La disobbedienza civile, un approfondimento

Scheda di approfondimento realizzata per le guide di Unimondo.org 

“L’obbedienza non è più una virtù” (don Lorenzo Milani)

“Grandi e gravi minacce all’esistenza stessa del genere umano provengono dal militarismo, dalla corsa agli armamenti e dal connesso rischio di guerre combattute con armi di portata distruttiva sempre maggiore, da politiche che mettono seriamente a repentaglio interessi vitali di future generazioni, dai rischi crescenti di catastrofi ecologiche, ecc. In questa situazione la presenza di persone e gruppi disposti a praticare la disobbedienza civile fondata su approfondite ragioni morali, in forme nonviolente, può rivelarsi di ancor maggior importanza che non in passato. Per questo la disobbedienza civile è oggi una virtù”. (Giuliano Pontara)enhanced-buzz-wide-20861-1338324633-14

La disobbedienza civile: una pratica passata attraverso le prigioni.

“Sotto un governo che imprigiona la gente ingiustamente, il vero posto per un uomo giusto è la prigione”. Con queste parole, scritte dopo aver passato una notte in prigione per essersi rifiutato di pagare le tasse in segno di protesta contro la guerra che nel 1846 gli Stati Uniti muovono al Messico, il poeta e scrittore Henry David Thoureau fonda la moderna definizione di quell’atteggiamento politico nei confronti dello Stato che prende il nome di “disobbedienza civile” proprio dal suo saggio del 1859 dal titolo Resistance to Civil Government”.

Questo breve scritto diventerà il manifesto della disobbedienza civile, tradotto fino ad oggi e letto in tutto il mondo, anche da Gandhi nelle prigioni sudafricane. Spiega Toureau che c’è un modo per dissociare la responsabilità individuale da quella di uno Stato che si rende autore di una legislazione razzista e di una guerra, ossia di azioni che vanno contro la coscienza dei singoli: “Se mille uomini quest’anno non pagassero le loro tasse, non sarebbe una misura violenta e sanguinaria come invece sarebbe pagarle e porre lo Stato nella condizione di commettere violenza e di versare sangue innocente. Questa è, di fatto, la definizione di rivoluzione pacifica, ammeso che di siffatta rivoluzione sia possibile parlare”.

Mohandas Karamchand Gandhi, in un articolo su “Young India” del 23 marzo 1921, assume la disobbedienza civile all’interno della più ampia Teoria e pratica della nonviolenza” (Pontara) ma ne svolge una puntuale distinzione rispetto ai concetti vicini, ma distinti, di satyagraha, resistenza passiva e non collaborazione:

– il satyagraha è la forza dell’anima fondata sulla “fermezza nella verità”, termine coniato dallo stesso Gandhi in Sudafrica per distinguere la resistenza nonviolenta degli indiani dalla contemporanea “resistenza passiva” delle suffragiste inglesi, che lottavano per il diritto al voto delle donne, alla quale veniva accomunato dalla stampa britannica. Il satyagraha prevede l’adesione piena al principio della nonviolenza “perchè l’uomo è incapace di conoscere la verità assoluta, e dunque non ha il diritto di punire”

– la “resistenza passiva”, che si distingue dalla “resistenza armata”, “è stata concepita e considerata come un’arma del debole”, perchè chi pratica la resistenza passiva rifiuta la violenza non per principio ma per motivi di impossibilità o inopportunità contingenti;

– la “disobbedienza civile è la violazione civile delle leggi immorali ed oppressive”, chi opera attraverso questo metodo di lotta si pone “fuori legge in maniera civile” e si espone alle sanzioni previste dalle leggi, accettandone le conseguenze punitive. In questo senso, essa “è una parte del satyagraha”. Gandhi riconosce in Toureau il primo teorizzatore e sperimentatore della disobbedienza civile (“ha lasciato un’opera magistrale sul dovere di disobbedienza civile”), ma ritiene riduttiva la sua azione limitata all’obiezione fiscale, mentre per una vera “rivoluzione pacifica”, ossia nonviolenta, è necessario violare “tutte le leggi oppressive e immorali”;

– infine la “non collaborazione”, anch’essa acquisita tra le tecniche del satyagraha, implica il rifiuto di collaborare con lo Stato, ma in una forma più leggera e quindi aperta ad una maggiore partecipazione di massa rispetto alla disobbedienza civile, la quale, preventivando la prigione, “può essere praticata solo come mezzo estremo e, almeno in una prima fase, soltanto da pochi elementi selezionati”

