Resilienza e coscientizzazione per educare nel tempo della globalizzazione

“Nell’uscire dalla grande crisi abbiamo dimostrato la nostra resilienza», ha detto Barack Obama nel discorso dell’inaugurazione. «Dinamismo resiliente», è la nuova parola d’ordine lanciata quest’anno al World Economic Forum di Davos. (Federico Rampini, su la Repubblica di oggi, 23 gennaio 2013).phpThumb_generated_thumbnail

Nel nostro piccolo, anche noi, avevamo indicato la resilienza come strumento essenziale per non soccombere nel tempo della globalizzazione, proprio a partire da una riflessione sugli USA. In questo articolo del 2006 su Azione nonviolenta, 1-2-3/2006. Forse merita rileggerlo.

Una cartolina dalla globalizzazione: New Orleans

Fiumi di parole sono state versate per descrivere la globalizzazone e allertare sulle sue conseguenze su persone e natura. Oggi possiamo registrare che i fenomeni reali stanno superando anche gli incubi hollywoodiani di fine secolo sul futuro prossimo venturo.
Per giorni New Orleans è regredita allo stato selvatico, con saccheggi, uccisioni e stupri. E’ diventata la città dei morti e dei morenti, una zona post-apocalittica in cui vagano quelli che Giorgio Agamben chiamava “homini sacri”: gli esclusi dall’ordine civile. Molto si potrebbe dire di questa paura che pervade la nostra vita, la paura che per qualche incidente naturale o tecnologico il nostro intero tessuto sociale possa disintegrarsi. Questo sentimento di fragilità dei nostri legami sociali è di per sé un sintomo sociale: proprio quando ci si aspetterebbe uno slancio di solidarietà davanti a una calamità, esplode l’egoismo più spietato. 
In primo luogo ci sono buoni motivi per sospettare che gli Stati Uniti subiscano più uragani del solito a causa del riscaldamento globale causato dall’uomo. In secondo luogo, l’effetto catastrofico dell’uragano è stato in larga misura dovuto a responsabilità umane: le dighe di protezione non erano abbastanza solide e le autorità non erano pronte per la (facilmente prevedibile) emergenza umanitaria. Ma il vero trauma è stato successivo: la disintegrazione dell’ordine sociale. Quasi che in una sorta di azione differita, la catastrofe naturale si ripetesse in chiave sociale.
Questa sequenza di eventi – raccontata da Slavoj Zizek in un reportage intitolato evocativamente Fuga da New Orleans – mette in fila tre elementi concatenati, tutti ascrivibili a quella dinamica complessa che definiamo globalizzazione, che insieme hanno prodotto la tragedia di New Orleans: la massiccia emissione di gas serra nell’atmosfera causa dell’intensificarsi dei fenomeni naturali estremi; l’uso di ingenti risorse economiche per finanziare interventi bellici in giro per il pianeta stornate da interventi interni di prevenzione sociale e protezione civile; la frantumazione dei legami sociali frutto dell’impoverimento di fasce ampie di popolazione, grazie ad anni di ricette economiche neoliberiste e di indottrinamento individualista.

Solo l’educazione “ci può salvare”?

Intanto, gli studiosi dell’insieme dei fenomeni che vanno sotto il nome di globalizzazione da tempo affermano che la politica è pressoché impotente ad intervenire strutturalmente. Ciò che è in corso è una grande espropriazione del “politico” da parte dell’”economico”, il quale sempre più fluttuante e transnazionale, svincolato da ogni legame con la materialità dei territori, detta le priorità nelle agende dei governi. Disinteressandosi degli effetti collaterali – essi sì materiali e locali – ambientali o sociali o di guerra. Anzi, come spiega Zygmunt Bauman, per non aver nulla da temere “l’ordine globale necessita di tantissimo disordine locale 
Perciò chi ha responsabilità educative si trova oggi a fare i conti, senza mediazione, con le conseguenze dei processi di globalizzazione sulle fasce più deboli della popolazione mondiale. E quanto più diventa impotente la politica tanto più gli educatori assumono una nuova responsabilità politica.
E ciò non sfugge ad alcuni grandi vecchi del pensiero educativo contemporaneo.
Edgar Morin rivolse queste parole agli educatori italiani riuniti in convegno a Reggio Emilia nel marzo del 2004: più ci accorgiamo che il mondo sta entrando in uno stato di caos, più possiamo prendere coscienza che sono davanti a noi molti pericoli per l’umanità. Tuttavia mi pare che non siamo ancora sufficientemente consapevoli che andiamo o verso una situazione catastrofica o verso una metamorfosi molto difficile.
E Piero Bertolini specifica che non fare nulla, sia come cittadini sia come intellettuali e segnatamente come educatori e pedagogisti, si trasformerebbe in un colpevole atteggiamento di co-responsabilità nei confronti non solo di ciò che sta accadendo ma soprattutto di ciò che potrà accadere nel futuro.
E infine Franco Cambi, parafrasando Heidegger, afferma perentoriamente che ormai solo l’educazione ci può salvare.
Ma non tutte le risposte educative appaiono all’altezza della sfida.

