40 anni dopo, rimane da conquistare il diritto alla difesa civile, non armata e nonviolenta

Le conclusioni al Convegno nazionale “Avrei (ancora) un’obiezione!” (pubblicato su Azione nonviolenta n.1-2/2013)AN gen feb 2013

L’appuntamento con i 40 anni dalla Legge ‘772 del 1972, che per la prima volta consentiva alla possibilità di dichiararsi obiettore di coscienza e di svolgere il servizio civile alternativo, per il Movimento Nonviolento è il compimento di un anno importante sul piano simbolico ma, soprattutto, su quello del proprio impegno politico. E’ un anno iniziato il 24 settembre del 2011 con la Marcia Perugia-Assisi, in occasione dei 50 anni della prima Marcia della Pace, voluta da Aldo Capitini, e proseguito con gli eventi legati ai 50 anni dalla propria fondazione, a cura dello stesso Capitini e di Pietro Pinna. Un anno dedicato non tanto alle celebrazioni ma alla questione – urgente – dell’impegno per il disarmo.

Anche questo importante convegno, intitolato non a caso Avrei (ancora) un’obiezione! – organizzato congiuntamente dal Movimento Nonviolento e dalla Conferenza Nazionale degli Enti di Servizio Civile – non è stato solo il doveroso omaggio ad una storia, alla nostra storia iniziata con la scelta solitaria di Pietro Pinna, ma ha messo in dialogo la Storia con il presente, attraverso la messa a fuoco del filo rosso tra la storia delle lotte per l’obiezione di coscienza ed il Servizio Civile Nazionale di oggi, dimostrando che questo legame non è soltanto quello di carattere generativo – perché senza l’obiezione di coscienza non ci sarebbe stato oggi il servizio civile – ma è un legame saldo e resistente, fondato sui contenuti comuni dell’obiezione di coscienza e del servizio civile, sia rispetto ai fini che rispetto ai mezzi.

Esplicitiamolo ancora una volta.

Il legame rispetto ai fini

Le motivazioni sulle base delle quali si è dipanata la storia personale e collettiva della “nostra” obiezione di coscienza sono ragioni politiche: l’opposizione integrale alla guerra ed alla sua preparazione. E la preparazione della guerra oggi ha raggiunto proporzioni inimmaginabili non solo nel 1972, ma in tutta la fase della cosiddetta “corsa agli armamenti” della “guerra fredda”. Oggi è di gran lunga superato il picco di spesa militare di quella fase storica e – in una fase di crisi economica globale – si sperperano nel mondo oltre 1.700 miliardi di dollari in armamenti. Si svuotano letteralmente i granai per riempire gli arsenali. Il nostro Paese, a picco in tutti gli indicatori sociali, svetta ai primi posti per le spese militari e conferma l’impegno per l’acquisto dei caccia F-35, il più faraonico e anticostituzionale programma di armamenti della nostra storia.

Dunque, le ragioni dell’obiezione di coscienza che hanno spinto molti nelle carceri militari sono tutte presenti ancora oggi. Abbiamo (ancora) un’obiezione! Anzi molte obiezioni.

Il legame rispetto ai mezzi

E’ vero che i Costituenti non inserirono l’obiezione di coscienza tra i diritti costituzionali, ma l’art. 11 della Costituzione repubblicana sancisce il ripudio della guerra come “mezzo” e come “strumento”, indicando cosi la strada della necessaria ricerca di “mezzi” e “strumenti” alternativi per la risoluzione dei conflitti internazionali e per la difesa della Patria.

