Archivi del mese: maggio 2020

Quando i nodi vengono al pettine. La riapertura di scuole e università tra valori e disvalori costituzionali

Il 2 giugno ricorda non solo la nascita della Repubblica, ma anche l’elezione dell’Assemblea che scrisse la Costituzione italiana, la Carta fondante del nuovo Stato repubblicano, per la quale i Costituenti scelsero, come diceva Tullio De Mauro, “le parole più trasparenti”, affinché – in un un Paese appena uscito dalla guerra, che contava un numero elevato di analfabeti – il loro significato fosse comprensibile da tutti, senza alcuna ambiguità. Tra i dodici “principi fondamentali”, che definiscono la geografia dei valori e dei disvalori sui quali si fonda la Repubblica, voglio citare l’articolo 9 che “promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e l’artico 11 che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Principi chiari, precisi e incisivi nel loro significato: un valore da promuovere, un disvalore da ripudiare. E tuttavia i momenti di crisi, come quello che stiamo attraversando, fanno esplodere le contraddizioni. Nei momenti di crisi i nodi irrisolti vengono al pettine. Continua a leggere

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E’ tempo di porsi la radicale domanda di senso sul Servizio civile

Periodicamente, almeno una volta all’anno, in questo Paese qualcuno, a destra e/o a manca, rilancia il tema dell’obbligatorietà del sevizio civile. Questa volta l’occasione del dibattito è fornita dall’emergenza covid-19, che ha visto – in prima battuta – da un lato un think tank che si occupa di “innovazione” fare la proposta di rendere nuovamente obbligatorio il servizio civile sul modello svizzero, dove però – al contrario dell’Italia – anche il servizio militare è obbligatorio  e dall’altro l’appello di 53 figure della società civile italiana che chiedono di “ripensare e rilanciare” il Servizio civile universale per rispondere alle emergenze e come opportunità formativa . Tra gli interventi, a mio avviso, più interessanti quello dell’ex sottosegretario Luigi Bobba che propone di passare da 40mila a 400mila volontari in cinque anni con un piano che prevede un investimento, nel medio periodo, di 10 miliardi; quello del presidente della CNESC, Licio Palazzini, che ricorda che per consentire di svolgere il servizio civile ad almeno 100mila volontari all’anno bisognerebbe avere una dotazione annua di 600milioni di euro annui; quello di Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, e Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana Disarmo, che ribadiscono come prima di pensare al Servizio civile obbligatorio sia “fondamentale riuscire a garantire che quello Universale lo sia davvero, cioè che tutti coloro che lo desiderano lo possano svolgere pienamente”, ricordando opportunamente l’impegno, in questo senso, della campagna “Un’altra difesa è possibile”

A queste autorevoli riflessioni vorrei aggiungere che il tema dell’obbligatorietà o meno del servizio civile è del tutto secondario e derivato rispetto al tema dell’identità di questo istituto repubblicano, cioè al senso del servizio civile oggi.  Risposta che è ormai da tempo chiara e acquisita sul piano legislativo, esito delle lotte degli obiettori di coscienza al servizio militare e delle sentenze della Corte costituzionale, per cui il Sevizio civile universale – come recita la legge istitutiva (d. lgs. 6 marzo 2017, n. 40) con riferimento agli articoli 11 e 52 della Costituzione, e in continuità con la legge istitutiva del Servizi civile nazionale (L. 64/2001) – è “finalizzato, alla difesa non armata e nonviolenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli, nonché alla promozione dei valori fondativi della Repubblica”, ma che, invece, non è affatto acquisita sul piano culturale, politico ed economico. Ossia questo Paese ha nel proprio ordinamento giuridico due modelli di difesa – la difesa militare e la difesa civile, cioè “non armata e nonviolenta” – ma solo uno dei due viene trattato davvero come strumento di difesa nazionale, quello militare; l’altro viene trattato come strumento di “politica giovanile” (ancorché unica degna di questo nome), se non addirittura come mero ammortizzatore sociale. La comparazione delle risorse annue previste per i due modelli di difesa, esplicitano questa totale asimmetria: per la difesa militare la spesa pubblica per il 2020 è di 26,3 miliardi di euro (dati milex), per il servizio finalizzato alla “difesa non armata e nonviolenta” nelle più rosee previsioni del ministro Vincenzo Spadafora dovrebbe arrivare a 270 milioni all’anno, cioè – nella migliore delle ipotesi – ad un centesimo della spesa prevista per la difesa militare.

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Il virus e i giovani, quel furto di futuro che viene da lontano

Che questo non fosse un Paese per giovani era già ampiamente noto, ci sono dati strutturali che lo raccontano da tempo: il nostro Paese – mentre è stabilmente tra le prime quattro potenze dell’Unione Europa in quanto a spesa pubblica militare (dati SIPRI) – è terzultimo in quanto ad occupazione giovanile, penultimo in quanto a numero di laureati ed ultimo in quanto ad investimenti per l’istruzione, in riferimento percentuale alla spesa pubblica (dati Eurostat). La crisi sistemica da covid-19 ha fatto esplodere queste contraddizioni, riversando su giovani e studenti uno dei prezzi più alti di questa pandemia. Non in termini di vite umane, ma di furto di futuro. Un furto che, appunto, viene da lontano. Continua a leggere

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A futura memoria/2. Annotazioni nonviolente per preparare una fase nuova

Come avvenuto in marzo, anche in aprile ho annotato sulla mia pagina Facebook, quasi quotidianamente come in un taccuino personale, pensieri suscitati dell’evoluzione dell’epidemia da covid-19. Che ne punteggiano alcune ricadute sociali e culturali, proponendo un punto di vista disarmato e nonviolento. Li raccolgo qui, come personale diario della quarantena sociale e piste di lavoro non per il passaggio alla “fase due”, ma ad una fase del tutto nuova

2 aprile

La fragilità e la follia del sistema nel quale viviamo sono rappresentate dal fatto che gli Stati spendono, complessivamente, più di 1.800 miliardi di dollari all’anno per gli armamenti. Un terzo di queste risorse sono spese dai soli Stati Uniti, soprattutto per la loro enorme flotta armata intercontinentale. Ora, accade che sulla portaerei Roosevelt – la corazzata simbolo della potenza statunitense nei mari – centinaia di marinai siano contagiati dal covid-19 e non possano scendere a terra per non diffondere l’epidemia, in un Paese che non ha un sistema sanitario pubblico ed universale.
Armati fino ai denti, ma totalmente indifesi

3 aprile

Calcola il New York Time che la vendita di pistole negli USA in marzo ha avuto un boom (è il caso di dirlo) con la cifra record di due milioni di armi acquistate in un mese, per affrontare i pericoli dell’epidemia. Oltre alla stupidità della cosa in sé, è il segno della cultura del nemico – interno ed esterno – fortemente inculcata dai governi di quel Paese. Come l’uomo col martello che vede il mondo come un chiodo, l’americano medio è educato ad affrontare ogni crisi, di qualunque natura, con un’arma in mano. E le vittime da armi da fuoco negli Stati Uniti sono quasi 40.000 all’anno: un’epidemia virulenta che non prevede nessun lockdown

p.s.: in Italia, nello stesso periodo, le merci maggiormente vendute pare siano state lievito e farina

4 aprile

“O impareremo a vivere insieme come fratelli
o periremo insieme come stolti”

Il 4 aprile del 1968 veniva ucciso Martin Luther King jr, ma noi non ne abbiamo ancora appreso la lezione più importante Continua a leggere

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