La globalizzazione chiama, l’educazione risponde

Ciò che comunemente definiamo globalizzazione è la rappresentazione di un insieme di processi che condizionano pesantemente la vita delle persone sotto molti aspetti. Una sua caratteristica è la vischiosità che tende a rendere tutti contemporaneamente sostenitori e vittime di quei processi. L’aspetto più pervasivo è il potere del consumo che non solo è diventato l’elemento che definisce ormai la nuova identità del cittadino – divenuto a tutti gli effetti cliente – ma si espande progressivamente in ambiti un tempo estranei alla cultura del mercato e del consumo. Dopo essersi introdotto prepotentemente nella vita dei bambini attraverso dosi massicce di pubblicità televisive ad essi rivolte, oggi il potere del consumo entra anche in quello che è stato da sempre il santuario dell’educazione e della cultura: la scuola.
Anche in questo caso gli Stati Uniti rappresentano il luogo geografico e sociale dove i cambiamenti si manifestano prima di diffondersi altrove: soltanto nella contea di Broward, a nord di Miami, – scrive Vanni Codeluppi – sono già stipulati oltre 1200 contratti di sponsorizzazione tra le scuole e aziende come Coca-Cola, McDonald’s, Little Cesar Pizza. Tutto si può dare in affitto alle aziende affinché vi mettano la loro pubblicità: aule, corridoi, palestre, mense, pulmini. Persino il tetto della scuola. E naturalmente anche i libri di testo. Ma il caso più clamoroso di ingresso del mondo del consumo nella scuola statunitense è quello di Channel One News, rete televisiva via satellite che opera dal 1990 e oggi è trasmessa in 12 000 scuole. Le scuole aderenti hanno l’obbligo di trasmettere quotidianamente un notiziario della durata di 12 minuti, due dei quali sono riservati alla pubblicità. Quest’ultima è straordinariamente efficace, non soltanto perché viene vista come parte della formazione scolastica, ma anche perché viene fruita in classe, in condizioni di massima attenzione da parte dei ragazzi, che non avendo il telecomando per cambiare canale sono costretti a guardare il programma
E questa è una risposta possibile dell’educazione alla globalizzazione: dare i ragazzi in pasto alle multinazionali.

Due parole chiave: resilienza e coscientizzazione

Un’altra risposta educativa alla globalizzazione è quella che legge le storie di vita dei ragazzi e delle ragazze con gli occhi della complessità. Cioè collocandole all’interno del sistema sociale pervaso dal senso diffuso di incertezza, precarietà e rischio, personale e collettivo. Interrogandosi sui traumi da sradicamento di cui sono portatori i nuovi abitanti delle istituzioni educative, portati dai flussi migratori frutto dell’impoverimento dei sud del mondo. Una risposta educativa che si confronta con territori sociali sempre più attraversati dalla paura, dalla chiusura e dall’egoismo. Che incrocia i conflitti e spesso la violenza, che non è solo quella della guerra o dell’aggressione fisica, ma che molto più spesso è quella strutturale, della povertà, dell’oppressione e dell’ingiustizia, e culturale, dall’indifferenza all’odio per altro.
Questa educazione ha, tra le altre, due parole chiave che sostengono la sua azione: resilienza e coscientizzazione.
La resilienza è propriamente la proprietà che hanno i metalli di tornare alla loro forma iniziale dopo essere stati sottoposti ad uno stress e in campo pisicopedagogico, come spiega Anna Oliviero Ferraris, designa un termine poco usato nella lingua italiana che non ha sinonimi per rimpiazzarlo. Alla resistenza, passiva, la resilienza aggiunge una dimensione dinamica oltre che positiva: la capacità di fronteggiare e ricostruire. E’ la forza d’animo, la capacità di fronteggiare i traumi e le sofferenze che attraversano la vita e ricostruire, riuscire a saltarci fuori attingendo alla riserva interna di energia per superare le avversità.
In un contesto sociale sempre più privo di sicurezze e di punti di riferimento stabili, in cui emerge la fragilità dei legami ed a nessuno è garantita alcuna certezza di benessere né di preservazione dai traumi, educare alla resilienza è uno dei pochi investimenti certi sul futuro dei ragazzi e dei loro/nostri contesti di vita. La resilienza – scrive Elena Malaguti – non significa trionfo delle abilità individuali, non corrisponde al successo, esprime il sentimento di far parte di una società più ampia. Significa, anche, offrire la possibilità di ripristinare i legami sociali, il senso di appartenenza ad un luogo che si percepisce come proprio, nel quale poter fare ritorno e con il quale ricominciare a costruire.

