Archivi del mese: ottobre 2012

Cari Bersani, Vendola e Nencini, tra gli Intenti avete dimenticato il Disarmo

In occasione del termine della Settimana ONU per il Disarmo (24-30 ottobre 2012), il Movimento Nonviolento ha scritto una lettera aperta ai partiti del centro-sinistra, impegnati nel confronto per le primarie, chiedendo un impegno maggiore ed esplicito contro le spese militari e per l’abolizione del programma di acquisto dei cacciabombardieri F35.

Lettera aperta del Movimento Nonviolento

ai Segretari nazionali dei partiti firmatari della Carta d’Intenti per l’Italia Bene Comune:

Pierluigi Bersani – PD

Nichi Vendola – SEL

Riccardo Nencini – PSI

Gentili Segretari,

abbiamo letto con attenzione i 10 punti della Carta d’Intenti per l’Italia Bene Comune, da voi sottoscritta, ed abbiamo dovuto constatare che dei temi del disarmo, del taglio alle spese militari, della rinuncia ai caccia- F35 non v’è traccia. Come non v’è traccia del ritiro dall’Afghanistan delle nostro truppe d’occupazione, dove sono dislocate nel pieno ripudio della Costituzione, piuttosto che della guerra. Insomma, avete dimenticato proprio l’undicesimo punto, l’undicesimo intento – la pace bene comune – corrispondente all’art. 11 della Costituzione italiana “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Non basta evocare la “pace”, bisogna indicare i mezzi con i quali la si vuole raggiungere, e noi pensiamo che il mezzo principale sia quello del disarmo.

Eppure alcuni di voi, e diversi autorevoli esponenti dei vostri partiti, hanno partecipato il 24 settembre del 2011 alla Marcia della Pace per la fratellanza tra i popoli – nel 50° anniversiario di quella voluta da Aldo Capitini – dalla quale è emersa la nuova “Mozione del popolo della pace” che impegnava tutti i partecipanti a operarsi, tra le altre cose, per “ripudiare la guerra e tagliare le spese militari”.

Eppure, alcuni di voi, e diversi autorevoli esponenti dei vostri partiti, nei mesi e nelle settimane passate, hanno espresso dichiarazioni contro l’acquisto dei famigerati cacciabombardieri d’attacco F-35, la più faraonica dotazione di sistemi d’arma della storia – confermata anche dal governo in carica – ma fortemente contraria alla spirito ed alla lettera della Costituzione italiana.

Dalla Marcia della Pace in poi, sessanta Enti Locali – tra comuni, province e regioni – da nord a sud, governati in grandissima parte dai vostri partiti hanno votato mozioni contro l’acquisto dei cacciabombardieri, mettendo in evidenza come, perdipiù, questa astronomica spesa di oltre 15 miliardi di euro – che si aggiunge alla spesa militare annua italiana di circa 23 miliardi di euro (dati SIPRI) – sia sottratta ai cittadini che, in questa fase di grave crisi economica, si vedono tagliare e ridurre, settimana dopo settimana, il lavoro, i servizi sociali e sanitari, la scuola e la ricerca, il valore degli stipendi e allontanare il momento della pensione.

Ci aspettiamo, da chi si prepara a governare la Repubblica, giurando sulla Costituzione italiana, un impegno esplicito per il disarmo, a partire dalla drastica riduzione delle spese militari. Per questo ricordandovi l’ammonimento del Presidente Pertini – profetico anche rispetto alla crisi attuale – “si vuotino gli arsenali strumenti di morte, si colmino i granai strumenti di vita”, vi chiediamo di rimediare, aggiungendo alla Carta d’Intenti il numero 11: riduzione delle spese militari / abolizione dell’acquisto degli F35 / ritiro delle truppe dall’Afganistan.

Lo facciamo come esponenti del Movimento Nonviolento, fondato da Aldo Capitini, partecipe da 50 anni alla vita politica e culturale del nostro paese. Lo facciamo come cittadini che si apprestano ad esercitare il diritto/dovere del voto per dare un futuro migliore al nostro paese.

Per il Movimento Nonviolento

http://www.nonviolenti.org

Pasquale Pugliese, Segretario

Mao Valpiana, Presidente

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A ciascuno di fare qualcosa. Dovunque c’è qualcosa da fare

E’ iniziata oggi la Settimana internazionale per il Disarmo.
Pubblichiamo un importante documento del Movimento Nonviolento.

