Ma io che cosa posso fare?

La domanda da porsi di fronte alle guerre, a Gaza e ovunque

Domenica 18 novembre, il giorno peggiore della strage degli innocenti bambini di Gaza, ero a Peschiera del Garda con alcuni degli obiettori di coscienza che fino al 1972 – anno di approvazione della legge che riconosceva per la prima volta la “concessione” dell’obiezione di coscienza – sono stati incarcerati nel tetro carcere militare. Con loro abbiamo visitato questa famigerata fortezza, che ha visto durante l’occupazione nazi-fascista passare i prigionieri antifascisti e nei primi decenni della Repubblica i prigionieri per la pace.
Il loro racconto, ancora lucido e appassionato, mi ha confermato questa doppia consapevolezza:
1. l’impegno per la pace non è compito di qualcun altro, ma riguarda la scelta personale di ognuno di noi. Ha a che fare con il coraggio con cui ciascuno esercita il proprio potere, che è sempre maggiore di quello che si suppone di avere, assumendosene fino in fondo la piena responsabilità.
2. l’impegno costruttivo per la pace non è un elemento accessorio, che si può prendere in considerazione solo come protesta transitoria alle guerre volute da altri – per poi passare a questioni più contingenti appena non se ne senta più l’eco – ma è una costruzione continua e di lunga durata, che cresce per aggiunte successive, a partire da ciò che ciascuno direttamente può fare. Sempre e dovunque si trovi ad operare.
Eppure in molti, nell’epoca di internet e dei social network, si ricordano di Gaza, della Siria, del Congo, dell’Afghanistan o delle molte altre guerre dimenticate nel mondo, solo quando, e se, i media – social o capital – ci sbattono in faccia i corpi martoriati di vittime straziate, ma se ne dimenticano appena quei corpi spariscono. E con essi l’indignazione, pronta ad andare alla deriva, inseguendo l’ultimo twit indignato, l’ultimo appello anticasta (che, guarda caso, dimentica sempre la casta militare) o l’ultima campagna mediatica di rottamazione.
Eppure, quando Ban Ki Moon, Segretario generale delle Nazioni Unite, denuncia l’impossibilità di agire, anche per far rispettare le risoluzioni, con un bilancio economico dell’ONU che, per un anno di attività, equivale alla metà di quanto si spende in un solo giorno nel pianeta per le spese militari, questo appello passa pressoché sotto il silenzio di tutti. Quando i ricercatori del SIPRI di Stoccolma ci avvertono, ormai da anni, che le spese militari globali hanno superato di gran lunga quelle del picco della cosiddetta “corsa agli armamenti” dell’epoca della “guerra fredda” – da tempo impallidita rispetto ai 1.740 miliardi di dollari di spese attuali – quasi nessuno ne pretende dal proprio governo, che magari sostiene in parlamento, la riconversione in spese civili e sociali, contro la crisi globale. Quando i pacifisti e i nonviolenti italiani denunciano gli affari di guerra, nei quali lo stesso governo italiano è implicato, attraverso il “gioiello di Stato” Finmeccanica, che fa affari sul sangue delle vittime con tutti gli Stati in guerra, a cominciare proprio dal governo israeliano, come denunciato per tempo dall’inchiesta del giornalista Antonio Mazzeo (http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2012/11/incursori-della-marina-per-rafforzare-i.html) – “a febbraio, il governo di Israele ha ufficializzato l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia-addestratori M-346 “Master”di Alenia Aermacchi(Finmeccanica). I velivoli saranno assegnati alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’aeronautica militare; oltre alla formazione dei piloti e al supporto alla guerra elettronica, essi potranno essere utilizzati per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave” – tutto questo non entra nelle agende della politica, nelle Carte d’intenti sottoscritte da chi si candida a governare, come non entra nei nei talk show del dopo cena, che non a caso si chiamano così, “spettacolo di parole”.
Allora, la domanda che ciascuno di noi può porsi, al di là dell’indignazione del momento, è chiedersi “che cosa posso fare” – personalmente e tutti i giorni – nel mio partito, nella mia associazione, nella mia parrocchia, nel giornale per cui scrivo, nella scuola e nell’università…, perché l’impegno per la pace non sia occasionale, ma sia continuativo e strategico, contro la preparazione delle guerre, per il disarmo generale, per la costruzione di strumenti di risoluzione dei conflitti internazionali che non prevedano l’uso delle armi, per la riconversione dell’industria bellica, per il rispetto della Costituzione italiana e della Carta delle nazioni unite, per il diritto alla pace come bene comune? Insomma, che cosa posso fare, qui ed ora, contro le guerre e la loro continua preparazione?
E’ questa la domanda che si fanno i giovanissimi obiettori di coscienza israeliani che – in uno dei Paesi più militaristi del mondo – rifiutano il pesante obbligo militare, che li porterebbe ad essere complici dell’oppressione palestinese, e finiscono a marcire per anni nelle prigioni dello Stato, spesso biasimati e considerati pazzi dai loro stessi amici e parenti. Com’è accaduto, fino a 40 anni fa, agli obiettori di coscienza italiani, i quali per affermare il diritto all’obiezione di coscienza ed al servizio civile, erano imprigionati e vessati, nel corpo e nell’animo.
E’ questa la domanda che dovremmo porci tutti, oggi, per contribuire ad archiviare definitivamente la barbarie della guerra e la sua lucrosa e dannosa preparazione, che ci riguarda direttamente, e non retoricamente, anche se avviene a Gaza, o in Congo, o in Afghanistan o in Siria. Per affermare il diritto al disarmo e alla difesa civile e sociale, non armata e nonviolenta, della nostra Patria e la costruzione di un ordine internazionale fondato sulla capacità di intervenire nei conflitti con la forza della nonviolenza e con i Corpi civili di pace. Temi che quasi nessuno ha all’ordine del giorno delle sue priorità politiche. Eppure corrispondenti ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana, che non prevede uno Stato armato fino ai denti e spacciatore di armi per le guerre proprie, ma anche altrui, e dunque complice – nel nostro nome – di stragi e massacri.
Proviamo a dare – ciascuno di noi – una risposta onesta e convincente a questa domanda, prima che le immagini siano oscurate e l’indignazione pure.

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1 Commento

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Una risposta a “Ma io che cosa posso fare?

  1. Laura

    dovremo trovare il modo di non finanziarli più… non pagare le tasse, per farlo dobbiamo organizzarci soprattutto per la sanità autogestita.
    è con i nostri soldi che loro finanziano le guerre, quindi reti di produzione e consumo dove la distanza tra produttore e consumatore è pressoché inesistente in modo che si possa controllare direttamente che non ci siano sfruttamento e finanziamenti alle guerre.
    c’è da uscire quindi anche l’energia che consumiamo deve essere controllabile.
    Rifiuti zero, internet autonoma, ecc….
    insomma c’è ogni giorno da stare attenti con le nostre azioni chi finanziamo, chi appoggiamo, non è indifferente ciò che fa il singolo, e per questo si deve unire a chi gli sta vicino per fare tutto ciò..

    Mi piace

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