Da Gandhi in avanti, collegata a più ampie campagne nonviolente o utilizzata come metodo specifico di lotta, la disobbedienza civile ha avuto una grande diffusione nel mondo, a cominciare dalle lotte per il riconoscimento dei diritti civili degli afro-americani negli Stati Uniti, guidate da Martin Luther King. Il reverendo King, finito nella prigione di Birningham dopo le massicce azioni di disobbedienza civile svolte in città contro la segregazione razziale, scrive proprio dal carcere una lettera di risposta agli otto leader religiosi dell’Alabama che l’accusavano di essere un “agitatore esterno”. In questa lettera King ricorda che ci sono leggi giuste e leggi ingiuste, ogni persona ha la responsabilità morale, oltre che legale, di obbedire alle leggi giuste e di disobbedire a quelle ingiuste. Tra le leggi ingiuste ricorda quelle dettate dalla maggioranza alla minoranza ma non valide per la prima o quelle nella quale la minoranza non ha potuto dare alcun contributo perchè esclusa dal diritto di voto. In questi casi è legittima la disobbedienza, che è civile perchè “chi infrange una legge ingiusta deve farlo apertamente, con amore e con la disposizione ad accettarne la sanzione”. King sostiene che “chi infrange una legge che la coscienza gli dice essere ingiusta, e accetta di buon grado la pena del carcere per risvegliare la coscienza delle comunità riguardo all’ingiustizia di tale legge, costui esprime in realtà il più alto rispetto per la legge”

La riflessione sulla disobbedienza civile negli Stati Uniti

L’eredità di Toureau, le campagne per i diritti civili degli gli afro-americani e quelle contro la guerra in Vietnam nei campus universitari, dove si fa largo uso della disobbedienza civile, portano il mondo culturale e politico statunitense, a cavallo degli anni ‘70, a confrontarsi in maniera seria e approfondita su questo tema, oltre che sul più ampio conflitto tra il “dovere di obbedienza” e “diritto di resistenza” all’interno di una società democratica.

Tra i molti contributi di questo periodo è utile sottolineare quelli di Hannah Arendt,John RawlsHoward Zinn e Gene Sharp, i quali pongono le fondamenta di un discorso pubblico sulla disobbedienza civile, i primi due sul piano della teoria politica, gli altri su un piano più militante di riflessione rispetto alle azioni alle quali prendevano parte direttamente.

I teorici

Hannah Arendt, nel suo saggio del 1970 “Civil Disobedience”, si pone il doppio problema di distinguere la disobbedienza civile sia dall’infrazione comune della legge, sia dall’obiezione di coscienza e di proporla come strumento legittimo di avanzamento della legislazione a disposizione di minoranze organizzate di cittadini. “Atti di disobbedienza civile intervengono” – scrive la Arendt – “quando un certo numero di cittadini ha acquisito la convinzione che i normali meccanismi del cambiamento non funzionano più o che le loro richieste non sarebbero ascoltate o non avrebbero alcun effetto”, oppure “quando essi credono che sia possibile far mutar rotta a un governo impegnato in qualche azione la cui legittimità e la cui costituzionalità siano fortemente in discussione”.

Dunque la disobbedienza civile assume le forme di un agire politico volto a spostare in avanti i confini del “diritto”, il quale “può fissare e legalizzare i mutamenti una volta che essi siano interventuti, ma i mutamenti in sé risultano sempre da uin’azione extragiuridica”. Questa, per esempio, è la dinamica che hanno messo in moto i movimenti per i diritti civili negli USA: “non la legge, quindi, bensì la disobbedienza civile mise in evidenza il <<dilemma dell’America>> e, per la prima volta, costrinse la nazione a riconoscere l’enormità non solo del crimine della schiavitù in se stesso, ma della stessa concezione che faceva dello schiavo una proprietà mobiliare.”

Di poco posteriore è il contributo sulla natura, la legittimità e il ruolo della disobbedienza civile nelle società democratiche che viene portato da John Rawls, teorico del neocontrattualismo politico, il quale nel suo poderoso A theory of justice” dedica un capitolo a questo tema, intitolato “dovere e obbligo”: “Una teoria della disobbedienza civile vale solo per il caso speciale di una società quasi-giusta, che risulta per la maggior parte bene-ordinata, ma in cui però accadono alcune gravi violazioni della giustizia”. E poiché “una condizione di quasi giustizia richieda un regime democratico, la teoria riguarderà il ruolo e l’appropriatezza della disobbedienza civile nei riguardi di un’autorità democraticamente e legittimamente istituita”.