Tutti gli anni le Nazioni Unite celebrano dal 24 al 30 ottobre la
“Settimana per il disarmo”. La giornata di avvio della Settimana non è
casuale ma è il giorno in cui cade l’anniversario della fondazione
delle stesse Nazioni Unite, il 24 ottobre 1945. La “Settimana per il
disarmo” è stata istituita dal’Assemblea Generale nel 1978, con un
documento (Risoluzione S-10/2) nel quale si richiama l’attenzione di
tutti gli Stati sull’estrema pericolosità della corsa agli armamenti e
si incoraggiano a compiere gli sforzi per porvi fine e a sensibilizzare
l’opinione pubblica sull’urgenza del disarmo.
Oggi la corsa agli armamenti è di gran lunga più grave e accelerata del
1978 e le spese militari globali hanno raggiunto la somma astronomica
di oltre 1.700 miliardi di dollari annui – cifra mai raggiunta, in
termini reali, nella storia dell’umanità – che corrisponde a più di 4,6
milardi di dollari al giorno, “somma che da sola è quasi il doppio del
bilancio delle Nazioni Unite di un anno”, ha denunciato, inascoltato,
Ban Ki Moon Segretario generale dell’ONU lo scorso 30 agosto.
Il disarmo oggi è, dunque, ancora più urgente di quando la Settimana
fu istituita ed essa non può esaurirsi in mero pretesto per
dichiarazioni retoriche, ma – se vogliamo davvero costruire la pace –
deve diventare la settimana dell’impegno di tutti per il disarmo. A
ciascuno di fare qualcosa.

10 Tesi per il Disarmo
(e un’appendice importante)
A ciascuno di fare qualcosa, dovunque c’è qualcosa da fare

1. I governi nel loro insieme non hanno mai speso tanto per la guerra,
neanche nel periodo della cosiddetta “corsa agli armamenti”. Nel decennio
2002-2011 le spese militari sono anzi aumentate di oltre il 50 % ed hanno
ampiamente superato il picco raggiunto durante la “guerra fredda”.

2. Gli armamenti sono una tragedia in atto sia quando vengono usati,
perché producono guerre, morte e distruzione, sia quando vengono
accumulati perché sottraggono preziose risorse pubbliche alle spese
civili. Cioè alla vera sicurezza. Lo afferma con autorevolezza anche il
Segretaio generale delle Nazioni Unite: “Gravi problemi di sicurezza
possono sorgere a causa di tendenze demografiche, povertà cronica,
disuguaglianza economica, degrado ambientale, pandemie, crimine
organizzato, repressione e altri processi che nessuno Stato può
controllare da solo. Le armi non sono in grado di risolvere tali
problemi”(30 agosto 2012).

3. Il riarmo è sempre una sciagura per l’umanità, ma lo è in maniera ancor
più grave, quando avviene nel pieno di una gravissima crisi economica come
l’attuale. Si veda il caso della Grecia dove è previsto anche per il 2012
un aumento del 18 % delle spese militari (che ormai rappresentano il 3 %
del PIL) rispetto all’anno precedente, mentre 400.000 bambini in età
scolare hanno problemi di malnutrizione (dati UNICEF), senza alcuno
scandalo delle autorità monetarie europee che invece chiedono ulteriori e
crescenti tagli ai salari, alle pensioni, alla sanità, al lavoro.

4. Eppure, il tema del riarmo in atto è competamente rimosso dalle agende
politiche nazionali e internazionali. Gli stessi appelli del Segretario
generale delle Nazioni Unite – quando sostiene che “tali armi sono inutili
contro le minacce odierne alla pace e alla sicurezza internazionali. La
loro stessa esistenza è destabilizzante: più sono pubblicizzate come
indispensabili, maggiori sono gli incentivi alla loro proliferazione”(30
agosto 2012) – cadono nel vuoto, nel silenzio dei mass media,
nell’indifferenza dei governi.

5. Altrettanto rimosso è il tema speculare del disarmo. Mentre durante il
confronto armato Est-Ovest la politica, gli intellettuali, i giornali
avevano all’ordine del giorno delle proprie agende la preoccupazione
attiva per il disarmo; oggi, di fronte alle molte guerre in atto ed in
preparazione, e seduti sulla più grande polveriera globale mai accumulata
– convenzionale e nucleare – e della quale i conflitti in corso sono
pericolosissime micce accese, nessuno si preoccupa più dell’urgenza del
disarmo. Neanche in Italia questo tema è presente nelle “Carte d’Intenti”
di chi si candida a governare.

6. Eppure, anche in Italia – come in Grecia – a fronte degli innumerevoli
tagli alla spesa pubblica, civile e sociale, l’unico settore di spesa
immune alle forbici continua ad essere quello, incivile e asociale, delle
spese militari. Senza che nessun governo si impegni seriamentre a ridurle
per destinare le cifre risparmiate alla difesa della Patria dalle vere
minacce in atto: disoccupazione, povertà, mafie, degrado
ambientale…Anzi, lo stesso Ministero della Difesa – in un palese quanto
taciuto conflitto d’interessi – è attualmente nelle mani di un Ammiraglio
della Marina Militare che difende, costi quel che costi, la scellerata
decisione dell’acquisto dei caccia F-35.

