Senza cippi né monumenti

Ad un secolo dalla “grande guerra” i martiri dimenticati di Reggio Emilia

Era il 2011 quando la Scuola di Pace di Reggio Emilia decise di avviare il percorso di ricerca storica sulla vicenda tragica di Fermo Angioletti e Mario Baricchi, le giovanissime vittime reggiane cadute sotto il fuoco dei carabinieri, di fronte al Teatro Ariosto, mentre manifestavano contro il comizio interventista di Cesare Battisti, il 25 febbraio dei 1915. Martiri per la pace, dimenticati.210212

Da allora si è consolidato un gruppo di lavoro stabile, che abbiamo chiamato Seminario storico permanente, composto dall’Istoreco, dall’Anpi, dal Centro di documentazione storica Villa Cougnet e dalla rivista Pollicino gnus, con il quale abbiamo costruito e svolto due Seminari pubblici in occasione degli anniversari dell’eccidio e stiamo preparando il terzo all’interno di un progetto di lavoro che ci porterà (almeno) fino al 2015, a cento anni dal sacrificio di Mario e Fermo. Affinché abbiano, finalmente, quel riconoscimento dovuto da parte di una città che ha operato, fin’ora, un esercizio selettivo della propria memoria pubblica, trascurando di ricordare proprio quelle figure di operai che hanno dato la propria vita per un Paese libero dalle guerre – e dal loro corollario di spese militari, anziché sociali, e di retoriche belliciste – che invece, queste si, hanno attraversato il ‘900 giungendo tristemente fino ai nostri giorni.

Nel primo Seminario (Ma la guerra No! L’epica dimenticata di Mario e Fermo, 25 febbraio 2012), con gli storici Antonio Canovi, Marco Adorni e Marco Marzi, abbiamo per un verso provato a riflettere sulle ragioni di una rimozione storiografica e civile, anzi sul “silenzio calato su queste due giovani vittime pacifiste, mentre Cesare Battisti è ricordato nei libri e nella toponomastica”, come puntualizzava Marco Adorni; una vicenda che fa problema, perché “la loro morte violenta avviene in piazza, durante un comizio di Cesare Battisti, socialista, a favore della guerra; è quindi una morte che veicola un messaggio di sconcerto: l’Italia divisa, il socialismo lacerato, la piazza operaia di Reggio insanguinata”, spiegava Antonio Canovi. Per altro verso abbiamo messo a fuoco le vicende che accaddero la sera del 25 febbraio del 1915  in quella che oggi, beffardamente, è denominata “piazza della Vittoria”, ricostruendo il clima politico e sociale di quel periodo nel quale si rispondeva ad una crisi finanziaria internazionale – che aveva portato, allora come oggi, il Paese nella depressione economica – attraverso l’intervento dell’Italia nella “grande guerra”. Nonostante l’opposizione diffusa degli italiani, investiti, proprio per questo, da una “propaganda martellante sugli organi di informazione e in una accesa competizione per il il controllo delle piazze”, come ricordava Marco Marzi. Anche nella Reggio Emilia governata dal partito socialista prampoliniano, stretto tra il “non aderire” e il “non sabotare”.

Poiché, come diceva Canovi nella relazione al secondo Seminario (Ma la guerra No! Non un uomo né un soldo: l’opposizione popolare alle prime guerre dell’Italia unita, 23 febbraio 2013), “partire da Mario e Fermo significa, per riprendere la lezione di Marc Bloch, comprendere un tempo e un luogo, la Reggio Emilia in pieno sommovimento industriale e politico del primo decennio del ‘900, quindi interpretarne la trama culturale”, lo scorso anno abbiamo allargato il focus, per incorniciare in un contesto largo gli avvenimenti oggetto della nostra ricerca, aggiungendo i contributi storiografici di Francesca Campani, Andrea Montanari, Gianandrea Ferrari e Gemma Bigi. Sia arretrando longitudinalmente sulla linea della storia, sia estendendo l’attenzione ad altre culture politiche e sociali presenti nel territorio reggiano, fino a ricostruire le ripercussioni della guerre imperialiste – Eritrea, Abissinia, Libia – nel campo socialista (I socialisti reggiani e la guerra, di Marco Marzi), in quello cattolico (In hoc signo vinces? di Andrea Montanari), in quello anarchico (L’antimilitarismo anarchico a Reggio Emilia, di Gianandrea Ferrari e Gemma Bigi) e nel movimento delle donne tra otto e novecento (Si, una donna non può volere la guerra di Francesca Campani), risalendo ancora indietro fino alle vicende delle bande repubblicane attive nella montagna reggiana (Bande armate, ma non troppo di Antonio Canovi). Abbiamo sondato il terreno – seppur nel quadrante locale – nel quale sarebbe caduta l’adesione italiana a quella “grande guerra”, che avrebbe aperto e connotato definitivamente il secolo breve.

