Archivi del mese: febbraio 2021

Quale difesa per quali minacce? Note sul Servizio civile escludente, anziché universale

A dispetto dell’aggettivo “universale” che definisce da alcuni anni il Servizio civile, nelle selezioni che in questi giorni vedono impegnati 125.268 candidati solo 55.793 giovani saranno scelti per dare il proprio contributo alla difesa non armata e nonviolenta del Paese, corrispondenti ai posti finanziati con le risorse messe in campo dal governo per quest’anno. Alla maggioranza di loro sarà detto “no, grazie, questo Paese non ha bisogno del tuo impegno civile”. Ma è proprio Così? Ossia di quale difesa abbiamo davvero bisogno? Per difenderci da quali minacce?

Due modelli di difesa

Sul piano legislativo il Sevizio civile universale – come recita la legge istitutiva (d. lgs. 6 marzo 2017, n. 40) con riferimento agli articoli 11 e 52 della Costituzione, e in continuità con la legge istitutiva del Servizio civile nazionale (L. 64/2001) – è “finalizzato, alla difesa non armata e nonviolenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli, nonché alla promozione dei valori fondativi della Repubblica”. Ma questa conquista giuridica che riconosce il SCU come modalità di difesa del Paese – che affonda le radici della storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare – invece, non è affatto acquisita sul piano culturale, politico ed economico. Ossia questo Paese ha nel proprio ordinamento due modelli di difesa – la difesa militare e la difesa civile, cioè “non armata e nonviolenta” – ma solo uno dei due viene trattato davvero come strumento di difesa nazionale, quello militare; l’altro viene trattato come strumento di “politica giovanile” (ancorché unica nazionale degna di questo nome), se non addirittura come mero ammortizzatore sociale. Questo dato emerge chiaramente sul piano economico.

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L’indice di ignoranza come principio di azione politica. Tecnicamente

Tante paure arrivano nella nostra vita già con i loro rimedi,

prima ancora che i mali che essi promettono di curare

abbiano fatto in tempo a spaventarci”

Zygmunt Bauman, Paura liquida

L’Italia è da tempo ai primi posti nelle ricerche internazionali in quanto ad ”indice di ignoranza”, ossia nella distorsione della percezione collettiva dei dati della realtà, nella distanza tra i numeri reali dei fenomeni sociali e quelli che vengono immaginati dalla stragrande maggioranza dei cittadini. E’ un indice comparativo rilevato periodicamente, per esempio, dall’Istituto Ipsos Mori nella cui ultima ricerca sui “pericoli della percezione” (2018) eravamo al primo posto in Europa e dodicesimi al mondo in quanto a distorsione percettiva. Tra i principali dati analizzati dalle ricerche c’è la differenza tra il calo reale degli omicidi in Italia negli ultimi quindici anni del trenta per cento e, viceversa, la percezione pubblica di un loro aumento, con la conseguente diffusione del senso di insicurezza e paura, anche alimentato dalle fake news sui social. Se poi allarghiamo l’orizzonte temporale, il picco di omicidi rilevato dall’ISTAT nel nostro paese è nel 1991 con circa 2000 omicidi (ed altrettanto tentati), dopodiché c’è stato un calo progressivo, anno dopo anno, fino ad arrivare ai 271 morti ammazzati del 2020. Con un trend analogo di caduta per tutti i reati violenti.

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