Volontari civili: figli di una difesa minore

Nella stessa settimana in cui ho concluso, da formatore, i moduli di “formazione generale” sulla difesa non armata e nonviolenta della patria per i giovani volontari civili emiliani, impegnati nei progetti della “bassa reggiana” del bando straordinario emanato per le zone colpite dal sisma di un anno fa, il tema della difesa civile è stato posto in primo piano anche da un’intervista e un’interrogazione parlamentare ai ministri competenti.

la difesa civile non armata e nonviolenta della Patria
Nell’affrontare questo tema i formatori dei volontari civili fanno riferimento alle Linee guida per la formazione generale dei giovani in servizio civile nazionale, le quali forniscono i riferimenti culturali generali sia rispetto al concetto di Patria – “che non rinvia solo al concetto di confine nazionale, quanto piuttosto all’idea di una comunità di persone che vivono all’interno di tali confini. In questa accezione, pertanto, l’ambiente, il territorio, il patrimonio culturale, storico e artistico, sono parti costitutive della Patria e come tali vanno difese. La Patria è inoltre rappresentata dall’insieme delle istituzioni democratiche, dal loro ordinamento, nonché dai valori e dai principi costituzionali di solidarietà sociale” – sia rispetto al concetto di difesa – “il punto di partenza del percorso formativo del servizio civile non può che discendere dall’art. 1 della legge 64/01, che assegna come primi due obiettivi al servizio civile il concorrere in alternativa al servizio militare alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari e il favorire la realizzazione dei principi costituzionali di solidarietà sociale. Come è da tempo ormai assunto nella giurisprudenza del nostro Paese, l’adempimento del sacro dovere di difesa si realizza anche attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato. Tali comportamenti rientrano anche in quella difesa civile alla cui attuazione sono deputate diverse istituzioni. La difesa civile non armata e nonviolenta, infine, che si pone quale alternativa alla difesa militare, si riferisce anche a forme storiche di difesa popolare nonviolenta, realizzatesi in Italia e all’estero, e ha come indirizzo culturale e metodologico la prevenzione e la gestione nonviolenta dei conflitti e delle controversie internazionali”.

una difesa minore o di pari dignità?
Pertanto ho letto con attenzione le parole della ministra Josefa Idem, nella prima intervista ufficiale sul servizio civile rilasciata a Vita.it in cui, rispetto alla questione delle risorse dedicate il SCN, ormai al punto più basso dei suoi 12 anni di storia, ribadisce che “stiamo parlando di un istituto finalizzato alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari” e dichiara il suo impegno nella ricerca di quei fondi necessari a non far morire definitivamente questo istituto (nel 2012 e 2013 non è uscito alcun bando ordinario per i volontari, ndr), impegnandosi ad adoperarsi “in sede di predisposizione della legge di stabilità per l’anno 2014 affinché si possa ottenere un’integrazione degli attuali stanziamenti programmati per il 2014 e il 2015, pari a circa 76 milioni di euro, compatibilmente con le difficoltà finanziarie del Paese”. Non dice, tuttavia, la ministra dove recuperare quei fondi necessari, seppur del tutto insufficienti, per “rafforzare e rilanciare” il Servizio Civile. Non le viene in mente che se di “istituto di difesa” si tratta è proprio nei capitoli di spesa della Difesa che vanno cercati e stornati i fondi a beneficio di coloro che, legittimamente, possono essere definiti “difensori civili della patria”, secondo un principio  di pari dignità dei due modelli di difesa previsti dal nostro ordinamento.
Infatti, mentre il SIPRI di Stoccolma – autorevole istituto internazionale che analizza le spese militari mondiali – ribadisce che il nostro Paese, nonostante la crisi, continua ad essere tra i primi dieci al mondo per spesa pubblica militare – e (come se ciò non bastasse) il ministro della difesa Mario Mauro intende persistere nell’acquisto dei 90 famigerati cacciabombardieri d’attacco nucleare F-35 (il cui costo di un solo esemplare è più del doppio di quanto cerca la ministra Idem per finanziare un anno di servizio civile) – contrari alla lettera ed allo spirito della Costituzione – i moltissimi giovani italiani che hanno voglia di difendere la patria – nel pieno rispetto dei “Principi fondamentali” della Costituzione – dalle minacce della povertà, della precarietà, dell’analfabetismo, del dissesto idrogeologico, dell’incultura, del razzismo a dalle altre minacce alla nostro vivere civile, sono praticamente impossibilitati a farlo. Figli di una difesa minore.

le idee in tempesta
Eppure, nei brainstorming (le tempeste di idee) che aprono le nostre formazioni, alla locuzione “difesa della patria”, i volontari civili con naturalità e consapevolezza associano pensieri come “difesa dei diritti”, “solidarietà”, “difesa della Costituzione”, “cittadinanza attiva”, “legalità”, “socialità”, “ricostruzione” e così via, piuttosto che l’idea di sofisticati, costosi e terribili sistemi d’arma, strumenti di violenza. I giovani volontari civili della bassa reggiana sono rimasti senza parole, per esempio, quando hanno comparato le cifre del bilancio della difesa armata, da ipotetiche minacce esterne, e quelle della difesa non armata, che pure gli si chiede di garantire, da realissime e quotidiane minacce interne: con il costo delle ali di 7 cacciabombardieri si sarebbero potuti rimettere in funzione gli ospedali di Mirandola, Carpi e Finale Emilia colpiti dal sisma, oppure con il costo di un solo caccia F-35 si potrebbero mettere in sicurezza dal rischio sismico 250 scuole italiane…(fonte Science for Peace)

la concorrenza sleale 
Qualche giorno prima dell’intervista alla ministra Idem, l’attenzione sulla difesa non armata e nonviolenta è richiamata anche dai deputati Vincenzo d’Arenzio del PD e Giulio Marcon di SEL, i quali hanno presentato una interrogazione parlamentare ai ministri della difesa Mario Mauro e alla stessa Josefa Idem, ministra alle pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili. Nell’interrogazione si chiede loro di rispondere – congiuntamente – sull’opportunità di ripristinare il “Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta”, previsto dalla legge ma soppresso dal governo precedente nel furore revisionista della spesa pubblica (pur non avendo questo comitato alcun costo per le casse dello Stato), nonostante fosse l’unico luogo di confronto ed elaborazione comune tra esperti militari ed esperti civili sulla difesa non armata e nonviolenta della patria e sugli interventi civili all’estero, attraverso progetti di servizio civile. Ripristinare il Comitato, metterlo in condizione di essere un autorevole e riconosciuto luogo di indirizzo sulla difesa civile (magari anche in funzione consultiva per l’elaborazione di una eventuale riforma del SCN), in stretta connessione con un rilanciato e stabilmente finanziato Servizio Civile Nazionale, aiuterebbe il nostro Paese a non essere schizofrenico rispetto ai suoi giovani migliori ai quali chiede, da un lato, di “concorrere, in alternativa al servizio militare, alla difesa della Patria” e, dall’altro lato, nega loro – di fatto – i mezzi per farlo, destinando tutte le risorse alla difesa concorrente.
Una concorrenza sleale che lascia tutti più indifesi.b4787a4a5d6711adf08fa27fc1cba139_XL

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