Nonostante tutto, la nonviolenza è in cammino

(foto di Antonella Iovino)

(foto di Antonella Iovino)

A piedi scalzi e in Parlamento

I piedi servono per camminare, per correre, per andare incontro; sui piedi delle persone camminano le civiltà. Ma i piedi possono anche servire a dare calci e fare sgambetti – in un impeto di puro e gratuito odio – a chi fugge dalla guerra con un bambino in braccio… Lo scorso 11 settembre, in Italia, i piedi di donne e uomini hanno percorso le strade delle nostre città. Hanno marciato scalzi, in segno di condivisione, di pace, di accoglienza, ma anche in segno di umiltà. L’umiltà che manca all’Europa che respinge in mare e sui fili spinati quell’umanità disperata che cerca rifugio dalla “terza guerra mondiale diffusa” (come la definisce significativamente papa Francesco), nei cui confronti l’Europa ha enormi responsabilità.

Le guerre locali e i terrorismi di questa nuova guerra mondiale non derivano dal nulla, non sono frutto della cattiva sorte, ma l’esito nefasto di tre decenni di interventi militari occidentali in medioriente e nella sponda sud del Mediterraneo. E’ una nemesi storica: ciò che è stato spacciato per stabilizzatrici “missioni di pace” – ma contraddittoriamente condotte con mezzi di guerra – ritorna sotto forma di fanatismo pseudo religioso, di scontri tra bande criminali, di esodo biblico di profughi…ossia con il massimo di instabilià possibile…E, come se non bastasse, i produttori internazionali di armi negli ultimi anni hanno moltiplicato i profitti dell’industria bellica, traendo sommo guadagno dal moltiplicarsi dei teatri di guerra.

Questa  mappa proposta dal SIPRI (l’autorevole Istituto di ricerche per la pace di Stoccolma) indica i venti Paesi maggiormente esportatori di armi negli ultimi cinque anni. L’Europa è un fitto di spilli rossi che indicano – oltre a USA, Russia e Cina – i maggiori profitti nazionali di chi guadagna spacciando armi che sparano sulle vite delle persone e lacerano i popoli: Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Italia, ottava nell’ordine. Sono esattamente i Paesi sulle cui frontiere premono i migranti, quando non finiscono come mangimi per i pesci del Mediterraneo o impigliati nei fili spinati dei muri dell’Unione Europea.

Per questo – al di là degli slanci di generosità che aprono temporaneamente qualche frontiera, per andare incontro all’emotività dell’opinione pubblica – quello che sta avvenendo ai confini dell’Europa è un vero e proprio crimine contro l’umanità. Il bambino arenato sulla spiaggia della Turchia – la cui immagine ha suscitato un’ondata di indignazione internazionale – non è solo vittima di assurde e criminali politiche dell’immigrazione ma è, tecnicamente, il prodotto di scarto dell’industria bellica mondiale che – in questo primo quindicennio del secolo – ha raggiunto profitti mai visti nella storia dell’umanità. Per questo, respingere chi scappa dalle conseguenze delle nostre guerre e dalle nostre armi è un crimine contro l’umanità. Per questo, se non si affrontano in modo radicalmente differente i conflitti internazionali, rispetto a come si è fatto fino ad ora, approntando strumenti di intervento civili, non armati e nonviolenti – anziché strumenti incivili, armati e violenti – da questo circolo vizioso guerre-terrorismi-profughi non se ne potrà uscire.

L’11 settembre è anche l’anniversario del lancio della prima lotta nonviolenta della storia recente, quando un giovane avvocato indiano, laureato a Londra ed immigrato in Sudafrica, propose dal Teatro imperiale di Johannesburgh, nel 1906, di rispondere alla violenza della segregazione razziale – anche nei confronti dei molti immigrati indiani – con gli strumenti della nonviolenza. E delle marce. E forse non è un caso se lo scorso 10 settembre – il giorno prima delle marce “delle donne e degli uomini scalzi” – la Campagna “Un’altra difesa è possibile” – la cui legge popolare per i corpi civili di pace e la difesa civile, non armata e nonviolenta è stata consegnata lo scorso maggio al Parlamento – ha incontrato la presidente della Camera, Laura Boldrini per chiedere che la discussione in Aula proceda celermente. La nonviolenza è in cammino, nonostante tutto. Adesso tocca alle parlamentari ed ai parlamentari – alcuni dei quali hanno anche marciato a piedi scalzi – fare i loro necessari passi di pace nelle Istituzioni.

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