A proposito di vaccini, giovani e solidarietà internazionale: un doppio problema etico

Il Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus fin dallo scorso gennaio aveva fatto un appello contro la “catastrofe morale” del “sovranismo vaccinale” dei Paesi ricchi, che fa sì che i giovani nella parte più ricca della terra siano vaccinati prima degli operatori e degli anziani a rischio di quella meno abbiente, e poi lo ha ribadito più volte nei mesi successivi, per esempio nella conferenza stampa a Ginevra dello scorso 14 maggio: “Capisco perché alcuni paesi vogliono vaccinare i loro bambini e adolescenti, ma in questo momento li esorto a riconsiderare e a donare invece i vaccini a Covax”(leggi qui), ossia al programma gestito dall’OMS e da altre organizzazioni che mira a garantire che i paesi in via di sviluppo abbiano accesso ai vaccini. Invece i governi occidentali, sordi a questo appello, hanno dato il via alle vaccinazioni ai giovani e poi agli adolescenti e infine ai bambini, con modalità attrattive per lo meno dubbie, come la birra gratis offerta ai giovani che si vaccinano in Sicilia nell’open day o la marijuana gratis offerta a Washington.

Tuttavia, ovunque in Europa si sono alzate anche autorevoli voci scientifiche contrarie a questa operazione vaccinale giovanile di massa e solidali con l’OMS. Nel Regno Unito, per esempio, in una lettera aperta indirizzata all’Agenzia nazionale sui medicinali (MHRA) un gruppo di oltre 40 medici e scienziati ha espresso la sua preoccupazione davanti alla possibilità di vaccinare i più piccoli. Essi sostengono che, mentre i benefici di un vaccino per gli anziani e le persone vulnerabili sono chiari, il rapporto rischi/benefici per i più giovani è abbastanza diverso, poiché i bambini sani non corrono quasi nessun rischio di contrarre Covid-19 (leggi qui). In Germania il Koch Institute di Berlino (Rki) – l’istituto responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive – raccomanda la vaccinazione contro il Covid-19 solo per i bambini con condizioni patologiche preesistenti, mentre l’uso del vaccino “nei bambini e negli adolescenti di età compresa tra 12 e 17 anni senza malattie pregresse non è attualmente consigliato in via generale” (leggi qui).

In Italia, un documento di un gruppo di scienziati, epidemiologi, medici, pediatri, psicologi, biologi, giuristi – tra i quali l’epidemiologa Sara Gandini, lo statistico Maurizio Rainisio, lo psicanalista Emilio Mordini, il pedagogista Daniele Novara, la giurista Gilda Ripamonti, la biologa Ilaria Baglivo – ribadisce gli stessi concetti, che la professoressa Gandini, Docente dell’European School of Molecular Medicine di Milano (SEMM), sintetizza così (su ilfattoquotidiano.it del 12 giugno 2021): “Il nostro appello sul vaccino anti-Covid ai bambini dello scorso 29 maggio, invitava alla riflessione su tre argomenti:1) medici: la sostanziale non pericolosità dell’infezione da SARS-CoV-2 nella fascia di età tra gli 0 e 19 anni (mortalità dello 0,0003%) a cui si accompagna una prevalenza molto bassa di infezioni nella scuola (mediamente inferiore allo 1% di positivi nella popolazione scolastica) e un’ altrettanto rara trasmissione dell’infezione da minori ad adulti; 2) etici: facciamo nostro l’appello del direttore dell’OMS contro l’egoismo dei paesi ricchi che si permettono di vaccinare gruppi con rischi quasi nulli di sviluppare malattie gravi da Covid-19 e intanto negano il vaccino ai paesi poveri dove milioni di anziani e fragili aspettano di essere vaccinati; 3) di precauzione: come ha rilevato la stessa azienda farmaceutica Pfizer/Biontech, “visto il numero ridotto di bambini partecipanti allo studio [sperimentale], non è stato possibile valutare effetti collaterali rari”