La disobbedienza civile viene definita da Rawls un “atto di coscienza pubblico, non violento, e tuttavia politico, contrario alla legge, in genere compiuto con lo scopo di produrre un cambiamento nelle leggi o nelle politiche di governo”. Atto pubblico, sia perchè è volto ad affermare principi pubblici, ma anche perchè si compie in pubblico, la disobbedienza civile “non è segreta né riservata”, anzi per Rawls “si può paragonare al discorso pubblico, ed essendo una forma di appello politico, un’espressione di una convinzione politica profonda e cosciente, ha luogo in sede pubblica”.

Nel suo essere “discorso pubblico” la disobbedienza politica è non violenta: “non a causa di un rifiuto di principio dell’uso della forza, ma per il significato profondo della sua stessa azione. Impegnarsi in azioni violente che possono danneggiare o ferire è incompatibile con la disobbedienza civile in quanto forma di appello politico”. Inoltre, la legge viene infranta, ma la fedeltà ad essa si eprime grazie alla volontà di accettare le conseguenze legali della propria condotta, rivolgendosi in questo modo al “senso di giustiza” della maggioranza dei cittadini: “essa esprime una disobbedienza alla legge nei limiti della fedeltà ad essa, sebbene si trovi al suo margine esterno”.

Certo, conclude Rawls, la disobbedienza civile sembra minacciare l’ordine costituito, ma la responsabilità di ciò non deve ricadere su chi protesta, quanto “su coloro il cui abuso dell’autorità e del potere giustifica una simile opposizione. Infatti, impegnare l’apparato coercitivo dello stato allo scopo di mantenere istituzioni chiaramente ingiuste è di per sé una forma di violenza illegittima cui gli uomini hanno il diritto di opporre resistenza nei modi opportuni”.

Gli attivisti

Lo storico pacifista Howard Zinn, nella raccolta di scritti Writing on Disobedience and Democracy” del 1997, raccoglie 30 anni di riflessione sull’impegno politico attarverso lo strumento della “disobbedienza civile” e indica in questa “tecnica” l’unica leva di cambiamento possibile ed efficace all’interno delle società capitaliste contemporanee. In particolare, approfondisce questo tema in uno scritto del 1965, nel quale inserisce la disobbedienza civile all’interno della più ampia categoria dell’Azione diretta non violenta”:

“Nessuno dei meccanismi consolidati del cambiamento sociale (non la guerra, non la rivoluzione, non le riforme) è adatto al tipo di problemi che oggi affrontiamo negli Stati Uniti e nel mondo. Sembra esserci bisogno di qualche tecnica più energica delle riforme parlamentari e, allo stesso tempo, non esposta ai pericoli rappresentati dalla guerra e dalla rivoluzione nell’era atomica”.

L’azione nonviolenta, che comprende la disobbedienza civile non è nuova, è stata utilizzata nel corso dei secoli in modo discontinuo e non sempre consapevole da gruppi oppressi ma, secondo Zinn, “con la rivolta dei neri americani, questa tecnica ha cominciato ad assumere l’aspetto di un deliberato uso della forza per produrre il massimo di cambiamento con i minimi danni”. Essa prevede una gran varietà di metodi, alcuni propri della disobbedinza civile: “sit-in, viaggi in autobus e marce per la libertà, pellegrinaggi di preghiera, wade-in, pray-in, Freedom Schools e chissà quanto altro ci riserverà il futuro”. Le caratteristiche che ne determinano l’efficacia sono le seguenti: “disturba lo status quo, turba la quiete della maggioranza, esprime la rabbia e la sofferenza degli oppressi, rende pubblica un’ingiustizia, dimostra l’inadeguatezza di qualsiasi riforma adottata fino a quel momento, crea tensioni e problemi, obbligando così chi detiene il potere ad agire più in fretta di quanto farebbe altrimenti per eliminare le ingiustizie.” (1965, p 357-358).

Inoltre, in un testo successivo, del 1990 (“Legge e giustizia”), Zinn contesta il fatto che chi svolge una disobbedienza civile debba accettare di essere punito: “è giusto disobbedire a leggi ingiuste ed è giusto disobbedire alle sentenze che puniscono la violazione di quelle leggi”. In questo senso il suo approccio alla disobbedienza civile ha assunto, man mano, connotazioni vicine a quelle proprie del movimento anarchico.

