I dati da ribaltare, varco del cambiamento necessario

Terz’ultimi in Europa per il lavoro, ultimi per la cultura, terzi per le spese militari.

L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.150725_394172140602971_1790104889_n

Il 1 marzo sono stati resi noti i dati ISTAT sulla disoccupazione italiana – l’assenza forzata di lavoro –  la quale ha toccato la cifra mai raggiunta negli ultimi vent’anni di 3.000.000 (tremilioni!) di disoccupati, cioè quasi il 12 % della popolazione italiana in età lavorativa (che ha perso o non trova un lavoro). Tra i giovani – cioè coloro che rappresentano il futuro e la speranza del Paese – la disoccupazione sale al 38,7%. Lo stesso presidente degli industriali Squinzi ha definito questi numeri – dietro i quali si nascondono enormi drammi umani e familiari – “agghiaccianti”. Con questo dato l’Italia è in fondo alla classifica dell’Unione Europea, terzultima dopo la Grecia e la Spagna.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese

Nell’intervista a Il Mulino dello scorso dicembre (6/2012)   il prof. Tullio De Mauro ricorda che le indagini comparative internazionali sui livelli di alfabetizzazione degli adulti ci dicono che la situazione italiana è catastrofica:  un 5% della popolazione adulta in età di lavoro non è in grado di accedere neppure alla lettura dei questionari perché gli manca la capacità di riconoscere le lettere. Poi c’è un altro 38% che  riconosce le lettere ma non legge. E già siamo oltre il 40%. Si aggiunge ancora un altro 33% che invece legge il questionario al primo livello e al secondo livello, dove le frasi si complicano un po’, si perde e si smarrisce; infine si arriva alla conclusione che solo il 20% della popolazione adulta italiana è in grado di comprendere questioni più complesse, ossia di “orientarsi nella società contemporanea”. In questa indagine siamo al di sotto di qualsiasi standard: tra i Paesi considerati, bisogna arrivare in classifica allo Stato del Nuevo Léon, in Messico, per trovarne uno messo peggio di noi.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di aggressione alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali

Lo stanziamento complessivo di spese militari previste per il 2013 per il Ministero della Difesa è in aumento del 4, 87% rispetto al 2012 – pari a 973,1 mln – per un totale di € 20.935,2 mln di €, come scritto nero su bianco nel documento sullo stato di previsione del Ministero della Difesa. Al quale vanno sommate le voci di spesa militare che risultano dagli altri dicasteri, nel bilancio meno chiaro d’Europa di spesa pubblica militare, come denunciano da sempre lo Stockholm international peace research institute (SIPRI) e la Rete italiana per il disarmo. Al punto che già nel 2011 la stima di spesa complessiva reale era ben oltre i 30 miliardi di euro. Questa cifra pone l’Italia tra i primi tre paesi dell’Unione Europea, dopo Francia e Germania.

Uno studio, spesso citato,  dell’Università del Massachusset  dimostra come investendo un miliardo di dollari nel settore militare si creano (direttamente e indirettamente) 11.200 posti di lavoro, investendo la stessa cifra nel settore delle energie pulite se ne creano 16.800, mentre in quello educativo se ne creano ben 26.700 (di cui 15.300 direttamente) .

Tra i tre principi fondamentali della Costituzione repubblicana e questi dati di realtà si distende il perimetro di gioco sul quale si deve misurare la  nuova politica, il varco attraverso il quale passa necessariamente il cambiamento: tagliare le spese militari, investire le risorse risparmiate in educazione per creare lavoro, civiltà, diritti e pace.  Non è una rivoluzione, è solo il rispetto della Costituzione.

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