La legge istitutiva del Servizio Civile Nazionale, pur con molti limiti, recepisce questa fondamentale eredità della lotta degli obiettori di coscienza e indica, come prima finalità dell’istituto del SCN proprio quella di “concorrere, in alternativa al servizio militare, alla difesa della Patria con mezzi e attività non militari”. E’ l’ingresso (in verità già ben anticipato nella legge del 1998) nel nostro ordinamento di una modalità alternativa di difesa della Patria, che non solo la politica non ha preso sul serio – delegando anzi direttamente con il governo Monti la politica della difesa ad un ammiraglio – ma temo neanche lo stesso movimento per la pace e gli Enti di servizio civile. Eppure, esplicitare fino in fondo tutte le implicazioni culturali e politiche di questa innovazione legislativa, consentirebbe di mettere a fuoco una serie di importanti “effetti collaterali”, ma sostanziali:

  • se concorrenza ci deve essere tra le due forme di difesa, in realtà si tratta attualmente di una concorrenza assolutamente sleale sul piano delle risorse messe a disposizione per ciascuna di esse: decine di miliardi di euro per la difesa militare (messi al sicuro anche per i prossimi anni con la legge-delega “Di Paola” dello strumento militare, votata in modo bipartisan dal Parlamento), poche decine di milioni per la difesa civile (nel corso degli anni sempre più calanti, incerti e di risulta). Dunque è necessario che difesa militare e difesa civile (cioè la difesa non armata e nonviolenta) abbiano, almeno, pari dignità.
  • Se è necessario difendersi, bisogna rivedere i concetti di minaccia e di sicurezza, ponendosi la seguenti domande di fondo: da chi o da che cosa dobbiamo difenderci? Quali sono le vere minacce alla nostra sicurezza? Quelle rappresentate, per esempio, da un eventuale attacco militare della Corea del Nord oppure la precarietà, la povertà, l’analfabetismo, le mafie, il dissesto del territorio e così via? Quale difesa è più pronta a rispondere a queste minacce reali, quella militare e quella civile?
  • Quando si tratta di far fronte ai conflitti internazionali, “mezzi e le attività non militari” sono quelli rappresentati dai Corpi civili di pace, mai messi neanche a progetto; “mezzi” e “strumenti” militari – dopo gli ossimori delle “guerre umanitarie” – diventeranno i caccia d’attacco F-35, per i quali si spendono almeno 15 miliardi di euro: quali di questi mezzi sono coerenti con la lettera e lo spirito dell’art.11, principio fondamentale della Costituzione italiana?

Il nostro compito, oggi.

Allora, affinché il “concorrere con mezzi e attività non armate” alla difesa della Patria non sia mera retorica, ma sia reso possibile quanto stabilito dalla legge dello Stato istitutiva del SCN, è necessario un cospicuo e stabile trasferimento di risorse dall’abnorme spesa per la difesa militare a vantaggio della difesa civile. Ed è altresì necessario ridare vita al Comitato consultivo per la difesa non armata e nonviolenta, perché la difesa della Patria non è mero affare di “politiche giovanili”.

E’ questo il compito dell’oggi. Così come gli obiettori di coscienza hanno conquistato il diritto al Servizio civile nazionale per tutti, oggi la generazione dei volontari civili, insieme al movimento per la pace e la nonviolenza, deve conquistare il diritto alla “difesa civile, non armata e nonviolenta” di tutti e per tutti.

Su questo possono, e devono, svolgere un compito fondamentale anche gli Enti di servizio civile, i quali, per esempio, non devono considerare (come spesso avviene) la formazione generale come un pegno da pagare alla legge (ed alle sue “linee guida”), ma il momento fondamentale del processo di “coscientizzazione” – per dirla con Paulo Freire – dei giovani volontari, sostenendone il passaggio da giovani “civilisti” (orrendo termine spesso utilizzato) in consapevoli “difensori civili della Patria”. Incoraggiandone, anzi, un diretto impegno culturale e politico – perché quella non sia una formula vuota – entrando a far parte del più ampio movimento nonviolento e per la pace, in una lotta che ha la stessa dignità di quelle passate degli obiettori di coscienza e soprattutto ha lo stesso avversario di sempre, ma ancora più agguerrito: la guerra e la sua preparazione.

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