Sul piano delle tecniche e della loro efficacia un importante contributo è quello di Gene Sharp il quale, nella sua fondamentale opera in tre parti The Politics of Nonviolent Actions del 1973, parte da una analisi sulla “natura” e sulle “fonti” del potere politico tout-court le quali, in ultima istanza, dipendono dall’obbedienza dei cittadini. In questa cornice Sharp recupera la riflessione di Etienne de la Boétie, scrittore francese del sedicesimo secolo, relativa al Discours de la servitude volontarie dove, parlando del tiranno, scriveva: “costui che spadroneggia su di voi non ha che due occhi, due mani, un corpo e niente di più di quanto possieda l’ultimo abitante di tutte le vostre città. Ciò che ha in più è la libertà di mano che gli lasciate nel fare oppressione su di voi fino ad annienntarvi”. Dopo aver elencato i motivi per cui la gente obbedisce, Sharp, attraverso vari esempi storici, dimostra come l’obbedienza al potere non sia ineluttabile e propone l’“azione nonviolenta” come efficace forma di lotta. Di essa Sharp analizza e descrive la dinamica valida sia nell’opposizione ai poteri dittatoriali che nel confronto politico con i poteri democratici o, ancora, nella loro difesa da un eventuale usurpatore interno o esterno. Sharp distingue le “tecniche” di lotta nonviolenta in:
a. “protesta e persuasione nonviolenta”;
b. “noncollaborazione”;
c. “intervento nonviolento”.
Le tecniche di noncollaborazione sono a loro volta articolate in “economica” e “politica”.

Se pure la disobbedienza civile non è definita, in questa opera, in maniera esplicita, essa rientra nell’ambito che Sharp definisce di “noncollaborazione politica”, della quale viene data la seguente descrizione: “normalmente la noncollaborazione politica coinvolge un gran numero di persone in una sospensione collettiva, pianificata e di solito temporanea delle normali forme politiche di obbedienza, collaborazione e comportamento”. Nell’ottica di Sharp la disobbedienza civile, o “noncollaborazione politica”, può proporsi di conseguire un obiettivo limitato al cambiamento di una legge o puntare al cambiamento generale della politica del governo, così come può incidere sulla natura stessa del governo o, addirittura, provocarne la disgregazione. Se, invece, la noncollaborazione si rivolge contro gli usurpatori, interni o esterni, il suo scopo sarà la difesa o la restaurazione del governo legittimo.

La riflessione sulla disobbedienza civile in Italia

Negli stessi anni, anche in Italia si sviluppa una pratica della disobbedienza civile – che vede prima in Danilo Dolciin Sicilia e poi nel GAN (Gruppo di Azione Nonviolenta) al Centro-Nord i principali sperimentatori – ed una conseguente riflessione che ha il suo punto di riferimento in Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento, e infaticabile promotore di una via italiana alla nonviolenza.

Aldo Capitini nel suo libro del 1967 Le tecniche della nonviolenza”, in cui propone una sistematizzazione del “metodo nonviolento”, inserisce la disobbedienza civile tra le “tecniche collettive” e, come Gandhi, la ritiene un livello più incisivo di lotta politica rispetto alla noncollaborazione: “la noncollaborazione non esce dall’ambito della legalità ed ha un carattere di rinuncia a ciò che lo Stato può dare”, invece “la disobbedienza civile infrange la legalità senza tuttavia attentare alla vita, o all’onore, di alcuna persona”. Essa può essere “difensiva, cioè rivolta contro le leggi ingiuste: per es. in uno Stato che neghi la libertà di associazione, formare corpi di volontari nonviolenti; se neghi la libertà di riunione, convocare pubbliche riunioni con scopi pacifici; se neghi la libertà di espressione, pubblicare, invece, articoli, libri, fogli volanti.” Oppure può essere di attacco, ossia “disobbedienza volontaria, che è una rivolta contro lo Stato oppressore”, trasformandosi, in questo caso, in vera e propria “resistenza civile”. In ogni caso, raccomanda Capitini, “una lotta nonviolenta poggia principalmente non sulla quantità, ma sulla qualità, sulla forza d’animo, sulla padronanza di sè, sullo spirito di sacrificio, insomma sul valore morale di ciascun combattente”.

Il tema viene successivamente affrontato dal punto di vista filosofico, principalmente, daNorberto BobbioGiuliano Pontara, entrambi attenti studiosi del lavoro capitiniano.