7. I cacciabombardieri d’attacco JSF (Joint Strike Fighter) F-35,
invisibili ai radar e capaci di trasportare testate nucleari, sono il più
grande progetto di riarmo offensivo della nostra storia. Il cui costo
reale – maldestramente tenuto nascosto dai militari anche al Parlamento
italiano – pur con la riduzione da 131 a 90 esemplari si aggira intorno ai
15 miliardi di euro, che si aggiungono agli annuali 23 miliardi di euro
per le spese militari “ordinarie”. Con l’equivalente di uno solo di questi
mostri si potrebbero mettere in sicurezza 500 scuole, o con l’eqiovalente
del costo di sette ali si potrebbero ricostruire gli ospedali di
Mirandola, Carpi e Finale Emilia colpiti dal terremoto…L’ottusa
ostinazione all’acquisto da parte del Governo, sordo a tutti gli appelli
del popolo della pace, è dunque immorale, antieconomica e
anticostituzionale.

8. Anticostituzionale, a meno che l’articolo 11 della nostra Costituzione
– “Principio fondamentale” che “ripudia la guerra come strumento di offesa
alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle
conroversie internazionali” – non sia stato vittima di una tacita
riscrittura golpista che lo ha trasformato, più o meno, così: “L’Italia
prepara la guerra come strumento di offesa all’integrità degli altri Stati
e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, a
questo scopo, alle limitazioni del bilancio dello Stato in tutti i settori
della spesa pubblica, tranne quello della spesa militare che può, al
contrario, dotarsi dei più distruttivi sistemi d’armi disponibili sul
mercato”. Riscrittura inquietante? Certo, ma aderente alla realtà.

9. Come se non bastasse questo dispendio di risorse pubbliche per la
guerra, l’Italia è anche campione della produzione e del commercio delle
armi – tra i primi dieci paesi al mondo – attraverso la multinazionale
Finmeccanica, controllata al Governo italiano che ne è l’azionista di
maggioranza. Ciò significa che mentre il nostro Paese si riarma
pesantemente, e mentre da vent’anni è impegnato continuativamente in
guerre in in giro per i mondo – nel pieno ripudio della Costituzione
formale (ma in ossequo a quella tacitamente riscritta) – le armi italiane,
pesanti e leggere, sparano e uccidono, ogni giorno, in tutte le guerre del
Pianeta, in nome e per conto del popolo italiano.

10. Troppe volte nella storia dell’umanità abbiamo visto le crisi
economiche internazionali sfociare in guerre regionali o mondiali.
L’attuale fase di riarmo non prelude a niente di buono. La fame, la
siccità, la desertificazione che avanzano in molte aree del Pianeta
preparano gravi scenari di crisi. L’unica risposta possibile è quella
indicata dal presidente Pertini: “svuotare gli arsenali strumenti di morte
e colmare i granai strumenti di vita”. Cioè il rovesciamento della vecchia
massima “se vuoi la pace prepara la guerra” in quella nuova e nonviolenta,
proposta da Aldo Capitini, “se vuoi la pace prepra la pace”.

Appendice.
Il Movimento Nonviolento – sezione italiana della War Resister’s
International – continua la Campagna per il Disarmo: mettiti in contatto
con noi, cercaci sul web, su facebook, abbonati ad “Azione nonviolenta”,
la rivista fondata da Aldo Capitini e porta l’impegno per il disarmo sul
tuo territorio, nella tua scuola, nella tua associazione, nel tuo partito,
nel sindacato, all’università. Dovunque c’è qualcosa da fare. A ciascuno
di fare qualcosa.

Movimento Nonviolento
http://www.nonviolenti.org

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Un nuovo impegno per il disarmo (militare e culturale) di fronte al più grave riarmo della storia

Uscito su “Azione nonviolenta-speciale disarmo” (8-9/2012), pubblichiamo oggi questo articolo in preparazione della Settimana internazionale per il Disarmo, che inizierà il 24 ottobre

Un mondo in pieno riarmo (e nessuno lo dice)
Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute, la più autorevole agenzia internazionale di monitoraggio delle spese militari(1), nel 1988 – anno che precede l’abbattimento del “muro di Berlino” – durante il quale si raggiunse il picco di spesa dell’epoca della “corsa agli armamenti”, le spese militari globali viaggiavano ben oltre i 1.400 miliardi di lollari (calcolati in US $ costanti 2010). Era l’inizio della fine dell'”equilibrio del terrore” durante il quale gli USA, la principale potenza mondiale, avevano una spesa militare annua di 540 mld di dollari e l’URSS la potenza antagonista spendeva 330 mld di dollari. Contro questa assurda escalation riarmista, anche nucleare, lungo tutti gli anni ’80 si sviluppò un imponente Movimento per il disarmo negli USA, in Europa, in Italia. “Corsa agli armamenti” e “disarmo” erano i temi all’odg nelle agende dei mezzi di informazione, dei partiti, della società civile, degli intellettuali.
La fine del mondo bipolare, con le rivoluzioni nonviolente nei paesi del blocco sovietico (imploso anche per essere più riuscito a sostenere quella dispendiosa rincorsa), aprono un nuovo scenario storico che in un primo tempo sembra portare ad una sorta di “dividendo di pace” – nonostante le guerre nel Golfo Persico e nella ex Jugoslavia – che riduce le spese militari globali: nel 1998 la Russia “crolla” a 20 mld di dollari; nel 1999 gli Usa spendono “appena” 367 mld di dollari.
Poi, dopo l’11 settembre 2001, la corsa globale agli armamenti riprende con un ritmo vorticoso, fino a raggiungere nel 2011 un nuovo picco: negli USA tocca la cifra di 711 mld di dollari (+ 30 % rispetto al 1988) ossia il 41% della spesa globale; nello stesso anno in Russia sale a 72 mld di dollari; si registra un grande balzo in avanti della Cina che raggiunge i 143 mld di dollari; l’Unione europea nel suo insieme, pur strangolata da una crisi economica senza precedenti, spende l’incredibile cifra di 407 mld di dollari, ossia molto di più di quanto spendeva l’URSS nel suo momento di massima espansione imperialista, prima del crollo. Insomma, la spesa militare globale raggiunge oggi la cifra stratosferica di 1.740 mld di dollari, mai raggiunta nella storia dell’umanità: un enorme processo di riarmo, in piena crisi economica globale.
Eppure (quasi) nessuno lo dice. Il riarmo e il disarmo sono i grandi temi rimossi di questo passaggio storico, usciti dall’agenda politica, dal circuito informativo, dall”orizzonte culturale e dunque dalla coscienza collettiva.