La coscientizzazione

L’educazione alla resilienza, pur necessaria, non è tuttavia sufficiente ad articolare una risposta all’altezza del tempo della globalizzazione. Infatti, oltre ad aiutare i ragazzi a dotarsi degli strumenti di difesa per attraversare le crisi personali e collettive in un mondo sempre più incerto, è necessario costruire strumenti che li aiutino ad orientarsi, a capire, a criticare e a trasformare la realtà.
Negli anni ’70 Paulo Freire, nell’elaborare la pedagogia degli oppressi come strumento di liberazione e pratica di libertà, usava la parola coscientizzazione per indicare l’avvicinamento critico al mondo e alla propria quotidianità per la costruzione di nuove relazioni sociali, fondate sull’uguaglianza e la solidarietà. Dopo trent’anni, di fronte ai fenomeni di impoverimento economico e culturale di fasce sempre più ampie di popolazione mondiale, veicolati sotto il manto ideologico della globalizzazione, la parola coscientizzazione è risuonata ancora molte volte nei tre Forum Mondiali sull’Educazione svoltisi dal 2001 al 2004 a Porto Alegre, riprendendo così nuovo vigore e arricchendosi di ulteriori significati.
Coscientizzazione, per noi oggi, è dunque non dare per scontato lo stato di cose esistenti ma esercitarsi a porre le domande legittime3 che aiutano a decifrarne la realtà più profonda. E’ acquisire la capacità di ricondurre gli effetti della propria condizione sociale alle cause che l’hanno prodotta e di attivarsi per rimuoverle. E’ imparare a guardare le cose decentrandosi dal proprio punto di vista, ascoltando e comprendendo il punto di vista degli altri, ampliando le proprie capacità percettive. E’ acquisire la consapevolezza della interdipendenza globale ed il senso di responsabilità rispetto agli altri ed al mondo in cui viviamo, a partire dai piccoli gesti quotidiani. E’ non fuggire dai conflitti, né accettare la danza della violenza – sia essa strutturale, culturale o diretta – ma agire una danza nuova: quella della loro trasformazione nonviolenta.
Insomma educare oggi alla coscientizzazione significa uscire dalla logica volta alla costruzione di “teste ben piene” e passare a quella dell’aiutare a modellare “teste ben fatte”, ossia capaci di muoversi con consapevolezza nel tempo e nei luoghi della complessità4.

Per concludere: New Orleans è lontana ma Parigi è vicina

Di fronte a scelte politiche nazionali e internazionali che, in ossequio ai dogmi della globalizzazione neoliberista, continuano a tagliare le spese sociali ed educative, le contraddizioni si manifestano in maniera sempre più evidente e violenta, anche in Occidente. New Orleans è lontana ma le periferie di Parigi sono vicine e dunque ci interpellano, proprio come educatori e ri-costruttori di socialità.
Perciò vorrei concludere queste poche righe riprendendo una pagina da La politica perduta di Marco Revelli, per dedicarla a tutti coloro che ostinatamente continuano a spendersi nel lavoro educativo, fondato sulla resilienza e la coscientizzazione, in un mondo che ferocemente rema contro.
Decine, forse centinaia di migliaia di donne e di uomini sono al lavoro, negli interstizi del disordine globale, per <<riannodare i nodi>>, ricucire le lacerazioni, <<elaborare il male>>. Per sciogliere i grumi d’inimicizia che i dislivelli planetari, i conflitti identitari, lo spettacolo osceno dell’ingiustizia rappresentato sul palcoscenico del sistema-mondo, vanno con velocità crescente addensando. Li si trova a Banja Luka e a Prjedor come a Bagdad o in quella terra che solo con impietosa ironia si può continuare a chiamare <<santa>>, nella miseria radicale delle favelas latinoamericane come nel fetore delle periferie africane, nel cuore di Kabul come nelle banlieux di Parigi, o negli slum di New York o di Londra, tra le macerie di Grozny e la polvere di Mogadiscio, a riparare dal basso i danni che i flussi sdradicanti dell’economia e della politica (del Mercato e dello Stato) producono. Sono loro l’unico embrione, fragile, esposto, di uno spazio pubblico non avvelenato o devastato nella città planetaria.
Non sono ancora il presente. Sono tutt’al più un vago presagio di futuro. Di una possibile, inedita, politica del futuro.

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