Il filosofo della politica Norberto Bobbio, nel 1976, compila la voce “Disobbedienza civile” nel Dizionario di politica”, curato insieme a Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino. Per Bobbio “la disobbedienza civile è una forma particolare di disobbedienza, in quanto viene messa in atto allo scopo immediato di mostrare pubblicamente l’ingiustizia di una legge e allo scopo mediato di indurre il legislatore a mutarla”, per cui “mentre la disobbedienza comune è un atto che disintegra l’ordinamento (…) la disobbedienza civile è un atto che mira in ultima istanza a mutare l’ordinamento, è insomma un atto non distruttivo ma innovativo”. Essa si inserisce nello forme storiche del “diritto alla resistenza” con due caratteri specifici: l’essere una “azione di gruppo”, che la differenzia dai comportamenti di resistenza individuale come l’obiezione di coscienza o il tirannicidio, e la “non violenza” che la distingue “dalla maggior parte delle forme di resistenza di gruppo che hanno dato luogo, là dove sono state effettuate, a manifestazioni di violenza (dalla sommossa alla ribellione, dalla rivoluzione alla guerriglia)”

Ha un’idea più larga di disobbedienza civile Giuliano Pontara, obiettore di coscienza e filosofo morale, che nel saggio pubblicato nel 1996 su Definizione, presupposti e giustificazione della disobbedienza civile, ne dà questa definizione: “la disobbedienza civile è una trasgressione intenzionale e selettiva di leggi, motivata da ragioni morali, fatta a scopi politici, da parte di cittadini che riconoscono la legittimità dell’autorità cui disobbediscono e che in larga misura si identificano con il sistema politico nell’ambito del quale agiscono e con i valori fondamentali su cui esso si regge e in base ai quali viene giustificato”.

Fornita questa definizione generale, Pontara si pone il problema se siano necessarie alla disobbedienza civile anche altre ulteriori quattro caratteristiche: “pubblicità”, ossia azione pubblica e non clandestina; “apertura”, ossia azione notificata prima di essere compiuta; “nonviolenza”, ossia esente da violenza; “passività”, ossia disponibilità degli autori a sottomettersi alla pena. Secondo Pontara queste ulteriori sono “caratteristiche contingenti che possono essere importanti in certi contesti”, ma non i tutti, per cui “la disobbedienza civile può assumere forme diverse: può essere individuale o collettiva; commissiva o omissiva; diretta o indiretta; pubblica o clandestina; aperta o segreta; violenta o nonviolenta; passiva o non passiva. Queste forme sono variamente combinabili”. All’interno di una lotta nonviolenta si privileggeranno alcune caratteristiche della disobbedienza civile, all’interno di altri tipi di lotta si privileggeranno altre caratteristiche. Ma, conclude Pontara, nella situazione della “democrazia reale” attuale “la presenza di persone e gruppi disposti a praticare la disobbedienza civile fondata su approfondite ragioni morali, in forme nonviolente (possibilmente inquadrate in una più generale teoria della nonviolenza), può rivelarsi di ancor maggior importanza che non in passato”.

Disobbedienza civile e obiezione di coscienza

La maggior parte degli autori, sia di area anglosassone che italiana tendono a distinguere su un piano teorico la disobbedienza civile dall’obiezione di coscienza

L’obiezione di coscienza nasce come scelta individuale di opposizione alla legge, che può evolvere verso una dimensione collettiva, oppure rimanere personale. La prima obiezione di coscienza che la storia ricorda è quella della giovane Antigone che infrange le leggi scritte della città di Tebe, governata dallo zio Creonte, per rispettare quelle, non scritte, stabilite dagli Dei. Lo stesso Toureau, tecnicamente, con il suo personale rifiuto di pagare le tasse, svolge un’obiezione di coscienza, seppure la definisce nel suo saggio di “disobbedienza civile”. Dunque la principale distinzione tra l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile è data dal carattere collettivo, e pertanto politico, di quest’ultima, mentre la prima è fondata, in primo luogo, sull’affermazione della dissociazione individuale. Chi propone la disobbedienza civile, pur partendo da un rifiuto personale, non pone la questione solo sul piano dell’incompatibilità tra la propria coscienza individuale e l’obbligo generale, ma punta intenzionalmente a modificare quell’obbligo, cioè una legge o una politica, ritenuta ingiusta o illegittima, attraverso l’alleanza con la “minoranza organizzata” dissenziente. Per cui l’infrazione della legge diventa gesto illegale e politico nello stesso tempo.

Ma come ricorda Capitini, che pone l’obiezione di coscienza tra le “tecniche individuali” e la disobbedienza civile tra le “tecniche collettive” della nonviolenza, “è da avvertire che una distinzione netta è impossibile, non solo perchè ciò che fa un individuo può esser fatto da un altro individuo al suo fianco, e da un altro e da molti altri, ma anche perchè le tecniche collettive della nonviolenza a loro volta hanno bisogno di un pieno impegno individuale, e di una capacità di iniziativa e di slancio generata da una consapevolezza individuale, quale che sia il mondo d’attorno”.