Il ripudio della Costituzione italiana
Il nostro Paese è stabilmente, da molti anni, tra le prime dieci potenze militari – nel 2011 mantiene i suoi 34,5 mld di dollari (equivalenti a 26 mld di euro) – e da vent’anni è consecutivamente impegnato in azioni di guerra nei vari scenari internazionali, alla “difesa” o meglio alla conquista dei cosiddetti “interessi nazionali” , spacciate per ossimoriche “missioni di pace”. E’ l’applicazione del cosiddetto “nuovo modello di difesa”, che “giustifica”, tra le altre cose, anche l’acquisto dei cacciabombardieri d’attacco F 35, in pieno contrasto con il sistema normativo italiano. A cominciare dalla Costituzione.
La Costituzione italiana si occupa dei temi della difesa in due articoli.
Il primo, l’art. 11, è uno dei dodici “principi fondamentali”, cioè i principi che formano l’architrave del nostro Patto di cittadinanza, nel quale si “ripudia la guerra” non solo “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma anche come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Questo principio fondamentale, unico articolo della Costituzione nel quale si usa la forza del verbo ripudiare, è la negazione della tradizione politica della “ragion di Stato”, della politica intesa come “fine che giustifica i mezzi”, ed è contemporaneamente l’apertura e l’orientamento alla ricerca di “strumenti” e “mezzi” alternativi alla guerra.
Il secondo, l’art. 52, afferma solennemente che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” e aggiunge che “il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge”. La Corte Costituzionale già nel 1985, sulla spinta del movimento degli obiettori di coscienza, aveva sentenziato che l’art. 52 va letto e interpretato scindendo il primo dal secondo comma, perché la difesa della Patria è un dovere per tutti i cittadini, non solo degli abili ed arruolati nelle forze armate. Il secondo comma si riferisce pertanto ad una modalità di difesa della Patria, quella armata – che oggi vede comunque “sospesa” l’obbligatorietà del servizio militare – accanto alla quale ce n’è un’altra: quella disarmata.
In diretto riferimento a questi principi costituzionali, la legge istitutiva del Servizio Civile Nazionale n.64/2001 indica come primo tra i “principi” e le “finalità” del SCN quello di “concorrere, in alternativa al servizio militare, alla difesa della Patria con mezzi e attività non militari”. Ossia pone le basi legislative per l’altra difesa, quella difesa disarmata, “mezzo” e “strumento” coerente con il costituzionale “ripudio della guerra”. Senonché “concorrere” nella lingua italiana significa “correre con”, correre insieme, ma può anche significare “essere in concorrenza” con il servizio militare. Ma è evidente come, nella realtà, la concorrenza sia del tutto sleale: per l’anno in corso di servizio civile, per ventimila volontari “difensori civili della Patria”, sono stati spesi 68 milioni di euro, meno della metà del costo medio di un solo caccia F-35, calcolato in una cifra che oscilla tra i 133 e i 170 milioni di euro, del quale si prevede l’acquisto di minimo 90 esemplari. 90 colpi mortali al Servizio Civile, al precario bilancio dello Stato, alla sempre più (essa si) ripudiata Costituzione italiana.

