Archivi del mese: settembre 2012

Claudio Fava non è residente, la mafia invece si.

Nel Paese nel quale le regole sono infrante sistematicamente, nel quale un plurindagato può essere per vent’anni Presidente del Consiglio e molte Regioni sono governate direttamente dalle mafie e dal malaffare, Claudio Fava – figlio di Pippo Fava, giornalista ucciso dalla mafia catanese – da sempre impegnato sternuamente nella lotta alla mafia, non può essere candidato alla presidenza della Regione Sicilia perché, per un pugno di giorni, non è residente da sufficiente tempo in Sicilia?  

Regione in cui i due “governatori” precedenti sono stati costretti il primo al carcere ed il secondo alle dimissioni proprio per i rapporti tra politica e mafia.

Se fosse una barzelletta non farebbe ridere, ma purtroppo è la realtà. Ancora una volta, la mafia ringrazia. Lei si che è residente.

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Un anno dopo, non possiamo ancora risalire sui pullman

Un anno fa, il 25 settembre del 2011, in 250.000 camminammo da Perugia ad Assisi, sulle orme di Aldo Capitini, nel 50° anniversario delle prima “Marcia della pace per la fratellanza dei popoli”. Chiedemmo al Governo italiano – con ancora più forza di fronte alla grande crisi in corso – un gesto di disarmo, il taglio delle spese militari, la rinuncia ai cacciabombardieri F-35.
Da li a poco il governo Berlusconi, con il suo conflitto d’interessi, fu spazzato via e nel cuore del nominato governo Monti venne insediato un nuovo conflitto d’interessi, con la consegna diretta del Ministero della difesa all’ammiraglio che più di tutti brama l’acquisto dei caccia bombardieri, fortemente voluti per arredare le portaerei che portano in giro per il mondo il “made in Italy” che tira. E uccide.
Al danno si aggiunse la beffa: non solo le richieste del popolo della pace sono state totalmente disattese, ma dal taglio della spesa pubblica civile venne, e viene tuttora, sottratta proprio la spesa incivile, quella militare e per gli armamenti.  Anche in Italia, come in Grecia, mentre si svuotano i granai si riempiono pericolosamente gli arsenali. E il tema del disarmo rimane il grande rimosso dall’agenda della politica.
Dunque, un anno dopo, non possiamo ancora risalire sui pullman che ci portino a casa, ma dobbiamo prepararci all’impegno necessario e diffuso in tutte le città d’Italia per il prossimo 2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza. E per il disarmo, appunto.

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RianimiAMO il Servizio Civile

Reggio Emilia, sabato 15 settembre.
RianimiAMO il Servizio Civile Nazionale, la difesa della Patria coerente con l’articolo 11 della Costituzione italiana

(video intervista sul sito http://carovanascn.org/2012/09/16/servizio-civile-e-difesa-civile-della-patria/ )

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Da quali minacce va difesa oggi la Patria?

Pugliese: ”Giovani pronti a difendere la patria. Ma rivedere concetto di minaccia”

(intervista pubblicata su http://www.redattoresociale.it e http://www.dire.it)

”La legge prevede la concorrenza tra servizio militare e civile per la difesa della patria. Ma è sleale”. Per Pasquale Pugliese del Movimento Nonviolento a 40 anni dalla legge sull’obiezione di coscienza “vanno rivisti i concetti di minaccia e difesa”.

REGGIO EMILIA – “La legge prevede la concorrenza tra difesa militare della patria e difesa civile, ma è sleale”. Pasquale Pugliese del Movimento Nonviolento e della Scuola di pace di Reggio Emilia fa il punto sul servizio civile in Italia a 40 anni dall’approvazione della legge 772 (legge Marcora) che ha introdotto il diritto all’obiezione di coscienza nel nostro Paese. Nel 2012 l’Italia ha speso poco più di 23 miliardi di euro per la difesa militare, mentre per quella civile ne ha stanziati 68,8 milioni, a cui il ministro per la Cooperazione internazionale, Andrea Riccardi, è riuscito ad aggiungerne 50, per un totale di 118 milioni di euro. “La concorrenza è sleale perché se da un lato la difesa militare è pompata, dall’altro quella civile è con l’acqua alla gola – dice Pugliese – Come per l’articolo 11 della Costituzione, anche per il servizio civile c’è una forte disparità tra ciò che dice la legge e la realtà: i giovani hanno voglia di sporcarsi le mani ma non gli viene data la possibilità di farlo”. È questo il tema dell’intervento di Pugliese a “Rianimiamo il servizio civile: 40 anni di esperienze”, l’appuntamento con la Carovana del Servizio civile organizzato dal Coordinamento provinciale degli enti di servizio civile (Copresc) di Reggio Emilia e dall’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini e che si svolgerà il 15 settembre a Reggio Emilia (padiglione Ziccardi, via Amendola).