Un’esperienza italiana, seppur poco nota, che mostra il passaggio dall’obiezione di coscienza come scelta individuale alla disobbedienza civile come azione politica collettiva fu quella svolta dal Gruppo di Azione Nonviolenta (GAN),dal 1963 al 1966, guidato daPietro Pinna, considerato il primo obiettore di coscienza al servizio militare. Il gruppo, formato all’inizio da una decina di giovani, prevalentemente obiettori di coscienza – alcuni già passati dalle carceri militari – decide di svolgere alcune azioni dimostrative nelle principali città italiane per sostenere l’approvazione di una legge che riconosca il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare. Fu scelta la tecnica del semplice stazionamento nelle piazze di varie città con cartelli informativi e la distribuzione di volantini. Senonchè già in occasione della prima manifestazione del 4 novembre 1963 a Milano, il GAN ricevette dalla questura il divieto di manifestare, per motivi di “ordine pubblico”. Divieto che fu ripetuto in quasi tutte le successive uscite (Bologna, Firenze, Padova, Roma, Napoli, più volte a Milano e ancora Roma), nelle quali al gruppo si aggiungevano sempre attivisti locali, per cui il GAN si trovò non solo a dover infrangere il divieto ma anche a trasformare il suo obiettivo in quello più ampio del riconoscimento del diritto alla libera espressione del pensiero.

Così furono sperimentate, man mano, nel passaggio da una città all’altra, le seguenti fasi di disobbedienza:
I. non fu svolta la manifestazione prevista, ma fu trasformata nella distribuzione di volantini a coppie di manifestanti, sostituiti da altre coppie man mano che venivano fermati dalla polizia;
II. fu avviata la manifestazione nel luogo vietato, acconsentendo tuttavia a seguire la polizia in commissariato al momento dell’interruzione;
III. non fu più seguita la polizia in commissariato al momento dell’intimazione del fermo, ma si sedettero a terra facendosi trascinare a corpo morto;
IV. (solo annunciata alla questura di Roma) non solo si sarebbero seduti a terra, facendosi trascinare in commissiarato, ma una volta rilasciati sarebbero tornati a manifestare, “fino al definitivo imprigionamento o alla conquistata libertà di manifestare”. In questo caso la questura non intervenne. Quest’ultima manifestazione fu un successo per la grande partecipazione di cittadini e per l’importante eco sulla stampa nazionale. Raggiunto questo obiettivo l’attività del GAN confluì nell’azione più generale del Movimento Nonviolento.

Disobbedienza civile e resistenza civile

Così come l’obiezione di coscienza, anche la “resistenza civile” è concetto vicino ma distinto da quello di disobbedienza civile. Abbiamo visto che la “tecnica” della disobbedienza civile s’inquadra prevalentemente all’interno di una cornice di riferimento sufficientemente democratica, come modalità attiva e propositiva, ancorché illegale, di partecipazione dal basso. Invece, la resistenza civile è una categoria di azione politica, riconosciuta principalmente dallo storico francese Jacques Sémelin (e ripresa in Italia dalla storica Anna Bravo in riferimento alla Resistenza delle donne al nazifascismo), come categoria unificante delle lotte non armate nei confronti di una dittatura e/o di un esercito invasore.

In particolare Sémelin, nell’importante opera del 1989 Sans armes face à Hitler, si occupa della Resistenza civile in Europa tra il 1939 e il 1943, dandone questa definizione: “processo spontaneo di lotta della società civile con mezzi non armati, sia attraverso la mobilitazione delle sue principali istituzioni, sia attraverso la mobilitazione delle sue popolazioni, oppure grazie all’azione di entrambi gli elementi”. La caratteristica della resistenza civile è la volontà di non cedere alla dominazione dell’aggresore attraverso un attegiamento di radicale di non cooperazione, così come si sviluppò ampiamente in Europa, parallelamente alla lotta partigiana (anzi in molti casi anticipandola), di fronte al nazifascismo, costituendo così il “mezzo privilegiato per aprire un abisso fra la dominazione militare, che era uno stato di fatto, e la sottomissione politica, che è una disposizione di spirito”. Il presupposto della resistenza civile è analogo a quello della disobbedienza civile, come già indicato da de la Boétie, anche se l’avversario è enormemente più violento e pericoloso. Scrive infatti Sémelin: “quando una società si sente sempre meno sottomessa, diventa sempre più incontrollabile; allora l’occupante, pur conservando la propria potenza, perde l’autorità”.

