Dalla retorica della pace alla politica per la pace. Il passaggio necessario

invasione-gaza-labirinto-cervelloLa scorsa settimana sono stato invitato ad un dialogo sulla Campagna per il Disarmo e la difesa civile, all’interno della Festa di Sinistra Ecologia e Libertà di Reggio Emilia, con Giulio Marcon, coordinatore dell’Intergruppo dei Parlamentari per la pace, e Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana Disarmo.

Con Marcon ci eravamo ritrovati anche lo scorso anno alla Festa di SEL a Taneto di Gattatico, quando sembrava fosse imminente un attacco americano alla Siria. Quell’attacco non è più avvenuto, la guerra in Siria continua disperatamente, ma nessuno se ne ricorda più; come nessuno si ricorda del Congo o di altre decine di situazioni nelle quali sono in corso conflitti bellici. Tra questi la crisi tra Ucraina e Russia, nella quale probabilmente va inserito l’abbattimento dell’aereo civile malese.

Anche la recrudescenza del conflitto a Gaza è la nuova tappa di un storia nella quale da tempo la guerra è diventata la continuazione della politica attraverso altri mezzi, tra lo Stato più militarizzato del pianeta che occupa manu militari terre non sue e gruppi armati che follemente ritengono di poterlo sfidare sul piano militare, un gioco al massacro sulla pelle dei giovani palestinesi. Con una comunità internazionale impotente o più interessata a tutelare i propri interessi che la ricerca di una soluzione giusta e nonviolenta del conflitto. Anche i governi che ci rappresentano continuano a vedere nella guerra più un affare che un crimine. L’Italia è la maggiore esportatrice europea di sistemi d’arma verso Israele e la portaerei Cavour ha passato l’inverno al caldo, nei mari dei tropici, come fiera ambulante del made in Italy che tira e uccide.

In tutto ciò quale è il ruolo che gioca la società civile impegnata per la pace? Il più ampio movimento per la pace fino a poco tempo fa, difronte alle diverse esplosioni belliche, si limitava a fare appelli o mobilitazioni estemporanee che servivano più a sentirsi a posto con la coscienza, a dare sfogo alla giusta indignazione che realmente efficaci. Neanche l’enorme mobilitazione di piazza del 2003, contro la seconda guerra nel Golfo, è riuscita a bloccare o rimandare la partenza di un solo bombardiere. Oggi – insieme alla Campagna contro gli F35, che incalza i governi con dati incontrovertibili – il movimento per la pace italiano ha avviato un nuovo percorso collettivo, con lo scopo di mettere al centro della propria azione gli unici strumenti davvero efficaci per una politica di pace – il disarmo e la costruzione delle alternative alla guerra – agendo sul piano culturale, organizzativo e politico.

Sul piano culturale è avvenuto un fatto simbolicamente straordinario, lo scorso 25 aprile l’Arena di Verona è stata riempita in ogni ordine di posti da 14.000 persone che hanno lanciato il messaggio oggi la Liberazione si chiama disarmo, la Resistenza si chiama nonviolenza. Ciò significa voler raccogliere l’eredità dei Costituenti e dare finalmente sostanza al “ripudio” della guerra, attraverso il depotenziamento dei mezzi che la rendono possibile – le armi – e il potenziamento degli strumenti alternativi di intervento nei conflitti, i mezzi nonviolenti. Altrimenti la Liberazione dal fascismo e dalla guerra, voluta dalla Resistenza, non è ancora completa.

Sul piano organizzativo si è costituita una nuova alleanza tra il mondo del disarmo, della nonviolenza, della pace, del servizio civile nazionale: sei Reti che raggruppano al loro interno praticamente tutta le forze migliori della società civile italiana, rinsaldate all’Arena, hanno presentato congiuntamente, lo scorso 3 luglio in Corte di Cassazione, la proposta di legge di iniziativa popolare per la Istituzione e le modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta.

Sul piano politico la legge di iniziativa popolare afferma e ribadisce un principio: nella Costituzione italiana non è prevista solo la difesa armata, ma i Costituenti, la Corte costituzionale e una legge dello Stato (la L. 64/2001 istitutiva del Servizio Civile Nazionale) ne sanciscono almeno altre due: la difesa dei diritti fondamentali che danno la vera “sicurezza”, a partire dal diritto al lavoro (non è possibile che l’Italia abbia 10 milioni di poveri, una delle percentuali più alte d’Europa, ma sia tra le ultime come spesa per il welfare, mentre è tra le prime 10 al mondo per spesa pubblica militare); la difesa della pace, attraverso la capacità di intervento nei conflitti con strumenti differenti dalla guerra, mezzo costituzionalmente ripudiato.

La legge prevede la costituzione di un Dipartimento per la difesa civile – con il SCN, i CCP e l’Istituto di ricerca per la pace – finanziato con un capitolo ad hoc bel bilancio dello Stato, che si chiede sia derivato dai tagli alle spese militari (per esempio agli F35) con l’aggiunta della possibilità per i cittadini di finanziarlo anche attraverso l’opzione fiscale del 6 x 1000 in sede di dichiarazione dei redditi. La Campagna sarà, dunque, una grande prova culturale, organizzativa e politica del movimento per la pace, che vedrà la nascita dei Comitati promotori locali ed una prima grande giornata di raccolta firme il prossimo 2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza. A 100 anni dalla “grande guerra”, che ha segnato il passaggio moderno e definitivo alla guerra tecnologica, è ormai il momento per avviare il necessario passaggio dalla retorica della pace alla politica per la pace.

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