il disarmo culturale
Di fronte al drammatico scenario internazionale e al ripudio reiterato della nostra Costituzione, così come le generazioni passate – a partire dalla scelta solitaria di Pietro Pinna – consapevoli dell’esigenza del disarmo, hanno conquistato il diritto all’obiezione di coscienza ed al servizio civile alternativo, la generazione attuale ha il diritto ad accedere ad una nuova coscienza disarmista e il compito di conquistare il diritto alla difesa “non armata e nonviolenta” della Patria. La quale passa necessariamente attraverso il disarmo militare e la riconversione delle risorse dalla “difesa” fondata sullo “strumento” e “mezzo” della guerra a quella fondata sul “metodo” (Capitini) della nonviolenza. Si tratta di un cambiamento di paradigma culturale, ossia di una vera rivoluzione, seppur costituzionale.
E’ una rivoluzione che, per avvenire davvero, deve consapevolmente puntare a decostruire, a disarmare, appunto, il livello più radicato, quello che Johan Galtung indica come il terzo livello di profondità e chiama il “potere culturale”, cioè la dimensione simbolica della violenza che (quasi) tutti danno per scontata e ritengono inevitabile. Su di essa è costruito e reso socialmente accettabile il secondo livello, ossia la struttura militare-industriale-commerciale-mediatica del sistema di “difesa” fondato sulle forze armate, quello alimentato dalle crescenti spese militari pubbliche e dalla produzione e dal commercio delle armi, partecipato fortemente dal pubblico (settore in cui il “made in Italy” primeggia). Da questo deriva, infine, il primo livello, quello della guerra vera e propria agita sui molteplici “teatri” internazionali nei quali sono impegnati i “nostri ragazzi”, i soldati “combattenti”, da vent’anni senza soluzione di continuità: dal Golfo (uno e due), alla Somalia, alla Jugoslavia, all’Afghanistan, alla Libia…
Quanto sia profondo questo livello culturale e quanto sia gravoso, ma necessario e urgente, il compito del disarmo culturale lo ha analizzato compiutamente il sociologo Ekkeart Krippendorff: “esistono Stati con o senza partiti, parlamenti, costituzioni scritte, tribunali indipendenti, con o senza presidenti, banche centrali, chiese di Stato, moneta propria, lingue nazionali e così via, ma tutti hanno le loro forze armate. Globalmente considerati, tutti gli Stati spendono per le forze armate più che per l’educazione e la salute dei loro cittadini. (…). Dall’altro lato, proprio questa istituzione con le sue guerre, di cui soltanto nell’ultimo secolo sono cadute vittime milioni e milioni di persone, per tacere del numero molto più grande delle persone cacciate dalle loro terra e di quelle ridotte alla fame dalle conseguenze della guerra, riceve da parte delle scienze sociali un’attenzione relativamente modesta, e nella stampa e nell’opinione pubblica l’istituzione militare viene trattata solo come uno dei tanti temi. L’istituzione militare non viene però vista come uno dei tanti organi dello Stato, bensì come quello addirittura più ovvio tra di essi…”(2). A destra, come spesso a sinistra.

dis-velare la sicurezza e la difesa della Patria
Se ciò che traduciamo con la parola “verità” deriva dal greco alétheia che, come ha insegnato il filosofo Martin Heidegger, significa letteralmente non-nascondimento ossia dis-velamento, attraverso il disarmo culturale – ossia la presa di coscienza sulla verità della situazione attuale, sui piani della corsa agli armamenti e del ripudio della Costituzione repubblicana, piuttosto che della guerra – può avvenire il dis-velamento di un’altra idea di “difesa della Patria”.
Le forze armate non sono solo uno strumento di guerra potenziale, che diventa attuale esclusivamente quando entrano in azione. Esse sono strumento e mezzo di guerra in atto anche quando le armi non sparano, perché la quantità enorme di risorse pubbliche che vengono destinate alle spese militari, alla preparazione della guerra contro minacce ipotetiche o pretestuose, lasciano la Patria senza difesa ed insicura rispetto alle reali minacce alle quali sono gravemente sottoposti, qui ed ora, tutti i cittadini, sul proprio territorio, nella propria comunutà nazionale: le mafie, la disoccupazione e la precarietà del lavoro, la povertà e l’analfabetismo, i terremoti e i disastri idro-geologici…“La sicurezza è un bene condiviso la cui responsabilità è di tutti”(3), dice in un in’interista l’ammiraglio Di Paola, ministro della “difesa”, ma proprio investire miliardi di euro in armi, invece che in lavoro, scuola, sanità e servizi sociali, mina il “bene” della sicurezza di milioni di persone. Riempire gli arsenali e svuotare i granai è la peggiore delle risposte possibili alla crisi economica e sociale
Ripudiare davvero la guerra e avviare un serio disarmo attraverso la riconversione dalla difesa militare alla difesa civile, significa dunque rivedere – dis-velare – i concetti stessi di “minaccia”, di “sicurezza” e di “difesa” della Patria. Significa cambiare paradigma di riferimento, fuoriuscire dal “potere della violenza” che ci fa velo, e contemporaneamente liberare le risorse necessarie per la reale affermazione dei “principi fondamentali” sanciti nei primi dieci articoli della Carta costituzionale, quelli che offrono la sicurezza della cittadinanza: il lavoro, la solidarietà, l’uguaglianza, la cultura, la difesa del patrimonio naturale e cosi via. Del resto è uno studio economico dell’Università del Massachusset che dimostra come investendo un miliardo di dollari nel settore militare si creino (direttamente e indirettamente) 11.200 posti di lavoro, mentre investendo lo stesso miliardo nel settore educativo se ne creino ben 26.700 (di cui 15.300 direttamente) (4).