Si conoscono molti casi di resistenza civile in Europa – e molti altri se ne potrebbero conoscere se solo la storiografia uscisse dalla logica della violenza come unica “levatrice della storia“ – risultati tanto più efficaci, quanto più ha dimostrato coesione al suo interno la comunità resistente. Tra tutti, l’esempio più illuminante è quello della Danimarcadove, tra il 1940 e il 1945, di fronte all’invasione tedesca si attuò una forma di resistenza diffusa, aperta e popolare, senza l’uso delle armi, se non per far saltare fabbriche e depositi di armi, che vide varie fasi di sviluppo di crescente intensità. Il senso di questa lotta si può ricavre da Il decalogo del buon danese, prodotto dagli studenti e circolante clandestinamente: “1.non andare a lavorare in Germania o in Norvegia; 2.lavorare male per i tedeschi; 3.rallentare il lavoro per i tedeschi; 4.distruggere macchine e strumenti importanti; 5.distruggere ciò che può essere di beneficio per i tedeschi; 6.ritardare tutti i trasporti; 7.boicottare film e giornali tedeschi e italiani; 8.non acquistare nei negozi tedeschi; 9.minacciare i traditori in ciò che sta loro a cuore; proteggere coloro a cui i tedeschi danno la caccia.” La lotta crebbe d’intensità con la costituzione di un governo parallelo e l’avvio degli scioperi generali che paralizzarono il paese, fino al salvataggio di 7.220 ebrei danesi dalla deportazione nei campi di sterminio, sui 7.695 residenti. Risparmando, infine, alla Danimarca repressioni di massa e rappresaglie.

Questa riposta del popolo danese – sulla quale”si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori” – scrive Hannah Arendt ne La banalità del male, “fu l’unica volta che i nazisti incontrarono una resistenza aperta, e il risultato fu a quanto pare che quelli di loro che che si trovarono coinvolti cambiarono mentalità. Non vedevano più lo sterminio di un intero popolo come una cosa ovvia”. La resistenza civile è, sul piano storico, il punto di riferimento per la costruzione della “difesa popolare nonviolenta“ come modello di difesa alternativo a quello militare.

Esempi di disobbedienza civile

A partire dalla “Marcia del sale” di Gandhi del 1930 (o, ancor prima, dalle campagne da lui condotte in Sudafrica all’inizio del secolo scorso), la disobbedienza civile ha avuto un’espansione in tutti i continenti ed è stata (ed è tuttora) utilizzata nelle lotte contro molteplici legislazioni e politiche ingiuste e/o illegittime.

Per fare un esempio storico e paradigmatico di una campagna di disobbedienza civile attingiamo alla lotte per i diritti civili negli Stati Uniti; in particolra ci sembra utlie raccontare brevemente la lotta svolta dal Nashville Student Movement, tra il febbraio e l’aprile del 1960, contro le norme segregazioniste vigenti in città.

Gli studenti universitari di Nashiville, preparatisi per mesi attraverso corsi di nonviolenza tenuti dal pastore metodista James Lawson, decisero che la disobbedienza sarebbe consistita nell’entrare a gruppi di venticinque nei caffè della città, in cui era vietato l’accesso ai neri, per alcuni sabati consecutivi. Le prime tre volte non accadde nulla, se non che non furono serviti, ed essendosi ugualmente seduti ai tavoli per studiare gli esercenti chiusero i locali prima dell’orario previsto. Il quarto sabato, invece, intervenne la polizia che cominciò ad arrestarli, ma altri gruppi di studenti in maniera ordinata presero il loro posto, subendo provocazioni e arresti a centinaia. Così avvenne ancora nei sabati successivi, con altri giovani che si univano alla disobbedienza e finivano in prigione. Nessuno di loro accettò di uscire dal carcere pagando la cauzione, come proposto dal sindaco della città. Anzi, la comunità di colore si mobilitò per raccogliere denaro, ingaggiare gli avvocati e avviare un boicottaggio di tutti i negozi che praticavano la segregazione. Questo portò altri neri in carcere, insieme allo stesso Lawson, e i bianchi più esagitati passarono dalle provocazioni alle vie di fatto facendo esplodere una bomba nell’appartamento del valente avvocato Looby, ingaggiato nella difesa dei prigionieri. Non ci furono vittime e il movimento riuscì a tenere l’autocontrollo, anzi fu inviato un telegramma al sindaco, chiedendo un incontro, e la sera stessa una marcia silenziosa mosse dal campus fino al municipio, ingrossandosi man mano, lungo la strada. Solo a quel punto, dopo aver incontrato una delegazione di studenti, il sindaco eliminò le restrizioni di accesso in molti luoghi pubblici di Nashville. E progressivamente a tutti.

