, pronunciando la formula della ritrasformazione <<sei’s gewesen>>, riesca a fermare sempre all’ultimo momento la catastrofe questo è un happy ending sul quale l’Apprendista non aveva più osato contare; e sul quale noi oggi non dobbiamo contare”

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Pandemia e paradigma bellico due anni dopo. Tra ricerca del capro espiatorio e principio responsabilità

“La folla, per definizione, cerca l’azione, ma non può agire sulle cause naturali. Cerca dunque una causa accessibile che sazi la sua brama di violenza. I membri della folla sono sempre dei persecutori in potenza, perché sognano di purgare la comunità dagli elementi impuri che la corrompono, dai traditori che la insidiano” [René Girard, Il capro espiatorio]. Alle dieci ragioni che elencavo nell’aprile del 2020 (riprese e sviluppate nel libro Disarmare il virus della violenza. Annotazioni per una fuoriuscita nonviolnta dell’epoca delle pandemie, edizioni GoWare) per le quali ritenevo sbagliata l’adozione politica e mediatica del paradigma bellico per interpretare e narrare la pandemia di covid-19 come “guerra al virus”, allora iniziata da poco, oggi ancora in corso con la “quarta ondata” – che nel frattempo ha anche generato la gestione militare della campagna vaccinale – è necessario oggi aggiungere esplicitamente a quegli “effetti collaterali” uno ulteriore, che era contenuto in quell’articolo solo in forma implicita: ossia la ricerca ossessiva del capro espiatorio, per dare in pasto alla folla “il colpevole” della sofferenza diffusa, dalla quale dopo due anni non riusciamo ancora a guarire.

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