Gli “effetti collaterali”
Inoltre, il veritiero ripudio della guerra e la fondazione di una conseguente nuova “difesa della Patria” ha ulteriri ricadute dirette e indirette, positivi “effetti collaterli”. Su un piano diretto, la prima conseguenza è la costruzione – cioè la ricerca, la progettazione, il finanziamento, la preparazione ecc – di “mezzi” e “strumenti” differerenti per la risoluzione dei conflitti interni e internazionali: per esempio quei “Corpi civili di pace”, magari a dimensione europea, come avrebbe voluto Alex Langer, capaci di intervenire nei conflitti prima della loro degenerazione violenta, con gli strumenti della prevenzione, durante, con l’arte della mediazione e dopo, con i processi di riconciliazione.
Significa, inoltre, avviare ulteriori e conseguenti dis-velamenti che aprano la strada al cambiamento dei principali paradigmi culturali e formativi, per esempio nei campi della storiografia e della pedagogia. Nel primo caso avviando una rilettura critica delle vicende storiche, attraverso narrazioni capaci di uscire dalla retorica, o dal mito, della “violenza levatrice della storia”, riconoscendo il giusto peso e valore a tutte le azioni che hanno prevenuto, o risolto, i conflitti, o resistito ad un oppressore in maniera disarmata, civile o nonviolenta(5). Nel secondo caso impostando un progetto formativo nazionale capace di educare diffusamente – a partire dai primi anni dei percorsi scolastici – alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, per aiutare i più giovani a sviluppare quelle competenze esperienziali, prima ancora che teoriche, necessare per vivere nel tempo della complessità e della convivenza delle differenze.
Insomma, l’impegno per il diarmo apre il varco alla più lungimirante e vera (non-nascosta o dis-velata) sicurezza e difesa della Patria.

1.www.sipri.org
2.L’arte di non essere governati, Fazi editore, Roma, 2003
3.Corriere della Sera, 18 luglio 2012
4.http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/published_study/PERI_military_spending_2011.pdf
5.http://pasqualepugliese.blogspot.it/2010/12/historia-magistra-vitae.html

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Articolo 11/bis (quello vero)

L’Italia prepara la guerra come strumento di offesa all’integrità degli altri Stati e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, a questo scopo, alle limitazioni del bilancio dello Stato in tutti i settori della spesa pubblica, tranne quello della spesa militare che può, al contrario, dotarsi dei più distruttivi sistemi d’armi disponibili sul mercato.

A tutti i costi, anche a quello di raggirare il Parlamento.

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Una buona notizia: a Reggio Emilia la bandiera della pace è ancora una “provocazione” per le coscienze

Suscita un certo stupore leggere che esponenti politici della destra reggiana, mentre l’ignominia travolge da Sud a Nord le regioni governate dal loro partito, piuttosto che dedicarsi a un prezioso silenzio di meditazione e purificazione, abbiano trovato il tempo di attaccare la bandiera della pace esposta a Reggio Emilia in piazza Prampolini dal Palazzo Municipale: “è una provocazione vedere esposto, nel Municipio, un vessillo non regolamentare”.

Tuttavia, se si sentono provocati dalla bandiera della pace, al punto da non sopportarne la vista, non sanno di averci dato una buona notizia: la bandiera della pace rappresenta ancora una sana provocazione per le coscienze!

La bandiera con i colori dell’arcobaleno fu introdotta in Italia nel 1961, dal filosofo e pedagogista Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento, in occasione della “Marcia della pace per la fratellanza tra i popoli”, da Perugia ad Assisi, da lui ideata. Non solo la bandiera, ma la stessa Marcia della pace, organizzata in piena “guerra fredda”, qualche settimana dopo la costruzione del “muro di Berlino”, fu vista da molti come una “provocazione non regolamentare”. Oggi, oltre mezzo secolo dopo, il muro a Berlino non c’è più, ma le bandiere della pace e della nonviolenza continuano a significare periodicamente il cammino da Perugia ad Assisi. Anzi, lo scorso anno, per il cinquantesimo anniversario di quella prima Marcia, anche molte migliaia di reggiani hanno marciato ancora una volta, sventolando le bandiere della pace, da Perugia fino alla Rocca di Assisi. Un bella provocazione, che continua.

Ed infatti è continuata anche al ritorno a Reggio Emilia, quando ben cinquantuno organizzazioni della società civile hanno sottoscritto l’Appello al Consiglio Comunale “Reggio Emilia, città di pace esprima un No ai cacciabombardieri F-35”. E il Consiglio Comunale ha raccolto quell’appello, chiedendo, il 27 febbraio scorso, al Governo italiano di “ridurre le spese militari, annullando almeno l’acquisto dei 131 cacciabombardieri F 35, azzerandone il programma, e destinare le risorse recuperate per il welfare municipale…cioè a investimenti di pace e di vera sicurezza.”, chiedendo inoltre al Presidente della Repubblica “di tutelare la Costituzione nella sua interezza, con particolare riferimento all’art. 11, che non prevede l’acquisizione di micidiali strumenti di offesa, capaci di trasportare anche armi nucleari”Anche questa mozione consiliare è una provocazione?