Il nostro terzo appuntamento, Ma la guerra No! Gli antimilitarismi reggiani alla vigilia della “grande guerra” di sabato 22 marzo, si colloca dunque nell’anno in cui in tutta Europa si svolgono le “celebrazioni” ad un secolo dall’inizio di quella “inutile strage”, come sarà definita da Benedetto XV, che di fatto saranno avviate a Reggio proprio dall’edizione 2014 del Seminario Ma la guerra No! Dunque non potremo che riflettere sulla “prima guerra mondiale” e le sue ripercussioni reggiane, a partire dal punto di vista di chi la guerra non l’ha voluta ed anzi l’ha disertata, boicottata o subita suo malgrado.

Allora ricordiamola ancora una volta questa “grande guerra”, che fu chiamata così non solo per la sua dimensione intercontinentale ma sopratutto per la potenza distruttiva messa in campo su larga scala da tutti gli eserciti. Quei 4 anni di guerra provocarono la repentina riconversione delle moderne invenzioni tecniche in strumenti bellici, finalizzati al terrore di massa. Le nuove fabbriche fordiste subirono una riconversione al contrario, piegate al servizio delle armi chimiche, dei carri armati, degli aerei da combattimento, dei sottomarini da guerra, moltiplicando la produzione in tutti i settori. Con 60 milioni di combattenti e 16 milioni di morti, di cui 7 milioni di civili, la guerra diventò, per la prima volta, di massa e totale. Tra i tanti fattori che ne costituirono le concause generative, molti storici sono concordi nel sostenere che spicca proprio la rincorsa reciproca degli Stati agli armamenti tecnologici, con un’impennata – in piena crisi finanziaria – delle spese militari globali. Come scrive la storica Anna Bravo “il punto è che la corsa agli armamenti funziona come un piano inclinato: l’aumento degli armamenti bellici in un paese provoca un aumento in altri, il che spinge il primo a rafforzarsi ulteriormente”. Una follia. Che ancora oggi non smette di riprodursi.

Una follia, all’interno della quale i soli barlumi di lucidità possono essere rintracciati – tra il 1914 e il ’18 – proprio nelle renitenze e nelle diserzioni dei molti giovani che si rifiutarono di andare a morire ed uccidere nelle trincee d’Europa, negli ammutinamenti e nelle insubordinazioni di massa dei soldati stanchi di essere mandati al macello dai propri superiori (come narra la migliore filmografia di guerra, da “Orizzonti di gloria” di Kubrik a “Uomini contro” di Rosi), nelle tregue spontanee dal basso, come quella che fu realizzata dai soldati lungo tutto il fronte occidentale intorno al Natale del 1914, con l’intonazione di canti di pace nelle diverse lingue e scambi di poveri doni tra le due trincee, per non dimenticarsi della propria umanità. Tutte azioni di disarmo personale, si disubbidienza diffusa e obiezione popolare alla logica della guerra. Per le quali, orrore nell’orrore, nella “grande guerra” si applicò per la prima volta, e su amplissima scala, anche la “decimazione” di coloro che esitavano a diventare cieche e sorde macchine di morte. Tutti martiri, allora perseguitati oggi dimenticati, per i quali non ci sono cippi né monumenti. Eppure sono loro gli unici eroi “di guerra” che meritano, un secolo dopo, di essere indicati ad esempio e monito per le attuali e future generazioni. Come Mario Baricchi e Fermo Angioletti.

(articolo pubblicato su Pollicino gnus, febbraio 2014, come introduzione agli Atti del seminario Ma la guerra No! del 2013)1507001_687589844616147_174855617_n

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