“La legge sull’obiezione di coscienza del 1972 era lo sbocco di una lotta iniziata molto tempo prima – spiega Pugliese -ed era una sorta di concessione verso gli obiettori che conteneva in sé elementi punitivi”. Il servizio civile durava 8 mesi in più rispetto a quello militare ed era prevista una commissione giudicante per verificare la veridicità dei motivi (religiosi e non politici) che portavano una persona a non voler imbracciare le armi. “Le cose sono cambiate con la sentenza del 1985 con cui la Corte Costituzionale ha affermato che il primo comma dell’articolo 52 della Costituzione, la difesa della patria come dovere, va letto separatamente dal secondo, quello che prevede il servizio militare – precisa Pugliese – È stato un passaggio importante perché si è stabilito che il servizio militare era solo una delle forme di dfesa della patria”. Da lì sono cambiate molte cose, la legge 230/1998 ha stabilito che l’obiezione di coscienza era un diritto della persona (e sono stati eliminati gli elementi punitivi) e con la 331/2000 il servizio militare è diventato volontario. “Si è aperta la strada al servizio civile nazionale previsto dalla legge 68/2001 – continua Pugliese – che all’articolo 1 dice che il servizio civile ‘concorre’ in alternativa al servizio militare alla difesa della patria con mezzi e attività non militari”. È questo il punto di contatto tra servizio civile e obiezione di coscienza. “Il punto critico è che la concorrenza è, come dicevo prima, sleale”, afferma Pugliese.

Disarmo culturale. “Sono tanti i giovani che scelgono il servizio civile, ma in molti quelli che ne rimangono fuori”. Nella provincia di Reggio Emilia per i 107 posti previsi dal bando 2011/2012 (quello attualmente in corso) sono arrivate 474 domande. La stessa cosa era accaduta l’anno precedente quando erano stati 351 i giovani che avevano fatto domanda per i 101 posti. “Ci sono tanti ragazzi e ragazze competenti e formati in ambiti specifici, come la tutela dell’ambiente, l’assistenza ai disabili o le biblioteche – dice Pugliese – Se le minacce da cui deve difendersi l’Italia sono i disastri ambientali, la povertà e l’esclusione sociale ci sono molti giovani disposti a difenderla: ecco perché – conclude Pugliese – bisogna rivedere i concetti di minaccia e difesa e chiederci da chi e cosa dobbiamo difendere la nostra patria?”.

“Rianimiamo il servizio civile: 40 anni di esperienze” si colloca nel contesto delle iniziative per il sostegno e la promozione del servizio civile sul territorio della provincia di Reggio Emilia. L’incontro, promosso dal Copresc di Reggio Emilia, associazione che riunisce 37 enti pubblici e privati che si occupano di servizio civile, e dalla Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, fa parte degli appuntamenti della Carovana del servizio civile. “Saranno presenti ex volontari del servizio civile e volontari attualmente in servizio – dice Francesco Carretti del Copresc – in una staffetta ideale tra vecchi e nuovi volontari, e tra quelli di oggi e i prossimi”. Sarà anche l’occasione, attraverso l’intervento di Pasquale Pugliese, di tracciare un bilancio a 40 anni dal varo della legge 772/1972 sull’obiezione di coscienza. (lp)

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Ricomincia la scuola: i bambini hanno diritto allo studio, non alla guerra

