Sinistra, pace e disarmo: forse è il caso di parlarne

Una riflessione a liste fatte e a mente fredda

Quando la Federazione di SEL Reggio Emilia mi ha proposto la candidatura alle primarie da indipendente – dopo una rapida consultazione con i compagni del Movimento Nonviolento (nel quale sono impegnato nella Segreteria nazionale) – ho deciso di accettare per provare a portare, dal basso e direttamente in campagna elettorale, quei temi che erano rimasti esclusi dalla Carta d’Intenti del centro sinistra: dal taglio delle spese militari al ritiro delle truppe dall’Afghanistan, dalla rinuncia ai caccia F-35 al finanziamento del Servizio Civile Nazionale, dal rispetto dell’art. 11 della Costituzione alla costituzione dei “Corpi civili di pace”.

Portarli in campagna elettorale non come temi a se stanti, aggiuntivi rispetto a quelli sociali tipici di una forza come SEL, da citare perché “fa pacifista”, ma come temi fondanti di un’idea differente dell’agire politico, nel quale il ripudio costituzionale della guerra “come mezzo” e “come strumento” è preso sul serio, come sono presi sul serio i diritti fondamentali del lavoro, dell’uguaglianza, dell’istruzione, della cultura, della difesa dell’ambiente. Per costruire una politica di vera alternativa rispetto ai governi Berlusconi prima e Monti dopo che hanno operato una riscrittura materiale dei nostri “principi fondamentali”, al punto da taglieggiare continuamente i diritti sociali e civili costituzionali e, al contrario, foraggiare insistentemente l’unico disvalore esplicitamente ripudiato: la guerra e la sua preparazione. Al punto che solo poche settimane fa abbiamo assistito alla vera e propria resa della democrazia parlamentare alla sovranità militare, con la delega per la riforma delle Forze Armate al ministro più “tecnico” di tutti, all’ammiraglio Di Paola, volta ad impedire ogni taglio futuro di risorse e a garantire sempre nuovi investimenti sugli armamenti. Una scelta approvata anche da quel Partito Democratico che nei dibattiti dichiara di seguire politiche di pace e poi in Aula vota regolarmente a favore delle spese militari e delle missioni di guerra.underfunded_s4

Dunque ho accettato la proposta di candidatura, seppur con la prospettiva di una “campagna elettorale” dai tempi impossibili, dalla vigilia di Natale alla vigilia dell’ultimo dell’anno. Ed ho già ringraziato le 204 persone che mi hanno votato.

A questo punto – a liste fatte e a mente fredda – oltre a ringraziare SEL per aver avuto questa apertura nei confronti di candidati portatori dei temi della pace e del disarmo, che si è manifestata anche in altri collegi da Nord a Sud – da Francesco Vignarca portavoce della campagna “Taglia le ali alle armi” nel collegio Lombardia 2 a Giuliana Sgrena giornalista pacifista de “il manifesto” nel collegio di Roma ad Angelica Romano esponente di “Un ponte per” a Napoli – non posso non esplicitare un dato di realtà e di preoccupazione: nessuno di questi conosciuti candidati “pacifisti” (tanto meno il sottoscritto) ha avuto un numero sufficiente di consensi da poter essere inserito nelle liste elettorali definitive in posizione eleggibile. Nonostante la centratura tematica dei documenti nazionali e l’impegno degli amministratori territoriali di SEL nel far approvare odg e mozioni contro i caccia F-35 in circa settanta Enti Locali, se queste elezioni primarie volevano essere anche un test per sondare il livello di pacifismo delle liste, ebbene tutti i candidati pacifisti sono stati respinti!

Certo, ciascuna circoscrizione ha caratteristiche locali specifiche e personalmente non amo esercitarmi in analisi di dati (pre)elettorali – scienza che non frequento – ma questa generale debacle di tutti i candidati di area pacifista e nonviolenta non può non saltare agli occhi e porre un problema squisitamente politico: fino a che punto è avvertito come centrale nella cultura politica dalla sinistra in generale, e di SEL in particolare, il tema urgente del disarmo? Fino a che punto è chiara e diffusa la consapevolezza che siamo nel pieno del più grave riarmo della storia dell’umanità? Quanti elettori conoscono il dato che in questo momento di epocale crisi economica e sociale, si spende complessivamente in armamenti in un solo giorno più del doppio di quanto è il bilancio ONU – per tutte le altre attività civili globali – di un intero anno, come denuncia da tempo l’inascoltato Ban Ki Moon? Fino a che punto si sa che in Italia gli stessi liberisti che vogliono privatizzare scuola, pensioni e sanità tengono ben stretto nelle mani dello Stato una multinazionale degli armamenti come Finmeccanica? Fino a che punto si è a conoscenza che la Grecia è stata costretta a svuotare i granai per riempire gli arsenali, dalle stesse potenze che chiedono ai greci continui sacrifici per stare nell’euro? Fino a che punto è chiara la consapevolezza che se non si risolve il buco nero della folle corsa agli armamenti, nazionale e internazionale, non c’è modo di uscire dalla crisi in atto, se non attraverso lo strumento della guerra, come ha tragicamente insegnato la storia del XX secolo? Fino ha che punto, insomma, è presente nella coscienza della sinistra diffusa che il tema del disarmo – oggi più che mai – non è un accessorio fiore all’occhiello ma, come direbbe Aldo Capitini, l’inevitabile ”varco attuale della storia”?

E, si badi, non è solo un problema di SEL: quanti candidati pacifisti saranno collocati in posizioni eleggibili nelle liste arancioni del dott. Ingroia, oltre all’annunciato Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace? L’assalto alla diligenza al quale stiamo assistendo non annuncia niente di buono, neanche da quelle parti….Mentre sarebbe stata una salutare boccata di aria pura, per la sinistra nel suo insieme, una concorrenza virtuosa proprio su questi temi.

Insomma, adesso che la sinistra si candida a governare, mi pare sia tempo di riaprire un ragionamento di cultura politica sul tema del rapporto tra sinistra, pace e disarmo. Come direbbe il movimento delle donne: se non ora quando?1342099344-no-f35-no-to-military-spending_1329368

P.S. Intanto speriamo (e faremo quanto ci è possibile) che almeno vada bene in Veneto a Giulio Marcon, coordinatore della campagna “Sbilanciamoci”, candidato nel “listino” nazionale di Nichi Vendola, ed in Emilia Romagna alla brava Cinzia Terzi, attivista infaticabile della solidarietà internazionale, arrivata prima tra le donne per la Camera dei deputati.

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