La felicità passata per le armi

La ricerca della felicitàCover_graphic

Nei momenti come questo, in cui i venti di guerra internazionali rinfocolano il dibattito interno sulle spese militari e amplificano la denuncia del papa del commercio delle armi quale vera causa delle guerre, è un utile esercizio di disvelamento quello volto a comparare gli esiti di ricerche internazionali su oggetti sociali differenti, come la felicità e gli armamenti, perché consente di trovare relazioni significative, e non banali, tra l’insieme delle politiche pubbliche e i loro effetti in/desiderati.

Per esempio, è stato pubblicato in questi giorni a cura delle Nazioni Unite il Rapporto mondiale sulla felicità, ossia una ricerca sulla percezione di benessere dei cittadini nei diversi Paesi, a partire da alcuni indicatori: condizione economica, salute, relazioni sociali significative, libertà, sicurezza, emozioni positive e negative, aspetti di corruzione, generosità. Su 131 Paesi presi in considerazione, i primi dieci nei quali i cittadini avvertono maggiore senso di sicurezza e benessere complessivo – e quindi, secondo la ricerca, di felicità – sono Danimarca, Norvegia, Svizzera, Svezia, Canada, Finlandia, Austria, Islanda, Australia.

La ricerca della potenzaStates-with-the-highest-military-expenditure-in-2012

Il primo di questi ad apparire in un’altra graduatoria mondiale, quella del SIPRI sulle  spese militari globali , è l’Australia al 13° posto, seguito dal Canada al 14°. Per il resto, i paesi più “felici” del mondo hanno spese militari che li collocano in fondo alle tabelle del SIPRI, con percentuali inferiori all’1% in rapporto alla spesa globale. Al contrario, nessuna delle prime dieci potenze militari mondiali è posizionata ai corrispondenti primi posti per sicurezza, benessere e felicità. Anzi, è vero il contrario. Per esempio, gli Stati Uniti che da soli spendono quasi il 40% delle spese militari mondiali per difendere “l’american way of life” si trovano – con una assoluta sproporzione nel rapporto costi/benefici – solo al 17° posto nell’indice della felicità dei propri cittadini; la Cina che segue gli USA spendendo quasi il 10% delle spese militari globali, precipita al 93° posto nella classifica della felicità e la Russia, al terzo posto nel podio delle potenze belliche, è piantata al 68° per benessere e sicurezza. L’Italia che ha riconquistato il posto di decima potenza militare mondiale – per mantenere il quale acquista costosissimi sistemi d’arma come i caccia f-35, a discapito di cultura e protezioni sociali – è solo al 45° posto in quanto a benessere e felicità degli italiani.

Parola di generale (e presidente)

La lettura incrociata tra le due ricerche ha una sua specifica legittimità in quanto le elevate spese pubbliche militari, nazionali e globali, sono sempre giustificate dai governi (e dalle lobby delle armi) con la retorica della “sicurezza” dei cittadini, la quale invece si conferma essere sempre di più – naturalmente – il risultato di politiche sociali ed educative appropriate, che non hanno niente a che fare con quelle militari e di “difesa”. Anzi, dove quote consistenti di PIL sono liberate dalle spese per gli armamenti ed utilizzate per l’istruzione, i servizi sociali, sanitari e culturali, si dimostrano essere queste le migliori “armi di difesa” del benessere contro la precarietà, l’incertezza, la povertà. Del resto lo diceva con la massima chiarezze anche il generale Eisenhower, già comandante delle forze alleate in Europa durante la seconda guerra mondiale, da presidente degli Stati Uniti, nel 1953 :Ogni arma da fuoco prodotta, ogni nave da guerra varata, ogni missile lanciato significa, in ultima analisi, un furto ai danni di coloro che sono affamati e non sono nutriti, di coloro che hanno freddo e non sono vestiti. Questo mondo in armi non sta solo spendendo denaro. Sta spendendo il sudore dei suoi operai, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi giovani.” Come dire, la felicità passata per le armi.

Il complesso militare-industrialeeisenhower_dwight_pres

Oggi, che le spese per gli armamenti sono di gran lunga maggiori di quelle del 1953, e lo stato di guerra permanente effettiva sul pianeta ne è la conseguenza, è sempre più necessario operare il disvelamento del falso rapporto mezzi-fini tra armamenti e protezione della società. Le spese militari che alimentano il commercio armi, trasformano in guerre i conflitti internazionali e aumentano i pericoli globali, anche nucleari, non servono affatto a proteggere/difendere la sicurezza dei cittadini. Servono invece a proteggere quello che ancora Eisenhower, nel suo discorso di addio alla nazione, chiamò il complesso militare-industriale , ossia “la congiunzione tra un immenso corpo di istituzioni militari ed un’enorme industria di armamenti”, dalla cui “influenza totale nell’economia, nella politica (e) anche nella spiritualità”, i cittadini debbono “guardarsi le spalle” perché rappresenta un costante pericolo per “le nostre libertà o processi democratici”. Ed anche, naturalmente, per la felicità di tutti.

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