Certo, una salutare provocazione, perché serve a ricordare che la Costituzione italiana prevede tra i dodici “Principi fondamentali” della Repubblica, il “ripudio della guerra come mezzo di offesa alla libertà degli altri popoli e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali”. In una fase storica nella quale – acquistando a carissimo prezzo micidiali strumenti di offesa – invece della guerra è sotto ripudio proprio la Costituzione, la bandiera della pace che sventola dal Municipio, vicino alla Sala del Tricolore, nella piazza principale della nostra bella città della Resistenza, sta lì a ricordarci – ad ammonirci anzi – che se si vuole la pace, non bisogna preparare la guerra, che è anzi da ripudiare, ma è necessario preparare la pace. Di questi tempi, un’autentica “provocazione non regolamentare”, ma un giorno l’umanità imparerà questa lezione: noi non ci saremo più, come oggi non c’è più Aldo Capitini, ma qualcuno sventolerà ancora la bandiera della pace.

Tutto sommato, grazie agli amici della destra per avercelo ricordato.

 

Movimento Nonviolento – Centro di Reggio Emilia

 

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spese civili, spese incivili

Ad ogni manovra economica del governo Monti c’è un dubbio che mi assale: ma l’Ammiraglio/Ministro Di Paola è invitato alle riunioni del consiglio dei ministri dove si decidono i sommersi e i salvati o ne è esonerato?

E se c’è, perché tagliano sempre le spese civili e mai quelle incivili?

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Oppure il disarmo

La portaerei da guerra Cavour, costata 1,3 miliardi di euro che stiamo ancora pagando – per arredare la quale il Ministro-Ammiraglio Di Paola vuole avere, a tutti i costi (e non è una metafora), i cacciabombardieri F-35 – per ogni giorno di navigazione spende già adesso 200.000 (duecentomila) euro*. Si, per ogni giorno di navigazione.
Sottratti alle spese civili. Usati contro la Costituzione.
Oppure il disarmo.

(*fonte: Armi, un affare di Stato di Facchini, Sasso, Vignarca, chiarelettere, 2012)

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Paride Allegri: Reggio diventi un punto propulsivo per il Disarmo

Caro Pasquale,
Reggio diventi un punto propulsivo del Disarmo.
Grazie.
Paride

Queste poche, essenziali, parole scritte a biro, con calligrafia incerta, le trovai a margine della lettera “Appello per il disarmo totale e generale”, che Paride Allegri – il comandante partigiano passato dalla lotta armata della resistenza alla lotta nonviolenta per il disarmo – mi fece pervenire nell’ottobre del 2007, su carta intestata del “Centro per la riconciliazione tra i popoli, il disarmo universale, la difesa del creato” (il suo ultimo e più lungimirante progetto). L’Appello era l’introduzione ad un accurato e documentato dossier che metteva lucidamente a fuoco la pericolosa fase di riarmo nel quale si era ancora una volta avviato il Pianeta nel nuovo secolo.
Oggi, nell’ottobre di cinque anni dopo, all’età di 92 anni, Paride ci ha lasciati, ma la situazione di riarmo globale è di gran lunga peggiore del 2007, le cifre delle spese militari allora indicate sono ancora incredibilmente lievitate. Il suo Appello è, dunque, sempre più attuale e ancora più urgente, per questo lo riproponiamo integralmente.

Grazie a te, Paride.

 

APPELLO PER IL DISARMO TOTALE E GENERALE
“Spezzeranno le loro spade per farne vomeri e le loro lance per farne falci;
nessun popolo alzerà la mano contro l’altro e non impareranno più la guerra.” Isaia 2:4

 

Le nazioni esistenti sul Pianeta sono 199.

Di tutte queste nazioni nessuna minaccia l’Italia. L’Italia non ha nemici al mondo.

Perciò non c’è nessuna ragione per mantenere e incrementare le spese militari.

60 anni sono passati dal più grande conflitto mondiale che aveva ridotto l’Europa a un cumulo di macerie, con decine di milioni di morti.

Ma la pace raggiunta con inenarrabili sofferenze é ancora una pace armata.

Infatti il nuovo millennio è caratterizzato da una sensibile crescita delle spese mondiali per armamenti che nel 2005 hanno raggiunto 783 miliardi di Euro.

Tale cifra potrebbe servire a risolvere tutti i gravi problemi che affliggono l’umanità.

Nonostante in Europa vi sia una opinione pubblica fortemente contraria all’aumento degli armamenti, i governi hanno aumentato le spese militari; solo la Germania è in controtendenza e dal 1990 al 2004 il bilancio per la difesa è passato da 39,4 a 26 miliardi di Euro.

Le spese militari in Italia sono aumentate da 16,5 miliardi di Euro nel 1995 a 20,5 nel 2004,

Nella Legge Finanziaria del 2007 gli stanziamenti per gli armamenti sono 21,5 miliardi di Euro.

