Contro il razzismo, disarmiamo la cultura (sulle orme di Alex Langer)

L’ondata di razzismo che sta coprendo l’Italia dal giorno della nomina a ministro di Cécile Kyenge ci ricorda che viviamo in un paese che ha subìto oltre un ventennio di vera e propria pedagogia razzista e violenta, deliberatamente fondata sulla costruzione del nemico. Tanto esterno, quanto interno.solito-immigrato

La costruzione del nemico esterno, imposto di volta in volta come pretesto per le varie missioni di guerra – antidoto a quella che il generale Mini ha definito“minaccia della pace” seguita al crollo del muro di Berlino – nelle quali è stato coinvolto il nostro paese, in spregio della Costituzione, dal 1991 ad oggi: dall’Iraq, all’Afghanistan, passando per la Somalia, la Serbia, ancora l’Iraq e la Libia.

La costruzione di un nemico interno, indicato di volta in volta come il capro espiatorio rispetto alla crescente e diffusa precarietà sociale ed esistenziale – generata dalle politiche liberiste dedite allo smantellamento progressivo, pezzo dopo pezzo, delle protezioni sociali – sul quale è stata riversata (anche a beceri fini elettorali e di vendita di copie dei giornali) la colpa della perdita della sicurezza: dagli albanesi scesi dalle carrette del mare negli anni ’90 fino ai profughi nord africani della guerra libica, tutta la popolazione migrante in Italia ha visto progressivamente perdere rispetto, diritti, dignità. E subire violenza.

La costruzione delle due minacce, che nel primo caso servono a legittimare risposte di tipo bellico e a giustificare il riarmo militare (fino ai folli cacciabombardieri F-35, con capacità nucleare) e nel secondo caso servono a legittimare risposte di tipo identitario e a giustificare la legislazione razzista (fino all’assurdo reato di clandestinità ed ai lager dei CIE), dal 2001 dopo l’attacco alle “Torri gemelle”, si è sovrapposta in un’unico processo di deumanizzazione e legittimazione della violenza contro lo stesso nemico “alieno”, da combattere sia fuori che dentro i nostri confini. Dilatati e confusi – a questo punto – con i sacri confini dell’Occidente. Ciò è servito – come spiega Chiara Volpato nel suo ottimo lavoro Deumanizzazione. Come si legittima la violenza – “a costruire il consenso alla guerra al terrore, a tollerare le violazioni dei diritti umani, a trascurare le violazioni dei danni collaterali, tra le popolazioni”. Ma anche a costruire il terreno favorevole per il “progrom di Ponticelli” contro i rom, la strage di Castelvolturno, la “caccia ai negri” di Rosarno, la strage dei senegalesi di Firenze…ma anche per l’infame propaganda leghista e per le campagne di stampa contro i migranti (documentate anche dalla prima e unica, a quel che mi risulta, ricerca nazionale su “immigrazione e asilo nei media italiani”, a cura dell’Università di Roma nel 2009), fino alle manifestazioni di questi giorni dei fascisti contro la neo ministro Cécile Kyenge, con il corollario di minacce scritte sulle mura delle città.

C’è bisogno quindi non solo di esprimere solidarietà e incoraggiamento al lavoro della prima ministra italiana di origini congolesi, ma è necessario sempre di più associare all’impegno per il disarmo militare, anche l’impegno per il disarmo culturale, all’interno di un complessivo progetto nonviolento di società. Come per un vero processo di disarmo militare non accade che l’altro disarmi se non si comincia da sè, spingendo così anche l’altro (non più minacciato) a rinunciare a sua volta a qualcosa, anche un vero processo di disarmo culturale – volto a sradicare razzismo, odio e violenza nei confronti di chi è portatore di differenze culturali – deve partire da noi, dalla costruzione della nostra disponibilità a convivere con lui. Con i molteplici e differenti “lui”. Non è sufficiente quindi promuovere il tema dell’integrazione, del cui dicastero la signora Kyenge è titolare, perché integrare vuol dire letteralmente “portare dentro” e integrazione confina semanticamente con assimilazione, con la richiesta a tutti gli altri di disarmare culturalmente mentre noi manteniamo intatte le nostre batterie identitarie.

Penso si tratti invece di promuovere processi di costruzione di  vera convivenza muovendoci sulle orme di Alex Langer che, in anticipo sui nostri tempi – ed a partire dalla tragedia balcanica – aveva perfettamente compreso la necessità di agire contemporaneamente tanto sul piano del disarmo militare quanto su quello culturale (oltre che ecologico). Nel suo “Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica” del 1994 scriveva: “Per la prima volta nella storia si può – forse – scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza (miseria, sfruttamento, degrado ambientale, guerra, persecuzioni…). Ma non bastano retorica e volontarismo dichiarato: se si vuole veramente costruire la compresenza tra diversi sullo stesso territorio, occorre sviluppare la complessa arte della convivenza.” E’certo la cosa più difficile da fare, ma ad essa ormai non è più possibile sfuggire.

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