Oggi in Italia

Un’importante campagna di disobbedienza civile sviluppatasi in Italia negli ultimi quaranta anni è quella di obiezione alle spese militari che ha aiutato il passaggio dall’obiezione di coscienza contro il servizio militare da fatto personale alla disobbedienza civile, come azione politica collettiva contro l’istituzione militare e gliarmamenti. Questa campagna ha avuto il suo massimo storico durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, con quasi diecimila obiettori fiscali alle spese militari.

Nella fase attuale, la più significativa campagna italiana che fa della disobbedienza civile il proprio paradigma di azione è quella del movimento “NoTav, il movimento di lotta sorto in Val Susa, fin dai primi anni ‘90, contro la costruzione della ferrovia per il Treno ad Alta Velocità. Questo movimento ha sperimentato in questi venti anni molte tecniche, individuali e collettive di disobbedienza civile, sviluppando capacità di aggregazione popolare, di creatività, di comunicazione e di tenuta nel tempo. Le modalità di questa lotta popolare sono spiegate dal suo leader Alberto Perino. Come sottolinea Giovanni Salio “il primo accostamento che viene in mente è quello tra questa lotta e quella delle popolazioni che, in India, si sono opposte ai megaprogetti idroelettrici nella valle delfiume Narmada, che hanno coinvolto milioni di persone.Stessa arroganza da parte delle istituzioni, dei centri di potere economici, locali e internazionali, stessa retorica sul progresso e lo sviluppo, stessa violenza gratuita sulle popolazioni”. Di fronte ad una risposta sempre più di tipo militare da parte dello Stato, che ha definito il cantiere “sito strategico nazionale”, la campagna sta rinforzando la caratteristica di lotta nonviolenta, cercando forme nuove di disobbedienza civile, come il taglio delle reti di recinsione del cantiere. Le prospettive di questa lotta, e il suo significato generale rispetto alla necessità di partecipazione dal basso dei cittadini nelle scelte politiche, sono indicatedallo storico Marco Revelli.

Bibliografia

– Etienne de la Boétie, Discours de la servitude volontarie (1548); Discorso sulla servitù volontaria, Jaca Book, Milano 1979

– Henry David Thoureau, Civil Disobedence (1859); La disobbedienza civile, Demetra, Bussolengo 1995

– Movimento Nonviolento (a cura del), Nonviolenza in cammino. Storia del Movimento Nonviolento dal 1962 al 1992, Edizioni del MN, Verona 1998;

– Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano, 2008;

– Hannah Arendt, La disobbedienza civile e altri saggi, Giuffrè editore, Milano, 1985;

– Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Libreria Feltrinelli, Milano, 1967;

– Gene Sharp, The Politics of Nonviolent Action, part one, Power and Struggle (1973);Politica dell’azione nonviolenta, 1. potere e lotta, EGA, Torino, 1985;

– Norberto Bobbio, voce “Disobbedienza civile” in Dizionario di politica, a cura di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Utet, Torino, 1976;

– Eric Fromm, On Disobedience and Other EssayLa disobbedienza e altri saggi, Mondadori, Milano, 1982;

– Jacques Sémelin, Senz’armi di fronte a Hitler, Sonda, 1993

– John Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano, 1993

– Howard Zinn, Disobbedienza e decocrazia, il Saggiatore, Milano, 2003

– Giuliano Pontara, Antigone o Creonte. Etica e politica nell’era atomica, Editori Riuniti, Roma, 1990

– Giuliano Pontara, Guerre, Disobbedienza civile, Nonviolenza, EGA, Torino, 1996

– Jeremy Bennet, La resistenza contro l’occupazione tedesca, Quaderni di Azione nonviolenta, n 3

– don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Quaderni di Azione nonviolenta, n. 4

– Martin Luther King, Lettera dal carcere di Birmingham, Quaderni di Azione nonviolenta, n. 14

– AA.VV. Un secolo fa, il futuro. Sei casi storici di resistenza nonviolenta nel Novecento, Quaderni di Azione nonviolenta, n.18

– Centro Studi Sereno Regis, Movimento Internazionale della Riconciliazione; Manuale di Difesa Civile Nonviolenta; Torino 1998.

 

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