Questo tema pone dunque un doppio problema etico affrontato – tra gli altri – da Alberto Giubilini, ricercatore all’Oxford Uehiro Centre for Practical Ethics e al Wellcome Centre for Ethics and the Humanities e tra gli autori del volume Etica dei vaccini. Tra libertà e responsabilità (Donzelli, 2021), intervistato da Il Bo Live dell’Università di Padova: “Dobbiamo prendere in considerazione che, se noi vacciniamo i bambini ciò che stiamo facendo è proteggere i più giovani non tanto perché sia nel loro interesse, ma perché è nell’interesse della collettività, delle persone più vulnerabili, dei sistemi sanitari. I bambini sono una categoria a bassissimo rischio Covid, quindi stiamo facendo qualcosa che non è nel diretto interesse dei bambini. Dobbiamo imporre un costo, un rischio ai bambini per proteggere interessi altrui? Dipende molto da quanto grande è questo rischio e al momento non lo sappiamo. Per questo, sono un po’ scettico riguardo l’opportunità di vaccinare i bambini contro Covid-19 al momento, perché non sappiamo abbastanza su quali siano i rischi”. Ed è il primo problema, a cui si aggiunge il secondo:”C’è una questione di bene pubblico globale. I bambini in America, in Inghilterra non sono a rischio, gli anziani in India lo sono e ha più senso proteggere gli anziani in questo Stato, da un punto di vista etico. In secondo luogo è anche nel nostro interesse, nell’interesse dei Paesi ricchi, perché se non teniamo il virus sotto controllo in India, in Africa, in Sudamerica, il problema ci tornerà indietro: nel momento in cui si aprono le frontiere e si ritorna viaggiare, se un Paese come l’India con milioni di persone non è adeguatamente protetto dalla malattia, il Covid e le varianti ritorneranno anche da noi. Non ha senso vaccinare i bambini qui, o in America, quando ci sono persone anziane in altri Paesi che non sono state ancora vaccinate” (leggi qui).

Problemi ulteriormente esplicitati dal prof. Andrea Bellelli, Ordinario di biochimica all’Università La Sapienza di Roma (su ilfattoquotidiano.it del 9 giugno 2021) : “Non è eticamente accettabile aumentare artificialmente col vaccino il rischio di una classe di cittadini (bambini e adolescenti) allo scopo di diminuire quello di un’altra classe (adulti e anziani). Inoltre causare un danno a bambini e adolescenti compromette una aspettativa di vita molto più lunga di quella degli adulti e degli anziani. A quale età il beneficio della vaccinazione supera certamente il rischio? Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia soltanto lo 0,25% dei decessi per Covid ha colpito la fascia 0-39 anni e in maggioranza i deceduti erano portatori di gravi patologie croniche (leggi qui). Da questi dati si può molto grossolanamente stimare che il vaccino comincia a convenire in modo certo ad una età compresa tra i 30 e i 40 anni”. Dunque, conclude Bellelli, richiamando l’appello del Direttore generale dell’OMS, “la lotta contro la pandemia è globale ed è ingenuo applicare i criteri di priorità nelle vaccinazioni a livello locale anziché globale”.

Quindi – alla luce di quanto raccomanda accoratamente l’OMS e delle autorevoli prese di posizione che abbiamo qui riportato – se al di sotto di un punto di equilibrio, scientificamente dimostrato, vaccinare bambini, ragazzi e giovani procura potenzialmente loro più rischi che benefici rispetto ai possibili effetti del covid, a me pare evidente che bisogna passare da un paradigma di sicurezza semplice basato solo sul piano nazionale a un paradigma di sicurezza complesso basato sul piano internazionale, cedendo quelle quote di vaccini destinate ai più giovani dei paesi occidentali alle popolazioni adulte e anziane dei paesi più poveri, che ne sono drammaticamente prive. Paesi dai quali, non a caso, continuano ad arrivare sempre nuove varianti. Si tratta di un principio che ha una doppia valenza etica: non mettere a rischio la popolazione più giovane di ciascun paese e attivare un’azione di solidarietà globale tra le fasce d’età più a rischio di tutti i paesi. Mai come in questo caso per aiutare noi stessi bisogna aiutare gli altri, soprattutto quelli più lontani da noi. Come scrive il professor Lorenzo d’Avack, Presidente del Comitato nazionale di bioetica nel volume collettaneo Etica dei vaccini. Tra libertà e responsabilità, “forse non ci si rende conto che un contenimento del virus, un’immunizzazione spaziale, limitata a un solo ristretto numero di paesi, non porta ad un’immunità: se non si combatte la pandemia in tutto il mondo, il virus è destinato a ritornare ancora molte volte tra di noi”. Un principio solidale internazionalista al quale siamo ormai disabituati e che – quando si affida la gestione dell’epidemia alla logica militare della vittoria/sconfitta in un’ottica nazionale (“sovranista” la definisce l’OMS) – diventa perfino difficile da comprendere.

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