Finite le vacanze, da lunedì 10 settembre per i bambini e i ragazzi italiani si riaprono le porte delle scuole in alcune regioni, man mano in tutta Italia. Alcune centinaia di migliaia di questi faranno il primo passaggio formativo importante della loro vita scolastica, cioè dalla scuola primaria (la vecchia scuola elementare) alla scuola secondaria di primo grado (la scuola media). E i loro genitori, come me – oltre all’impegno a rassicurare e incoraggiare la propria figlia un pò timorosa e, al tempo stesso, incuriosita dal nuovo mondo di studi e di relazioni che si sta per dischiudere – si trovano a fare i conti con un salasso economico al quale non erano abituati (e forse neanche preparati): il costo dei libri di testo. Nel nostro caso 270 euro per la prima media, in altri casi si può arrivare fino a 450 euro.
I soldi spesi per i libri e la cultura sono sempre ben spesi, ma qui c’è qualcosa che non torna.
L’istruzione impartita nella scuola secondaria di primo grado, la scuola media appunto, è un diritto sancito dall’art. 34 della Costituzione italiana: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbigatoria e gratuita”. Un diritto, obbligatorio (ed oggi portato giustamente ai 10 anni) e gratuito. Ma con una onerosa tassa d’ingresso rappresentata dall’acquisto obbligatorio, e non gratuito, dei libri di testo, indispensabili strumenti di lavoro per l’esercizio del proprio diritto.
In un momento di grave crisi economica un ulteriore sacrificio imposto alle famiglie italiane.
Una spesa di 45 milioni di euro avrebbe consentito al governo di fornire i libri di testo gratuiti a 100.000 bambini delle scuole medie, consentendo l’esercizio di un diritto – e l’osservanza di un obbligo – che la Costiduzione definisce non a caso “gratuito”!
Dove trovarli? 45 milioni di euro sono meno di un terzo del costo di un solo cacciabombardiere d’attacco F-35 (calcolato in circa 150 milioni di euro), dei quali il Governo ha commissionato l’acquisto di 90 esemplari, per complessivi oltre 13 miliardi di euro! Che si sommano alle altre decine di miliardi di euro di spesa pubblica che annualmente ci costano l’apparato militare, gli armamenti, l’occupazione in Afghanistan.
Ma anche qui c’è qualcosa che non torna. La stessa Costituzione che sancisce il diritto, l’obbigo e la gratuità dell’istruzione, sancisce anche all’articolo 11 che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Dunque perché si sottraggono preziose risorse economiche per l’esercizio del diritto all’istruzione dei più giovani studenti italiani, affermato dalla Costituzione, e si usano per la preparazione all’esercizio della guerra, “ripudiata” dalla Costituzione?
Al libro di Storia, appena acquistato, è allegato un fascicoletto sulla Costituzione e la “cittadinanza attiva”: come sarà spiegata ai bambini questa contraddizione tra il formale “ripudio della guerra” e il sostanziale ripudio della Costituzione, che ridimensiona anche il loro stesso diritto allo studio?

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Che cosa significa sicurezza?

“Molti istituti di difesa ora riconoscono che sicurezza significa molto più che semplice tutela dei confini. Gravi problemi di sicurezza possono sorgere a causa di tendenze demografiche, povertà cronica, disuguaglianza economica, degrado ambientale, pandemie, crimine organizzato, repressione e altri processi che nessuno Stato può controllare da solo. Le armi non sono in grado di risolvere tali problemi”.
Ban Ki Moon, Segretario generale ONU, 30 agosto 2012.

Eppure le spese militari mondiali superano i 1.700 miliardi di dollari – cifra mai raggiunta, in termini reali, nella storia dell’umanità – cioè più di 4,6 milardi di dollari al giorno, “somma che da sola è quasi il doppio del bilancio delle Nazioni Unite di una anno”, pari a 2,7 miliardi di euro.

“Tali armi sono tra l’altro inutili contro le minacce odierne alla pace e alla sicurezza internazionali. La loro stessa esistenza è destabilizzante: più sono pubblicizzate come indispensabili, maggiori sono gli incentivi alla loro proliferazione. Rischi aggiuntivi derivano dagli incidenti e dagli effetti ambientali e sulla salute connessi al mantenimento e allo sviluppo di questo tipo di armi”.
Ban Ki Moon, Segretario generale ONU, 30 agosto 2012
Intervento completo su http://www.un.org/disarmament/update/20120830/

Gli arsenali, colmi di armi con il pretesto della sicurezza, sono i produttori attivi dell’insicurezza globale.

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