In aggiunta a queste spese l’Italia ha sottoscritto un impegno d’acquisto di 131 cacciabombardieri “invisibili” Joint Strike che possono portare ordigni nucleari e 121 cacciabombardieri Euro Fighter Typhon per un totale di 15,5 miliardi di Euro.

Il nostro Paese ospita basi miliari NATO e USA in misura maggiore di ogni altro Paese europeo.

Questa situazione non è più torrelabile, bisogna riprendere le trattative per il disarmo che sono state interrotte nel 2002.

Già Einstein ebbe a dichiarare: “O l’umanità distruggerà le armi o le armi distruggeranno l’umanità”.

Pertini, amato presidente della Repubblica amonì: “Svuotate gli arsenali, riempite i granai”.

Giovanni XXIII disse: “Non c’è nessuna ragione al mondo che giustifichi la guerra”.

Gandhi: “La guerra mostra l’inutilità della violenza”.

Questo non è un programma utopico, ma è la sola via realistica che può permettere a tutti di vivere in sicurezza e di devolvere le enormi risorse che si libererebbero al benessere generale.

Le Nazioni del mondo possono e devono percorrere la strada per il disarmo attraverso la riduzione annuale del 3% delle spese militari in modo da poter vivere tra 30 anni in un pianeta senza armi.

Ottobre 2007

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Il Servizio Civile come diritto, non specchietto per le allodole

Periodicamente qualcuno rilancia la proposta del servizio civile obbligatorio, nazionale o europeo, non solo tra chi non fa mai mancare la propria opinione su tutto, ma anche da parte di chi ha qualche potere decisionale.
Ieri, per esempio, è stata la volta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Paruffo che vorrebbe almeno “sei mesi di servizio civile obbligatorio europeo” http://www.vita.it/societa/servizio-civile/peluffo-ora-di-un-servizio-civile-europeo-obbligatorio.html .
Il classico specchietto per le allodole.
Perché il sottosegretario di Monti, piuttosto che proiettarsi in scenari futuribili quanto improbabili, non si impegna a garantire oggi il “diritto” al Servizio Civile per tutti i giovani che ne fanno richiesta, la maggior parte dei quali rimangono esclusi per mancanza di risorse?
Basterebbe riconvertire in risorse per la “difesa civile” l’equivalente del costo di un paio di caccia bombardieri F-35 all’anno, voluti a tutti i costi per la “difesa militare”. Cioè per la guerra.
Essendo 90 esemplari, avremmo un investimento certo per il diritto al Servizio Civile Nazionale per il prossimo mezzo secolo.

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Anche a Reggio Emilia il 2 ottobre è dedicato al disarmo

Giornata internazionale della nonviolenza

Il 2 ottobre si celebra la Giornata Internazionale della Nonviolenza (indetta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite). La data è stata scelta in quanto anniversario della nascita di Gandhi, ispiratore dei movimenti per la pace, la giustizia, la libertà di tutto il mondo. È infatti con Gandhi che nasce l’azione politica nonviolenta, strumento collettivo di liberazione, metodo di lotta alternativo alla violenza e alla guerra.

La crisi generale che stiamo vivendo – economica, sociale, politica – è sempre più forte. Oggi la vita stessa del pianeta è a rischio: crisi ecologica, crisi belliche, aumento senza precedenti delle spese militari nazionali e globali, rendono il futuro incerto.
Per uscirne c’è bisogno di una nuova politica, fondata sui due pilastri che Gandhi ci ha indicato: la nonviolenza e il disarmo.

Anche da Reggio Emilia, nei mesi passati, abbiamo chiesto al Governo italiano un gesto di disarmo, il taglio delle spese militari, la rinuncia all’acquisto dei cacciabombardieri F-35. Abbiamo raccolto nella nostra città centinaia di firme e le abbiamo portate a Roma, insieme alle migliaia raccolte in tutta Italia; il nostro Consiglio Comunale, insieme a centinaia di altri Enti Locali, si è espresso contro l’acquisto dei caccia F-35 e per l’uso civile degli oltre 13 miliardi di risorse liberate, contro la grave crisi economomica e sociale. Ma le richieste del popolo della pace sono totalmente disattese: ai tagli ai quali è costretta la spesa pubblica civile è sottratta proprio la spesa incivile, quella militare e per gli armamenti. Anche in Italia, come in Grecia, mentre si svuotano i granai si riempiono pericolosamente gli arsenali. E il tema del disarmo è il grande rimosso dall’agenda della politica.

Dunque, anche a Reggio Emilia, come nel resto del Paese, vogliamo fare del 2 ottobre una nuova occasione di impegno per la nonviolenza e per il disarmo, attraverso un incontro-laboratorio che si svolgerà presso la Scuola di Pace – e in collaborazione con essa – con proiezione di video, attività, in/formazione e distribuzione gratuita ai partecipanti di “Azione nonviolenta-Speciale disarmo”, il numero doppio di 40 pagine della rivista fondata nel 1964 da Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento italiano.

Movimento Nonviolento – Centro di Reggio Emilia
http://www.nonviolenti.org

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